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LE NOTIZIE DAL GIORNO Friday 19 November 2021 AL GIORNO Friday 26 November 2021 SU: animali




TITOLO: Morta elefantina di Sumatra: aveva perso metà della proboscide in una trappola dei bracconieri
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OCCHIELLO: L'animale aveva perso metà della sua proboscide in una trappola tesa dai bracconieri. L'intervento chirurgico e le cure non sono riuscite a salvarla
TESTO: Una cucciola di elefante di un anno è morta a Sumatra pochi giorni dopo aver subito l'amputazione di metà della proboscide, resasi necessaria per le gravi ferite causate da una trappola. L'animale era stato trovato solo, nel distretto di Aceh Jaya, in Indonesia, e consegnato al dipartimento provinciale di conservazione (Bksda). «Purtroppo non siamo riusciti a salvarlo. Le ferite gravissime si erano già infettate» ha commentato Agus Arianto, direttore della Aceh Natural Resources Conservation Agency, l'agenzia territoriale che si occupa di salvaguardia animale, stimando in non più di 500 gli esemplari di elefanti di Sumatra (Elephas maximus sumatrensis) rimasti allo stato selvaggio in quel territorio. «Abbiamo fatto del nostro meglio», ha aggiunto Arianto, chiarendo come sia in corso un’autopsia da parte di un team di veterinari «per determinare le cause della morte. Abbiamo dovuto amputare metà della proboscide, era un’operazione rischiosa, di vita o di morte. Sembrava che il cucciolo si fosse ripreso dopo l’intervento (avvenuto il 15 novembre scorso, ndr), invece la situazione è peggiorata improvvisamente a causa di alcune infezioni sopravvenute». Gli ambientalisti spiegano come anche la pandemia di Covid-19 abbia portato a un aumento del bracconaggio a Sumatra, dove gli abitanti dei villaggi si dedicano alla caccia di questi animali per motivi economici. L’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) ha elevato lo status dell’elefante di Sumatra da «minacciato» a «gravemente minacciato» nella sua «Lista rossa» del 2012, principalmente a causa di un significativo calo della popolazione, come indicato dalla perdita di oltre il 69% del suo potenziale habitat negli ultimi 25 anni. Tra le cause di questa strage oltre alla caccia del pregiato avorio da parte dei bracconieri, poi rivenduto al mercato nero, si trovano anche il conflitto tra questi animali e allevatori e agricoltori della zona e la distruzione del loro habitat, trasformato in piantagioni per l’olio di palma.
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TITOLO: Mufloni del Giglio, Brambilla: «Il governo fermi la mattanza»
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OCCHIELLO: Una petizione promossa dal comitato «Save Giglio» ha raccolto in breve tempo quasi 5 mila firme. L’ex ministro: «MI sembra che più che riportare l’habitat alle caratteristiche originali, si voglia dar sfogo alle doppiette»
TESTO: «Non si vede – prosegue l’on. Brambilla - come 25-40 esemplari totali in un’area di oltre 2.100 ettari possano provocare problemi: di fatto è difficile anche solo vederli, i mufloni, e molti gigliesi non ne hanno mai incontrato uno». «Per tutte queste ragioni – afferma la parlamentare - le attività del progetto “Let’s go Giglio”, che comprende anche l’estirpazione di una pianta, il fico degli Ottentotti, la diradazione di alcune pinete, la cattura di conigli e la rimozione della tartaruga Trachemys scripta, dovrebbero cessare subito. Già alcuni mufloni sono stati presi con i lacci e muniti di radiocollare per fare da guida ai cacciatori che dovrebbero eliminare gli altri. Una femmina è morta, altri animali rischiano di rimanere feriti. Con tutti i soldi spesi finora per fare queste operazioni, anzi, con molto meno, si potevano sterilizzare gli animali. Purtroppo ho l’impressione che dietro l’insistente pretesa di ripristinare la presunta “purezza originaria” di un habitat (allora perché non puntare direttamente sul Giardino dell’Eden? ) i dirigenti del Parco abbiano più che altro la voglia di dar libero sfogo alle doppiette, di predisporre l’ennesimo “tiro a segno” a spese della fauna selvatica, che invece va rispettata e tutelata. In primis da un ente Parco. Anche se vi fossero valide ragioni per eliminare i mufloni del Giglio, e non ve ne sono, esistono comunque metodi diversi dalle solite fucilate. Ma gli amici dei soliti noti concepiscono solo quelle».
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TITOLO: La storia di Jack, il cane del soccorso alpino che è stato avvelenato con il lumachicida
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OCCHIELLO: La notizia arriva dal Friuli Venezia Giulia. L'animale si è sentito male dopo una passeggiata. Adesso è intubato all'ospedale veterinario di Padova
TESTO: A raccontare la storia è un post del Cnas stesso che invita tutti a «portate estrema attenzione ai vostri amici a quattro zampe quando li portate in giro». «Ieri - si legge - l’australian kelpie Jack, una delle nostre preziose Unità cinofile, è stato avvelenato a causa di alcune esche velenose, mascherate da bocconcini prelibati, nella zona di Chialina di Ovaro. Una corsa contro il tempo dalla Carnia fino all’ospedale veterinario di Padova, dopo che il padrone ha notato, fin dalla tarda mattinata, alcuni comportamenti anomali della bestiola e ha sospettato un avvelenamento».
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TITOLO: Il paradosso della farina di pesce: dalle coste del Senegal alle nostre tavole
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OCCHIELLO: Reportage tra le industrie della farina di pesce in Africa, il componente base dei mangimi per gli allevamenti europei
TESTO: Secondo dati Eurostat e Trase, nel 2020 il Senegal ha esportato in Europa 582 tonnellate di farina di pesce (1 milione di euro), in particolare in Danimarca, Italia e Lituania. La Mauritania ha esportato in Europa 8mila tonnellate di farina di pesce (10.3 milioni di dollari). Sia Senegal che Mauritania esportano quantità molto maggiori di farina di pesce verso l’Asia, in particolare verso Cina e Vietnam. Il principale esportatore di farina di pesce verso l’Europa è il Marocco (46,5 milioni di tonnellate nel 2020 per un valore di 52,2 milioni di dollari). Secondo uno studio dell’Università della Florida sono necessari tra i 4 e i 5 chili di pesce per produrre un chilo di farina di pesce. Farina e olio di pesce sono un ingrediente dei mangimi usati in diversi tipi di allevamento, in particolare in acquacoltura, in percentuali che variano in base al tipo di pesce allevato. Secondo un’elaborazione di Compassion in World Farming basata su dati del governo Scozzese, sono necessari «54-125 pesci per produrre le farine usate in media per un salmone Atlantico». Green Deal Con il Maritime, Fisheries and Aquaculture fund l’Europa ha stanziato per il 2021-2027 un budget di 6.1 miliardi di euro, di cui circa un terzo per lo sviluppo dell’acquacoltura. «Le emissioni per produrre cibo con l’acquacoltura sono molto minori rispetto ad altre produzioni», afferma Vivian Loonela, portavoce della commissione Ue per il Green Deal e il settore ittico. «Per questo incoraggiamo i Paesi ad essere più intraprendenti verso l’acquacoltura». Riguardo al pericolo legato ai mangimi di incentivare la pesca eccessiva in Africa, la portavoce risponde che «ci occupiamo molto anche della protezione della biodiversità e degli ecosistemi». Andrea Doglioli è ricercatore dell’Istituto Mediterraneo di Oceanografia con sede a Marsiglia e in passato ha studiato l’impatto di alcuni allevamenti di orate in Italia. «I miei grossi dubbi riguardano l’acquacoltura tipica Italiana ed Europea, in cui si allevano pesci predatori come il salmone in Nord Europa o nel Mediterraneo il branzino», afferma. Secondo Doglioli «il grosso rischio è mantenere diseguaglianze a livello globale». «Forse bisognerebbe ragionare in termini di Green Deal, di acquacoltura sostenibile, da un punto di vista globale. E quindi l’allevamento di pesci carnivori secondo me è difficilmente qualcosa che potrebbe entrare veramente in un Green Deal». Articolo realizzato con il progetto ONE EARTH con il supporto del Earth Journalism Network di Internews
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TITOLO: Abbandonato in autostrada, il pastore tedesco Junio è stato adottato dall'uomo che lo ha salvato
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OCCHIELLO: L'animale è stato soccorso martedì pomeriggio da un automobilista e dalla polizia stradale lungo l'A1 Milano-Napoli, nei pressi dello svincolo di Pomigliano-Villa Literno. Privo di chip, ha subito trovato una nuova casa
TESTO: Al momento ignota l'identità dell'autore del reato, punibile ai sensi dell'articolo 727 del codice penale. Una volta affidato dalle forze dell'ordine a un'associazione per la tutela degli animali, infatti, il cane è risultato privo di microchip. Ma tutto è bene quel che finisce bene, perché il quattrozampe ha subito trovato una nuova casa: quella dello stesso Calovolo, che nel frattempo aveva espresso al 112 il desiderio di adottarlo. Lo ha raccontato lui stesso su Facebook, commentando il post che la Questura di Napoli ha dedicato alla vicenda: «Ora si chiama "Junio" – si legge –, è stato visitato con cura, ha il microchip intestato a mio nome, abita a Napoli in un bellissimo palazzo a Chiaia, è amato, protetto e tra circa 70 giorni si trasferirà a Capri con noi, essendo già parte della nostra famiglia». Il testo poi prosegue: «Strana la vita: se fossi arrivato dieci minuti prima o dopo rispetto a quando si è stancato di correre in corsia di sorpasso e mi è saltato in braccio, io adesso non potrei vivere questa felicità e quel senso di stupenda responsabilità che comporta prendersi cura di lui».
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TITOLO: Gli albatro «divorziano» sempre più spesso. Ed è colpa del cambiamento climatico
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OCCHIELLO: Lo studio della Royal Society su questi animali, conosciuti per essere monogami e fedeli: a spingere la loro separazione la maggiore difficoltà a procurarsi il cibo
TESTO: Anche le coppie di albatri vanno in crisi. A far vacillare i rapporti tra questi grandi uccelli marini — appartenenti alla famiglia dei Diomedeidi e resi famosi da Charles Baudelaire — non sono, però, stress o «semplici» litigi. Questi animali sono, infatti, conosciuti per essere monogami e fedeli: in condizioni normali, si legge sul Guardian, soltanto l'1-3% di loro si separerebbe dal partner scelto. A mettere in difficoltà i rapporti tra albatri è il cambiamento climatico che costringe gli animali a spostarsi sempre di più alla ricerca di cibo, allontanandosi per lunghi periodi dal partner. Una scoperta illustrata in uno studio sulla rivista The Royal Society, che arriva da una ricerca durata 15 anni su una popolazione selvatica delle Isola Falkland di circa 15.550 esemplari di albatri dal sopracciglio nero (Thalassarche melanophrys Temminck), quelli più diffusi e comuni. I ricercatori delle università di Lisbona, del Montana e dell'Exeter, insieme a quelli dell'Istituto di ricerca ambientale del Sud Atlantico e del Centro di scienze marine e ambientali del Portogallo, hanno messo in luce come «le condizioni ambientali difficili possono interrompere i processi di riproduzione, facendo separare alcune coppie che altrimenti sarebbero rimaste insieme». Una coppia incapace di dare vita a un pulcino «è più soggetta alla possibilità di separazione. Un’eventualità che aumenta con la diminuzione del cibo a disposizione della specie», spiega Francesco Ventura, ricercatore presso l’Università di Lisbona e coautore dello studio (qui la ricerca integrale). In genere, un motivo per la rottura dei legami tra albatri è rappresentato dal mancato concepimento di prole. E, come spiega anche la Bbc, quello che ha stupito i ricercatori è stato, invece, notare come lo stress causato dalla carenza di pesci e dalle più faticose battute di caccia portasse alla separazione dell’8% delle coppie. La popolazione degli albatri di sta riducendo drasticamente – del 5-10% ogni anno – ed è per questo che la Royal Society ha deciso di approfondirne tutte le cause, oltre a quelle già note della cattura nelle reti da traino dei pescherecci. Qui l'approfondimento: «Fedeli per natura», ecco gli animali che scelgono di stare per sempre in due.
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