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LE NOTIZIE DEL GIORNO Wednesday 09 May 2018 SU: ambiente




TITOLO: Anche i Primati fanno cultura 
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OCCHIELLO: Forse in nessun altro momento della storia umana la domanda sul significato che i primati - le scimmie con cui condividiamo buona parte del nostro patrimonio genetico - rivestono per noi è stata tanto angosciante....
TESTO: Ci sono in altre parole evidenze consistenti per sostenere l’ipotesi della “co-evoluzione” di geni e cultura nelle grandi scimmie, attraverso processi di apprendimento (social learning), imitazione ed innovazione analoghi a quelli sviluppati nel corso degli ultimi due milioni e mezzo di anni dagli Ominidi. L’evoluzione culturale, lo dimostrano esperimenti condotti con scimpanzè, scimmie cappuccino ed oranghi sia in cattività che in habitat selvaggi, “cambia le dinamiche evolutive e interagisce con i fenomeni geneticamente determinanti per creare nuove complessità”. Questo accade perché i tratti culturali sono ereditabili. Le grandi scimmie imparano attraverso i legami sociali e questo apprendimento riguarda la dieta, le tecniche di alimentazione (come raggiungere un termitaio inventando nuovi strumenti e usandone di già sperimentati, come stillare miele da un tronco rotto attraverso una cannuccia o una foglia porosa a mo’ di spugna) e quindi l’allargamento dello spettro trofico per spostarsi in nuovi territori e superare la scarsità di risorse. Osservare i membri del gruppo e imparare ha un significato adattativo perché “porta all’instaurarsi di tradizioni che caratterizzano interi gruppi, sotto-gruppi o popolazioni”. Le generazioni sono cioè culturali e i primati possiedono una storia. Nella Tai Forest della Guinea Equatoriale, Africa Occidentale, gli scavi archeologici hanno riportato alla luce stratificazioni di noci rotte da scimpanzé di 4300 anni fa, nello stesso posto dove gli scimpanzé attuali conducono la vita del gruppo. Riflettere su queste “altre archeologie” ci porta a ragionare sul posto che le attuali grandi scimmie hanno rispetto a noi. Coesistere con i primati su questo Pianeta significa condividere non solo la Terra, ma una affinità evolutiva. Grazie ai primati, l’Homo sapiens vive in sincronia con la sua stessa preistoria filogenetica, esattamente come si sente in continuità storica con le civiltà che lo hanno preceduto. È per questo che le persone comuni vanno in Uganda e Rwanda per incontrare i gorilla di montagna. Andrew Whiten, che ha contribuito allo speciale PNAS, neuroscienziato e primatologo emerito della University of St. Andrews, Regno Unito, va però ancora più a fondo: “Il St. Andrews ha un centro ricerca sui primati costruito allo zoo di Edimburgo, aperto al pubblico, che può seguire tutto il lavoro di ricerca. Il centro si chiama The living links to Human Evolution Primate Research Centre. I primati sono legami viventi con il nostro passato evolutivo. Abbiamo dei fossili che tracciano la nostra linea di discendenza evolutiva, ma che non ci mostrano tutta la ricchezza di informazioni che il comportamento, nello specifico il comportamento culturale, può darci attraverso lo studio dei primati vivi. E i primati vivi certamente ci dicono molto sulla natura culturale degli antenati che avevamo in comune moltissimo tempo fa. Ad esempio, le culture davvero variegate e complesse ora descritte per tutti i genera di grandi scimmie - scimpanzè, gorilla e oranghi - ci rivelano che gli antenati di 14 milioni di anni fa che noi umani condividiamo con questi cugini vivevano già vite plasmate da tradizioni culturali. ”. La capacità dei primati di produrre cultura su di una scala evolutiva permette però anche di affrontare con uno sguardo meno pregiudiziale i dilemmi della conservazione. “I nostri studi indicano che gli scimpanzè, in Africa, hanno differenti culture costruite su strutture culturali differenti, esattamente come gli esseri umani in Africa - spiega Whiten - Questo significa che non corriamo solo il pericolo di perdere specie che rappresentano i nostri parenti più prossimi, ma che molto più rapidamente stiamo perdendo la diversità culturale delle scimmie. Si può instaurare un parallelo con la perdita delle lingue umane, ad esempio in Nuova Guinea e Sud America, o la graduale globalizzazione di culture simili ovunque nel mondo, con città tutte uguali con i loro MacDonald’s e gli Apple Store”. L’estinzione delle grandi scimmie equivale cioè ad una devastante solitudine storica, che ci priverà della profondità dello spazio e del tempo sulla nostra carta di identità. Ed è esattamente il restringersi dello spazio come numero di habitat possibili per possibili culture animali che ormai orienta il dibattito sul futuro dei primati. Se le scimmie hanno culture diverse a seconda del territorio che occupano, quanto è importante proteggere la geografia degli habitat per garantire a queste specie di essere ciò che sono? La variazione geografica è infatti uno degli ingredienti del cosiddetto “algoritmo dell’evoluzione”, l’insieme di opzioni non lineari che attraverso la variazione genetica, la selezione e l’ereditarietà del nuovo tratto rendono possibile la diversificazione della vita che chiamiamo biodiversità. Se è vero che “i profili culturali sono correlati con la separazione geografica delle comunità”, e che quindi le popolazioni di scimpanzé, oranghi e gorilla di montagna mostrano caratteristiche proprie a seconda dell’area protetta o del parco nazionale o del santuario in cui vivono, è il numero degli habitat a garantire le possibilità di successo delle specie nei decenni a venire: “la plasticità nel comportamento permette ad una specie di sfruttare o creare una nuova nicchia ecologica. A sua volta questa nicchia può creare pressione evolutiva agendo sulla evoluzione organica”, scrive Whiten sulla PNAS. Tutto questo conduce ad una riflessione generale sulla storia recente di Homo sapiens, in cui l’estinzione è un effetto collaterale di una stupefacente espansione ecologica. Il nostro successo adattativo ha come contropartita una impressionante semplificazione delle forme di vita che ci stanno accanto, il cui numero viene sfoltito, annichilito o eliminato a seconda dell’utilità che un ecosistema o una specie riveste per noi. Il risultato finale, ciò nondimeno, sembra essere un alleggerimento della nostra stessa umanità, svincolata da legami storici e filogenetici. Che simili interrogativi riguardino la conservazione le grandi scimmie ce lo suggeriscono con una urgenza preoccupante.
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TITOLO: L’energia verde certificata è davvero “pulita”?  
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OCCHIELLO: Non tutti sanno che per la propria abitazione, o per la propria azienda, è possibile scegliere una fornitura di energia elettrica eco-friendly, la cosiddetta “energia verde”....
TESTO: Non tutti sanno che per la propria abitazione, o per la propria azienda, è possibile scegliere una fornitura di energia elettrica eco-friendly, la cosiddetta “energia verde”. Si tratta di energia elettrica derivante da fonti rinnovabili la cui provenienza è garantita dalle Garanzie di Origine (GO): certificati elettronici che attestano la natura rinnovabile di quelle fonti e che sono rilasciati dall’organo indicato dallo stato italiano, il GSE (Gestore dei Servizi Energetici), come da Direttiva 2009/28/CE. Le GO sono quindi dei titoli che qualificano i produttori e gli utilizzatori di energia verde (i primi sono gli impianti con attestazione IGO, mentre i secondi sono coloro che acquistano l’energia) e hanno lo scopo di creare un sistema volontario di mercato per incentivare la produzione energetica da fonti rinnovabili. In Italia l’energia verde è possibile richiederla dal 2013 ma, seppur la sua offerta è in crescita, di fatto è ancora poco conosciuta. COS’E’, COME SCEGLIERLA E QUALI VANTAGGI HA Decidere di adottare una fornitura elettrica green è davvero facile: basta richiederla al proprio fornitore. Non è necessario alcun intervento sul contatore o sull’impianto elettrico e non si deve corrispondere nessun costo di attivazione. La qualità dell’energia rimane la stessa, perché di fatto la materia prima non cambia (l’elettricità non si può dividere a seconda della provenienza, infatti in rete è mescolata tutta insieme). Ciò che cambia è la scelta di consumo che il cliente decide di adottare, ossia acquistare energia che ha un’origine molto diversa: non deriva da fonti fossili inquinanti (come il petrolio, il metano o il carbone) ma da fonti rinnovabili (ad esempio il sole, il vento o il calore della terra). Il costo in bolletta, in genere, non varia di molto; potrebbe esserci un sovrapprezzo ma in alcuni casi è addirittura più economica, dipende dal fornitore scelto e dall’offerta attivata. Fermo restando che la soluzione più ecosostenibile resta quella di efficientare le abitazioni, installare impianti rinnovabili e autoprodursi direttamente l’energia, adottare una fornitura elettrica di questo tipo può certamente essere un’opzione per tutti coloro che non possono realizzare questi interventi e che vogliono, attraverso la scelta del fornitore, dare un contributo alla salvaguardia ambientale. Gli impianti da cui proviene l’energia verde possono essere dunque eolici, fotovoltaici, idroelettrici, geotermici o altre produzioni da fonti rinnovabili. Attenzione però, non tutta l’energia verde può considerarsi effettivamente green. A differenza di altri paesi, in cui alcune fonti sono escluse perché non sono ritenute ecosostenibili, in Italia possono rientrare legittimamente sotto l’opzione di energia verde (e dunque essere ammesse dal GSE e tracciate tramite GO) anche alcune fonti energetiche che per loro natura non possono considerarsi realmente “pulite” a causa dell’impatto negativo che hanno sull’ambiente. Chiari esempi di fonti energetiche non-ecofriendly ammesse, che di fatto vanno a costituire il “lato oscuro” dell’energia verde italiana, sono fra le altre il nucleare, la combustione di rifiuti e la combustione di alcuni bioliquidi (es. l’olio di palma, la cui coltivazione, come ormai largamente documentato, ha un impatto ambientale devastante, sia a causa della deforestazione che produce - e del conseguente aumento di CO2 e cambiamenti climatici - sia per la distruzione degli habitat naturali). Come fare allora per essere sicuri di scegliere una fornitura di energia verde che sia davvero ecosostenibile e proveniente da fonti rinnovabili realmente pulite e non dannose per l’ambiente? Innanzitutto, è importante non fidarsi soltanto di ciò che viene pubblicizzato. Il consiglio è quello di andare subito a verificare il mix energetico (o fuel-mix) riportato in bolletta e nel sito dell’azienda, che indica la tipologia e la quantità di fonti utilizzate dall’azienda stessa. Si possono poi richiedere maggiori informazioni direttamente al fornitore, in modo da capire che politiche attua al riguardo e, cosa più importante di tutte, farsi rilasciare annualmente il titolo GO che il GSE invia al fornitore di energia per ogni MWh di energia verde “annullata” (che in gergo significa “acquistata” dal fornitore stesso per essere poi rivenduta al cliente finale). Si dice “annullata” perché si vanno ad annullare le quote di energia verde ancora disponibili all’interno del mercato energetico. Una volta annullate vengono rimosse dal sistema e non potranno così essere acquistate e vendute un’altra volta. Questa azione serve proprio per tracciare le quote di mercato relative all’energia verde, facendo corrispondere quanto dichiarato dal fornitore con ciò che è realmente fornito al cliente finale. In poche parole, serve per evitare che un fornitore dichiari di vendere energia verde quando in realtà verde non è. Sui titoli GO sono riportati i MWh consumati, la tecnologia utilizzata (da cui si può vedere se la fonte è effettivamente “pulita”) e, su richiesta del cliente, il proprio nome o la propria ragione sociale e il POD (l’indirizzo a cui è associata la fornitura di energia). Questi ultimi non sono obbligatori ma - se il cliente lo richiede - il fornitore potrà rendersi disponibile e fornirli al GSE, che li apporrà sul certificato in modo da far diventare ancora più trasparente questo passaggio. Oltre al titolo GO, i fornitori di energia possono rilasciare anche altri strumenti come attestati, vetrofanie e marchi di certificazione che indicano l’utilizzo di energia verde. Questi sono molto utili per dare la possibilità - alle aziende che hanno scelto una fornitura di energia verde - di comunicare la propria scelta green e distinguersi da chi ancora non l’ha adottata. È da tenere presente che l’attestazione ufficiale resta comunque il titolo GO. Per approfondire questo argomento, è possibile visitare la pagina del GSE dedicata alle GO al seguente link: https: //www. gse. it/servizi-per-te/fonti-rinnovabili/garanzia-dorigine In sintesi, nonostante l’energia verde abbia ancora qualche “punto debole”, richiederla rappresenta una scelta di consumo ben precisa e un chiaro messaggio a favore dell’energia rinnovabile, a discapito di quella fossile altamente superata e dannosa sia per noi che per l’ambiente.
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TITOLO: L'economia del futuro è green  
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TESTO: Pubblicato il: 09/05/2018 14:24 Dai fondamenti della green economy ai fattori che potrebbero accelerare la transizione verso un'economia più sostenibile che sono: le politiche pubbliche, in particolare quelle fiscali; l’ eco-innovazione, la finanza verde e l’ iniziativa delle imprese green. A spiegare come nasce la green economy e soprattutto quali sono ancora i fattori che ne ostacolano lo sviluppo ci pensa Edo Ronchi nel suo nuovo libro “La transizione alla green economy” (edizioni Ambiente), presentato nel corso dell’ annuale Meeting di Primavera della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che quest’ anno celebra i primi dieci anni. “In un solo secolo, il novecento – scrive Ronchi - la popolazione mondiale è quadruplicata, i consumi di energia sono cresciuti di circa 8 volte e quelli di materiali di oltre 12; i combustibili fossili accumulati in milioni di anni, bruciando in breve tempo e in grande quantità, hanno generato volumi enormi di anidride carbonica che stanno cambiando il clima. Così non si può andare avanti; qualche passo nella giusta direzione è stato compiuto, ma si è fatto ancora troppo poco e in modo troppo lento e tortuoso".
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TITOLO: Tonno fresco, attenzione all'istamina  
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TESTO: La analisi di laboratorio condotte da Altroconsumo hanno coperto 36 campioni di tonno acquistati presso supermercati, pescherie, banchi dei mercati rionali, sushi corner e alcuni ristoranti di Roma e Milano. Sonostati eseguiti esami per verificare la presenza di nitrati e nitriti non consentiti dalla legge. In più si è quantificato il livello di istamina eventualmente presente, una sostanza tossica derivata dalla degradazione delle carni di tonno che a dosi elevate può causare la sindrome sgombroide, intossicazione che si manifesta con sintomi simili a quelli di un’allergia. I risultati: un campione di tonno, acquistato in una pescheria di Roma, ha mostrato un tenore di istamina talmente elevato (1172 mg/kg, a fronte di un limite massimo di legge di 200 mg/kg) da far supporre un rischio per la salute dei consumatori che abbiano consumato quel prodotto. Quattro campioni con presenza di nitrati e nitriti denotano l’uso improprio di questo tipo di additivi. I filetti di tonno incriminati sono stati acquistati presso un mercato rionale e due ristoranti di Milano e in un supermercato di Novate Milanese. Completano l’inchiesta anche i risultati relativi alla specie ittica commercializzata che hanno dimostrato come in almeno quattro casi sia stato venduto tonno obeso al posto del dichiarato tonno a pinne gialle, molto più pregiato, dunque di valore e prezzo superiore. L’inchiesta integrale e gli esiti delle analisi sono stati inviati al ministero della Salute perché siano disposte analisi e i controlli necessari per la protezione della salute del consumatore e per evitare che casi di sofisticazione del prodotto arrivino sulla tavola di chi sceglie di acquistare.
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TITOLO: La nuova ‘via della seta’ passa per Shenzhen 
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OCCHIELLO: L’evocazione della via della seta porta alla mente rotte carovaniere, esplorazioni, avventure, spezie, incensi e magia. Ed è a questo evocativo tragitto che si rifà il progetto di Hassell, studio di architettura e urbanistica che ha vinto il concorso per ridisegnare il Silk Road Corridor di Shenzhen. Si tratta di un parco sopraelevato, un perco
TESTO: L’evocazione della via della seta porta alla mente rotte carovaniere, esplorazioni, avventure, spezie, incensi e magia. Ed è a questo evocativo tragitto che si rifà il progetto di Hassell, studio di architettura e urbanistica che ha vinto il concorso per ridisegnare il Silk Road Corridor di Shenzhen. Si tratta di un parco sopraelevato, un percorso che ricalcherà la traiettoria del Quianhai Mawan Mile, e attraverserà la metropoli cinese offrendo una nuova prospettiva sulla città. Il parco sopraelevato di Shenzhen Il tema del parco sopraelevato, spesso realizzato su tracciati di vie di comunicazione in disuso (pioniera fu la Highline di New York) è sempre più esplorato. Perché offre la possibilità di aggiungere verde dove non c’è, di creare nuovi punti di incontro per i cittadini, di incrementare il benessere con spazi aperti e ad esclusivo uso dei pedoni – al massimo dei ciclisti. Le metropoli cinesi non primeggiano in tema di benessere e sostenibilità, e difatti è proprio qui che oggi molte firme dell’architettura, dell’ingegneria e dell’urbanistica internazionale stanno proponendo progetti per migliorare la vita dei cittadini. Dunque il Silk Road Corridor va ad inserirsi in questo contesto, e si propone come un ‘boulevard’ che attraverserà principalmente l’area di Qianhai, il distretto degli affari di Shenzhen, e la collegherà a parchi cittadini attraverso ponti e passaggi pedonali che eviteranno ai cittadini di attraversare strade trafficate. Un percorso ininterrotto per pedoni e biciclette, per raccordare aree verdi ma anche alcuni siti culturali e di pubblico interesse della città. Ecco che la nuova ‘via della seta’ diventerà uno spazio pubblico multifunzionale. Il progetto prevede non solo lo sviluppo orizzontale, ma diversi livelli, quasi dei terrazzamenti in cui verranno create zone verdi, padiglioni, aree gioco, piccole piazze con caffè e spazi per eventi pubblici. Al momento la costruzione del progetto di Hassell è in corso, potete scoprirne i dettagli qui.
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TITOLO: La Fima al Salone del libro di Torino con i #librigreen 2018 
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OCCHIELLO: Il Salone Internazionale del Libro di Torino diventa più “verde” grazie alla FIMA, la Federazione Italiana Media Ambientali, che prenderà parte alla più importante manifestazione italiana nel campo dell’editoria (Lingotto Fiere, dal 10 al 14 maggio) con #LibriGreen, un programma di presentazioni di dieci volumi, dalla narrativa alla saggis
TESTO: Il Salone Internazionale del Libro di Torino diventa più “verde” grazie alla FIMA, la Federazione Italiana Media Ambientali, che prenderà parte alla più importante manifestazione italiana nel campo dell’editoria (Lingotto Fiere, dal 10 al 14 maggio) con #LibriGreen, un programma di presentazioni di dieci volumi, dalla narrativa alla saggistica, dedicati all’ambiente e alla sostenibilità. Mobilità, acqua, futuro green, sostenibilità della filiera editoriale: questi alcuni dei temi che saranno al centro degli incontri e dei dibattiti coordinati dalla FIMA, in collaborazione con l’Alleanza delle cooperative italiane di comunicazione, e che saranno affrontati grazie alla partecipazione di esperti provenienti dal mondo scientifico, associativo e della comunicazione ambientale. “Il Salone Internazionale del Libro è una splendida opportunità per raccontare la sostenibilità e l’importanza della comunicazione ambientale”, dichiara Marco Fratoddi, segretario generale della FIMA. “Con #LibriGreen vogliamo sottolineare il ruolo fondamentale che i libri svolgono ancora oggi nella società, veicolando saperi e conoscenze attraverso l’esperienza di tanti magnifici scrittori che vivono nel nostro Paese”. La Federazione Italiana Media Ambientali (FIMA) è stata fondata il 24 aprile 2013 durante il “Festival internazionale del giornalismo” di Perugia. Ha lo scopo di promuovere e migliorare la comunicazione ambientale, diffondere la cultura della sostenibilità, anche in collaborazione con analoghe organizzazioni di altri paesi, concorrendo in questa maniera alla tutela e valorizzazione dell’ambiente. #LIBRIGREEN 2018: IL PROGRAMMA COMPLETO Giovedì 10 Maggio ore 12.00 (Padiglione n. 3, S12 / T11) Presentazione dell’iniziativa Intervengono: Roberto Calari (Alleanza cooperative italiane di comunicazione); Pier Luigi Cavalchini (Fima Nord-Ovest); Marco Fratoddi (Segretario generale della Fima) Conduce: Emanuela Celona (giornalista, Fima) •Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, “Water grabbing” (Emi, 2018) •Andrea Poggio (a cura di), “Green mobility” (Edizioni ambiente, 2018), interviene Maria Berrini (Istituto ambiente Italia) Venerdì 11 Maggio ore 12.00 (Padiglione n. 3, S12 / T11) Conduce: Giuseppe Iasparra (Eco dalle città e Quotidiano Piemontese, Fima) •Roberto Cavallo, “La Bibbia dell’ecologia” (Elledici, 2018) •Gunter Pauli, “Le favole di Gunter Pauli” (Edizioni ambiente, 2018), interviene Andrea Pavan (Cooperativa Erica, Fima) Sabato 12 Maggio ore 12.00 (Padiglione n. 3, S12 / T11) Conduce: Sabrina Mechella (Ideegreen, Fima) •Valentina Cavanna, “Petra Kelly. Ripensare l’ecopacifismo” (Interno 4, 2017), interviene Marco Fratoddi (Weec network, Fima) •Antonio Cianciullo, “Ecologia del desiderio” (Aboca edizioni, 2018) Domenica 13 Maggio ore 12.00 (Padiglione n. 3, S12 / T11) Conduce: Beppe Rovera (giornalista Rai, Fima) • Stefano Martello e Biagio Oppi, “Disastri naturali: una comunicazione responsabile? ” (Bononia University Press, 2017), interviene Sergio Vazzoler (Amapola, Fima) •Tullio Berlenghi, “Storia del diritto ambientale” (Pe edizioni, 2018), interviene Pier Luigi Cavalchini (Cittafutura. al. it, Fima) Lunedì 14 Maggio ore 12.00 (Padiglione n. 3, S12 / T11) Conduce: Roberto Calari (Alleanza cooperative italiane di comunicazione) •Giorgio Nebbia, “Erano andati a sciare” (Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro, 2018), interviene Mario Salomone •Alessandro Hellmann, “Il fiume rubato. Il caso Acna e un secolo di resistenza contro la morte” (Les éditions Timbuctu, 2018), interviene Lucetta Paschetta (Legacoop Piemonte)
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TITOLO: Torna il Food Sustainability Media Award 
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OCCHIELLO: I paradossi del nostro sistema alimentare sono sotto gli occhi di tutti. Attualmente per ogni persona malnutrita nel mondo ce ne sono due che sono obese, un terzo del raccolto dei cereali viene utilizzato per dar da mangiare agli animali o per produrre biocarburanti, nonostante l’emergenza della fame sia tornata a crescere, e quotidianamente si s
TESTO: I paradossi del nostro sistema alimentare sono sotto gli occhi di tutti. Attualmente per ogni persona malnutrita nel mondo ce ne sono due che sono obese, un terzo del raccolto dei cereali viene utilizzato per dar da mangiare agli animali o per produrre biocarburanti, nonostante l’emergenza della fame sia tornata a crescere, e quotidianamente si sprecano 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, quando solo un quarto basterebbe a sfamare gli 815 milioni di persone malnutrite nel mondo. Appare dunque cruciale assumere scelte sempre più sostenibili in materia di cibo, agricoltura e nutrizione, soprattutto in quest’epoca di forti cambiamenti climatici. E’ appunto con questo obiettivo che nasce il Food Sustainability Media Award, arrivato alla seconda edizione, e realizzato dal Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) insieme alla Fondazione Thomson Reuters, come chiarisce Guido Barilla, Presidente BCFN: "Sin da subito, BCFN ha lavorato per sensibilizzare e porre l’attenzione sui problemi del sistema alimentare e della sua sostenibilità. Ora è giunto il momento di un cambio di passo: dobbiamo coinvolgere maggiormente le persone e trovare soluzioni possibili per combattere i nostri paradossi alimentari, e i media hanno un ruolo chiave da svolgere in questo”. Si tratta di un premio destinato a giornalisti, blogger e freelance, sia per lavori inediti sia già pubblicati, e saranno premiati i contenuti che denunciano e propongono soluzioni per combattere la coesistenza di fame e obesità o lo spreco alimentare e lo sfruttamento della Terra. Il Food Sustainability Media Award si divide, per la nuova edizione, in due categorie: giornalismo scritto e multimedia – includendo in questo termine video (corti e animazioni), audio e foto. Proprio gli audio, come ad esempio i programmi e servizi radiofonici, entrano a far parte della possibile galassia delle candidature al premio. Per ogni categoria sarà premiato un lavoro inedito e uno già pubblicato. Inoltre, tutti i lavori finalisti saranno automaticamente candidati per la categoria “Best of the web”, scelta direttamente dal pubblico. Proprio facendo leva sulla forza dei media, il premio si propone di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione della sostenibilità alimentare, coinvolgendo una platea che sia il più ampia possibile ed internazionale. “Rendere il nostro sistema alimentare più sostenibile è cruciale, soprattutto davanti ai cambiamenti climatici, che stanno diventando sempre più evidenti. È un obiettivo che tutti dobbiamo raggiungere: per farlo dobbiamo essere pienamente consapevoli del problema e per questo il buon giornalismo diventa essenziale” ha dichiarato Monique Villa, amministratore delegato della Fondazione Thomson Reuters. “Con questo premio vogliamo riconoscere il valore di quei giornalisti che propongono sfide e soluzioni – se possibile – che possono essere applicate nella vita quotidiana in modo semplice ed efficace”. I vincitori premiati per un lavoro già pubblicato riceveranno un premio di € 10.000. I vincitori che presenteranno lavori inediti e il vincitore della categoria “Best of the web” riceveranno invece come premio un viaggio, per partecipare a un corso di media training sulla sostenibilità alimentare organizzato dalla Fondazione Thomson Reuters. Inoltre, i lavori inediti dei vincitori verranno pubblicati sui siti della Fondazione Thomson Reuters e della Fondazione BCFN, oltre a essere distribuiti attraverso l’agenzia di stampa di Reuters che conta circa un miliardo di lettori. Per presentare i lavori c’è tempo fino al 31 maggio 2018 attraverso il sito web del Food Sustainability Media Award .
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