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LE NOTIZIE DAL GIORNO Wednesday 25 March 2020 AL GIORNO Wednesday 01 April 2020 SU: cronaca




TITOLO: Coronavirus, la Procura apre un’inchiesta sui contagi all’Istituto Palazzolo-Don Gnocchi
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OCCHIELLO: Indagine aperta dopo la denuncia di 18 lavoratori, quasi tutti positivi al coronavirus. I reati ipotizzati sono quelli di diffusione colposa dell’epidemia e altri in materia di sicurezza del lavoro: «Tenuti nascosti i numeri dei contagi»
TESTO: Gli avvocati dell’istituto, i legali Antonello Martinez e Stefano Toniolo, hanno spiegato, invece, che «rispetto all’utilizzo delle mascherine da parte degli operatori sanitari sono stati adottati, già dal 24 di febbraio, da parte di tutti i centri di Fondazione Don Gnocchi, ivi compreso l’Istituto Palazzolo di Milano, provvedimenti operativi che hanno recepito i protocolli dell’Istituto Superiore della Sanità e dell’Oms». «Non corrisponde al vero - hanno detto i legali - e costituisce grave ed infondata accusa, che detti provvedimenti abbiano impedito agli operatori sanitari l’utilizzo delle mascherine “per non spaventare l’utenza”». I dati della «positività degli operatori, triste e fisiologica conseguenza dell’attuale pandemia, sono stati trattati, sotto ogni profilo, in linea con la normativa sulla privacy e nel pieno rispetto delle direttive sanitarie in essere. Costituisce pertanto affermazione assurda e destituita da ogni fondamento giuridico e fattuale - hanno scritto i legali Martinez e Toniolo - che sarebbero stati “tenuti nascosti moltissimi casi di lavoratori contagiati”».
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TITOLO: Coronavirus, il ginecologo che fa il volontario nel reparto Covid: «Umiltà e lavoro, imparo dagli infermieri»
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OCCHIELLO: Giuseppe Grosso, 53 anni, si è messo a disposizione al Papa Giovanni XXIII di Bergamo. «Per sicurezza ho ripetuto tre volte il corso di preparazione. I pazienti sono esausti: come avessero trascinato pesi per ore»
TESTO: Deve. «Io quel corso l’ho fatto tre volte. Per senso di responsabilità. Mi sono sentito più sicuro. Al corso ho scoperto il mio mito, un infermiere che si chiama Fiorenzo e che sa tutto, ma proprio tutto, su come funzionano gli strumenti per far arrivare l’ossigeno ai pazienti. Conosce anche il più piccolo dettaglio tecnico, un gigante». E dopo tre giri di corso si è sentito sicuro? «Beh, di certo mastichi meglio la materia. Quel genere di argomenti si studiano in fisiologia e io fisiologia l’ho studiata più di trent’anni fa. La frequenza respiratoria, per dire, in ginecologia non è argomento quotidiano. Sono molto poche le cose comuni fra il mio reparto e quello che sto facendo adesso. Ma sono un medico e quindi so da dove partire». La situazione è migliorata con il passare dei giorni? «Molto, sì. Credo che se non sei del settore serva una buona dose di umiltà per fare esperienze come questa. Io la prima sera di turno sono arrivato qui quattro ore prima e ho seguito in silenzio colleghi e infermieri che lavoravano, come un medico alle prime armi che fa il giro con i colleghi più grandi». Com’è andata la prima notte? «Bene, ero con altri colleghi extra-reparto come me. Hanno avuto l’accortezza di metterci in un settore con malati meno gravi. Vorrei fosse chiaro che abbiamo sempre uno pneumologo da chiamare nel caso ce ne sia bisogno». Lei ne ha uno di riferimento? «Sì. Si chiama Antonella, pneumologa. Si impegna senza limiti, anche nella pazienza che ha quando le chiedi di spiegarti una cosa. Ripete finché non è tutto chiaro, senza mai perdere la calma. È la mia maestra ideale». È nel reparto covid da due settimane ormai. «Sì, e non c’è paragone rispetto a quella prima notte. Ho acquisito sicurezza ma non abbasso mai la guardia e continuo a osservare il lavoro dei colleghi pneumologi e degli infermieri». Ha visto pazienti morire? «Sì. La morte qui purtroppo è quotidiana. In terapia intensiva i pazienti sono addormentati. Qui sono persone quasi mai sedate, consapevoli di avere a che fare con un nemico duro da sconfiggere. Li vedi con le facce stravolte, sotto i caschi. Hanno sempre l’aspetto di persone esauste, come se avessero trasportato pesi sulle spalle per ore e ore. L’altro giorno ho ricoverato un 27enne, ci sono persone di 50, 40 anni. Sono terrorizzati, magari due ore prima erano a casa a bere un caffè e all’improvviso si ritrovano a non saper respirare. ..». Quest’emergenza ha cambiato secondo lei il ruolo medico-infermiere? «Non so cosa risponderebbero i colleghi della pneumologia ma per quel che mi riguarda posso dire che qui ci sono infermieri che ne sanno senz’altro più di me, quantomeno nelle questioni tecniche. Ho deciso che quando finirà la crisi qui a Bergamo andrò ad aiutare i colleghi nella mia città, a Messina, se ne avranno bisogno. E ho proposto a Fiorenzo, l’infermiere, di venire con me. Quando mi ha detto “d’accordo” gli ho risposto: guarda che non scherzo. E lui: neanche io. Insomma: nelle situazioni di emergenza come questa si creano legami veri, si vedono vere professionalità… Mi viene in mente un altro episodio. Lo vuol sentire? » Prego. «L’altro giorno ha chiamato un medico di base per un problema con un suo paziente. Voleva parlare con un dottore e gli hanno passato me. Io gli ho premesso che non sono uno pneumologo ma che avrei fatto questo e quest’altro. ..Mentre parlavo col medico però guardavo l’infermiere che avevo davanti a me e lui annuiva per dirmi che sì, stavo dicendo bene. Ho chiuso la chiamata e gli ho chiesto: come sono andato? E lui: bene dottore, bene. Sembra uno di noi. Per me è stato un grandissimo complimento».
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