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LE NOTIZIE DAL GIORNO Wednesday 18 November 2020 AL GIORNO Wednesday 25 November 2020 SU: cronaca




TITOLO: Dal Medioevo alla pandemia di Covid: il ritorno del termine «coprifuoco»
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OCCHIELLO:
TESTO: 1. Divieto di uscire di casa in determinate ore, generalmente notturne, imposto alla popolazione per motivi di ordine pubblico. 2. Anticamente, usanza di spegnere alla sera i fuochi di casa per evitare incendi notturni e segnale dato in tal senso ai cittadini. La parola “coprifuoco”, spesso associata (in modo errato) al termine inglese lockdown, è tornata di moda in questi ultimi mesi durante la pandemia, associata ai provvedimenti messi in atto dai governi di tutta Europa (e non solo) per contrastare il Covid. Ma perché si parla di fuoco, l’elemento rubato dal titano Prometeo agli dei e donato agli uomini? E perché serve “coprirlo” per evitare il diffondersi del virus? Non è la prima volta che come Poche Storie andiamo indietro nel tempo per raccontare l’origine di una parola (qui la sezione dedicata all’origine di alcuni vocaboli, da “Censimento” a “Emoscambio”), e anche questa volta ci siamo messi alla prova. Il divieto di uscire durante le ore serali e notturne non è una cosa nuova. Anzi, risale addirittura al Medioevo quando, in molte città, per prevenire incendi accidentali, veniva imposto lo spegnimento di ogni fiamma, sia per il riscaldamento che per l’illuminazione, durante le ore notturne. Il primo a utilizzare il termine (almeno fino a dove siamo riusciti a risalire…) fu Guglielmo il Conquistatore, nel 1068. Il termine utilizzato, in questo caso, era “curfew”. Il re, vincitore della battaglia di Hastings (14 ottobre 1066), impose lo spegnimento di tutti i fuochi nelle città inglesi al rintocco delle campane delle otto di sera. Obiettivo? Evitare lo scoppio di incendi creati dai focolai lasciati incustoditi durante la notte, dato che la maggior parte delle abitazioni erano allora costruite non in mattoni ma in legno. La norma venne abolita da Enrico I, quarto figlio di Guglielmo I, anche se nel tempo – in alcuni paesini della Gran Bretagna – è rimasta l’usanza di suonare le campane alle otto di sera. In Inghilterra il coprifuoco è tornato a “far parlare di sè” nel 1918 quando il Board of Trade chiese e ottenne dal Parlamento – in un’ottica di risparmio di gas e elettricità – la chiusura di ristoranti, locali da ballo e intrattenimento alle 21.30. Da allora ordini simili sono stati emessi e applicati durante periodi di guerra o disordini civili, come dalle autorità militari britanniche in Irlanda all’inizio degli anni ’20, dall’esercito degli Stati Uniti durante il periodo dell’internamento dei nippo-americani nella Seconda guerra mondiale e dai governi di tutto il Medio Oriente durante la Primavera Araba. In Francia, invece, al “couvre-feu” è legato un divertente aneddoto (qui la storia del termine riportata da Le Figaro). Siamo nel 1940, in un momento in cui una parte del Paese era occupata dalle truppe di Hitler. Di cosa parliamo? Ancora oggi i francesi usano un modo di dire che a noi italiani dice poco – “se faire appeler Arthur” (farsi chiamare Arturo) – che vuol dire “farsi riprendere” per un comportamento sbagliato. Perché venne scelto proprio il nome Arthur, e non quello di Martin o Julien o, ancora, Emmanuel, come quello di battesimo dell’attuale presidente Macron? L’espressione risale proprio agli anni del Secondo conflitto mondiale, quando i nazisti urlavano a quanti incontravano in strada dopo l’ora del coprifuoco (le 20, per evitare che le luci della città fornissero punti di riferimento dell’aviazione alleata) “acht hur” (“sono le otto in punto”). Un suono che molti scambiarono/traslitterarono con un più semplice “Arthur”. In seguito, nell’ottobre 1961, sarebbe stato il prefetto di Parigi, Maurice Papon, a reintrodurre il coprifuoco, ma solo per i 150mila “francesi musulmani d’Algeria” (FMA) residenti a Parigi.
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TITOLO: Coronavirus, le ultime notizie dall’Italia e dal mondo sul Covid-19
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OCCHIELLO: Gli aggiornamenti sul coronavirus di oggi, venerdì 20 novembre
TESTO: Ore 17.1o - In Francia rinviato ufficialmente il Black Friday di una settimana Al termine di una riunione avvenuta al ministero dell’Economia di Parigi è stato deciso ufficialmente di posticipare il Black Friday in Francia di una settimana, al 4 dicembre. La condizione è che i negozi possano riaprire il 27 novembre. «I rappresentanti della grande distribuzione, del commercio e del commercio online si sono impegnati a rinviare di una settimana le operazioni promozionali del Black Friday», si legge in un comunicato diffuso dal ministero. Ore 17.02 - Locatelli (Css): si conferma decelerazione, strategia funziona «Si conferma la decelerazione della curva di trasmissibilità che si iniziava a vedere la scorsa settimana. La strategia diversificata di misure» anti-Covid in base alla situazione epidemiologica «ha avuto dimostrazione di efficacia». Lo ha detto il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli, in conferenza stampa al ministero della Salute sull’analisi dei dati del monitoraggio regionale della Cabina di regia. Ora però occorrono «nervi saldi. Questi indicatori di decelerazione della curva devono incentivare ad essere ancora più rigorosi, continuando con le misure fino a un Rt sotto 1. Questo è uno spiraglio che si apre, ma non una ragione per deflettere - ammonisce Locatelli -. L’estate scorsa abbiamo fatto l’errore di pensare che fosse tutto alle spalle, evitiamo di ripetere questo errore». Ore 16.56 - Rezza (Iss): «Sofferenza servizi sanitari durerà settimane»«Si conferma un rallentamento, ma con un’incidenza ancora molto elevata, siamo a oltre 700 casi per 100mila, quest’estate eravamo sui 10-15. Purtroppo anche con la diminuzione dell’Rt la sofferenza dei servizi sanitari potrà durare ancora settimane. Da un lato vediamo uno spiraglio, ma gli indici di occupazione posti letto e terapie intensive non sono sicuramente positivi, e questo potrà durare a lungo». Lo ha detto il Direttore Generale della Prevenzione del Ministero della Salute, Gianni Rezza, al punto stampa sull’analisi dei dati del monitoraggio regionale. Ore 16.54 - Fauci (Usa): «La velocità di sviluppo dei vaccini non ne ha compromesso la sicurezza»I dati dei due vaccini di Pfizer e Moderna sono «affidabili» e la velocità con la quale sono stati sviluppati «non ha compromesso la loro sicurezza e la loro integrità scientifica»: lo afferma Anthony Fauci, il massimo esperto di malattie infettive negli Stati Uniti e membro della task force anti-Covid della Casa Bianca. «I risultati ottenuti - ha spiegato Fauci - sono la conseguenza dello straordinario progresso scientifico fatto su questo tipo di vaccini che ci ha permesso in pochi mesi di fare cose per le quali finora ci volevano anni». Fauci ha anche allontanato le preoccupazioni legate ad una eventuale politicizzazione dei vaccini: «I dati sono stati valutati da un gruppo indipendente di esperti senza alcun legame né con l’amministrazione, né con me, né con le società farmaceutiche». Ore 16.52 - Aifa rivaluta il ruolo del Remdesivir nella terapia La commissione tecnico scientifica dell’Aifa, «riunita in seduta permanente, sta rivalutando il ruolo del Remdesivir nella terapia contro Covid e formulerà nuove raccomandazioni e/o disposizioni la prossima settimana per possibili restrizioni d’uso». Lo si legge in una nota, in cui si spiega che l’Agenzia italiana del farmaco «prende atto con estremo interesse della linea guida dell’Organizzazione mondiale della sanità appena pubblicata da The British Medical Journal, che formula espressamente una raccomandazione negativa sul Remdesivir. Ore 16.50 - Già 83mila test di massa in Alto Adige Dalle ore 8 alle 16, complessivamente 82.970 altoatesini hanno già partecipato allo screening di massa, in programma fino a domenica in Alto Adige: 1.256 persone, che si sono sottoposte al test con il tampone rapido, sono risultate positive. Per loro scattano 10 giorni di quarantena. I dati sono stati forniti dall’assessore alla Sanità Thomas Widmann, che ha evidenziato «qualche problema di partenze e ritardi nella comunicazione dell’esito». Ore 16.47 - Lazio, 2.667 casi e 41 mortiDiminuiscono i nuovi positivi al Covid nel Lazio. «Oggi, su quasi 27mila tamponi, si registrano 2.667 casi», rende noto l’assessore alla Sanità regionale, Alessio D’Amato. Ieri i nuovi positivi erano stati 2.697 su oltre 27mila tamponi eseguiti. Si riduce anche il numero dei morti: oggi sono 41 a fronte dei 61 di ieri. Ore 16.44 - Brusaferro (Iss): «L’epidemia si mantiene a livelli critici»«L’epidemia si mantiene a livelli critici sia per l’incidenza sia perché le strutture assistenziali sono molto impegnate». Così il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, durante la conferenza stampa al Ministero della Salute, commentando il nuovo monitoraggio dell’Rt. Brusaferro ha — però — voluto sottolineare il rallentamento della curva dei contagi. «Ci troviamo — ha chiarito — in una situazione in cui, in alcune regioni, decresce il numero dei positivi, in cui l’indice Rt è sotto l’uno e in cui si riduce il numero dei focolai». Ore 15.40 - De Luca: Difficile che le scuole riaprano il 24 novembre«Hanno istituito la zona rossa, ma a parte qualche chiusura di negozi, qualcuno in Italia può dire seriamente che qui abbiamo la zona rossa? Diciamo che in Campania abbiamo istituito la zona rosé, fiorin fiorello, l’amore è bello vicino a te». Così il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che nella sua diretta Facebook sottolinea che la curva dei contagi «discende, ma il Governo non c’entra, è merito delle misure prese da noi nelle scorse settimane». Quanto alle scuole, il governatore ha dichiarato che difficilmente potranno riaprire il 24 novembre: «Quella del 24 era una previsione ma non apriremo nulla se non abbiamo la sicurezza dal punto di vista epidemiologico». Qui l’approfondimento con le dichiarazioni di De Luca. Ore 15.30 - Salgono a 204 i medici morti in Italia. Due dottori di famiglia le ultime vittimeSi aggrava il bilancio dei medici vittime di Covid-19 in Italia. Salgono a 204 i nomi nell’elenco dei «medici caduti» aggiornato dalla Federazione nazionale Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnoceo). Gli ultimi due camici bianchi ricordati sul sito sono i medici di medicina generale Edgardo Milano e Stefano Brando. Ore 15.29 - Svezia, nuovo record di contagiLa Svezia ha registrato oggi un record di 7.240 nuovi casi di Covid, secondo le statistiche dell’Agenzia della Salute. Ben oltre il precedente massimo di 5.990 casi giornalieri registrato all’inizio di questo mese. Il Paese ha registrato 66 nuovi decessi, portando il totale a 6.406. 15.26 - Decreto Ristori: al via oggi le domande per i contributi a fondo perdutoDa oggi, e fino al 15 gennaio 2021, è possibile inviare le domande di accesso ai contributi a fondo perduto previsti dai decreti «Ristori» e «Ristori bis» per i contribuenti che non avevano presentato l’istanza al precedente contributo previsto dal decreto «Rilancio». Lo comunica l’Agenzia delle Entrate, ricordando che, per chi aveva già presentato la domanda la scorsa primavera, infatti, l’accredito delle somme sul conto corrente avviene in maniera automatica. Ore 15.24 - Austria annuncia test di massa Il governo austriaco ha annunciato un programma di test di massa del Covid con l’obiettivo di «spezzare le catene del contagio» ed evitare nuovi lockdown. In questo paese di 8.9 milioni di abitanti, sono stati ordinati sette milioni di test rapidi per la ricerca dell’antigene. L’operazione verrà condotta in due fasi in dicembre, seguite da una terza in gennaio. «Pochi minuti di test potranno evitare settimane di lockdown nel Paese», ha detto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz. «Potremo individuare rapidamente un alto numero di persone infette e rompere le catene di contagio». Ore 15.12 - Monitoraggio settimanale a cura di Iss: 18 regioni sopra la soglia critica di ricoveri. Valori medi Rt tra 1 e 1,25 L’indice di trasmissibilità Rt calcolato sui casi sintomatici è pari a 1,18. Si riscontrano valori medi di Rt tra 1 e 1,25 nella maggior parte delle Regioni e province autonome italiane; da questa settimana in alcune Regioni e provincie autonome il valore di Rt stimato è inferiore a 1. Lo rivela la bozza del monitoraggio a cura di Iss e ministero della Salute (qui il report completo). Al 17 novembre, 18 Regioni avevano superato almeno una soglia critica in area medica o Terapia intensiva. Se si mantenesse l’attuale trasmissibilità, quasi tutte le Regioni e provincie autonome hanno una probabilità maggiore del 50% di superare almeno una di queste soglie entro un mese. L’aumento continuo delle persone con Covid-19 ricoverate negli ospedali implica un’inevitabile erosione delle risorse per l’assistenza ai pazienti con altre malattie.
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TITOLO: Violenza sulle donne, con il lockdown salite le richieste d’aiuto. Ma i centri sono senza fondi
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OCCHIELLO: Tra marzo e giugno 2020 sono raddoppiate le chiamate al numero antiviolenza 1522. Ma le Regioni non hanno ancora erogato il 90% dei fondi del 2019 per le strutture che aiutano le vittime. E quelli del 2020 non sono ancora stati stanziati
TESTO: Durante la prima settimana di lockdown, a marzo, il cellulare per le emergenze del Centro contro la violenza sulle donne Roberta Lanzino di Cosenza non ha mai squillato. «Era un silenzio assordante: abbiamo capito subito che la situazione era così difficile per le vittime che non riuscivano neppure a fare una telefonata» racconta Chiara Gravina, una delle avvocate del Lanzino. «Poi ha squillato e abbiamo avuto la dimensione della nostra impotenza», aggiunge. A chiamare era una donna che era dovuta fuggire da casa perché rischiava la vita. «Era nella piazzola di un distributore di benzina e non sapeva dove andare. Le strutture di prima accoglienza, a causa del lockdown, non potevano far entrare nuove ospiti. Il nostro centro era chiuso alle persone esterne. Gli spostamenti tra comuni erano vietati. Dopo un pomeriggio al telefono con case rifugio e forze dell’ordine siamo riuscite ad accordarci con la questura ed è andata lì. Ma una volta arrivata abbiamo perso tutti i contatti» spiega. È un problema, perché il percorso per uscire dalla violenza è complesso e le donne hanno bisogno di un sostegno integrato — psicologico, legale, a volte medico, spesso di inserimento al lavoro — che solo l’assistenza continuativa dei centri riesce a dare. Non è un caso isolato. Secondo il rapporto 2020 di ActionAid sul sistema antiviolenza in Italia, le richieste di aiuto al numero antiviolenza 1522 tra marzo e giugno 2020 sono state 15.280, più del doppio che nello stesso periodo del 2019 (+119,6%). Le donne chiuse in casa erano ancora più esposte agli abusi degli uomini maltrattanti. Ma i cronici ritardi nei finanziamenti e la mancanza di un coordinamento tra le istituzioni sui territori hanno reso ancora più difficile il lavoro dei centri: molti, ha rilevato ActionAid, sono stati costretti a sospendere gli stipendi delle operatrici e a cercare fondi esterni per comprare mascherine e guanti (distribuiti solo in pochissimi casi dalle istituzioni locali). Non hanno avuto la possibilità di accedere ai tamponi necessari per far entrare le donne nei rifugi, si sono trovati senza spazi adeguati per le quarantene cautelative delle donne e dei bambini soccorsi e hanno dovuto pagare extra bed & breakfast e alloggi per le vittime che avevano bisogno di protezione immediata dagli uomini violenti. «Noi accogliamo molte donne in emergenza: di norma stanno da noi una settimana e poi vengono trasferite in strutture specifiche. Ma è diventato e tuttora è tutto molto più difficile, perché c’è la quarantena cautelativa e tutti i percorsi si sono allungati, compresi quelli giudiziari e l’assistenza dei servizi sociali per i figli. Anche il codice rosa, il triage nei pronto soccorso per le possibili vittime di violenza, che permette di ricoverarle in ospedale per 24 ore in attesa di trovare una struttura di accoglienza, è messo in difficoltà dalla crisi sanitaria» dice Cristina Rubagotti, operatrice del centro Cadom Monza. Il 21 marzo il Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri ha stabilito che le spese in più dovute all’epidemia sarebbero state a suo carico. E il ministero dell’Interno ha chiesto a tutti i prefetti di individuare ed eventualmente requisire delle strutture, una sorta di hotel Covid per la quarantena preventiva, che funzionassero da cuscino tra la presa in carico in emergenza delle vittime e l’ingresso nelle strutture di accoglienza. Ma i fondi straordinari non sono ancora arrivati ai centri. E anche le strutture intermedie prefettizie mancano ancora, praticamente ovunque. «Con la seconda ondata della pandemia e le nuove chiusure territoriali, i centri antiviolenza corrono il rischio di arrivare al limite delle proprie capacità di sopravvivenza — spiega Elisa Visconti, Responsabile dei Programmi di ActionAid —. Servono un Fondo di emergenza straordinario e coordinamenti per le reti territoriali».
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TITOLO: Come ho trovato il vaccino antinfluenzale? Sono andato nella terra dei no vax
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OCCHIELLO: A Bologna esaurite le dosi in farmacia. La telefonata a Rimini: «Vaccini? Ne abbiamo quanti ne vuole»A Bologna esaurite le dosi in farmacia. La telefonata a Rimini: «Vaccini? Ne abbiamo quanti ne vuole»
TESTO: Quando arrivano finalmente le ricette richiamo ancora la farmacia: «Ho le ricette, ci sono ancora dosi a Modena? ». «Un attimo che controllo». Pausa. «Eccomi, no, purtroppo sono finite». «Posso prenotare per il futuro se ne arrivano ancora? ». «Ha la ricetta? ». «Certo». «Comunque no, non sappiamo se ne arrivano più». Non voglio vaccinarmi solo io e lasciare senza vaccino il resto della mia famiglia. Così il giorno dopo chiamo le farmacie e faccio 21 telefonate: città, zona stazione, zona colli, provincia, Appennino, confine con Modena. Niente da fare: bruciate tutte le dosi. Mi arrendo. Poi alla sera ho un’illuminazione. Mi vengono in mente i No-vax, quei cittadini che sono contrari alle vaccinazioni e so che sono molto numerosi in Romagna, a Rimini in particolare. Vuoi mai che lì ne abbiano ancora? Digito su google «farmacie Rimini», chiamo la prima. «Pronto, so che la domanda è stupida, ma mi chiedevo se avete ancora i vaccini? ». Pausa. «Cosa? ». «I vaccini antinfluenzali». Si sente un vociare dietro il bancone: «C’è uno che chiede i vaccini, ne abbiamo? ». Passa qualche minuto. «Quest’anno hanno cambiato modalità di fornitura, bisogna prima andare dal medico e farsi fare una ricetta e poi ce la deve portare». Se qualcuno mi dice ancora questa cosa mi metto ad urlare. Faccio un respiro. «So tutto, so tutto, la ricetta ce l’ho, ma chiamo da Bologna, sarei più comodo se gliela potessi dare al telefono». Ok, si può fare basta dare il codice fiscale della persona per cui si chiede il vaccino. «Quanti ne vuole? ». «Quanti ne ha? ». «Credo quelli che vuole! ». «Davvero, è sicura? Allora ne vorrei quattro». Fatto. «Può passare domani mattina dalle 9».
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TITOLO: Maria Romana De Gasperi: «Il Natale di mio padre, nelle carceri fasciste»
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OCCHIELLO: La figlia di Alcide De Gasperi: «Scriveva la storia di Gesù sulle immagini della Palestina ritagliate da una rivista, poi le spediva a casa e la mamma leggeva ad alta voce. Papà e i miei figli ora sono di sicuro in Paradiso. Chissà se io me lo sono meritato»
TESTO: L’ uomo che ha fondato e salvato la democrazia italiana ci osserva dal grande ritratto sulla parete — «mi piace perché restituisce bene i suoi occhi azzurri» — e dalla foto sul tavolino, in cui tiene in braccio la primogenita Maria Romana, appena nata. Ora lei è qui, lucidissima, a quasi 97 anni. Signora De Gasperi, qual è il primo ricordo di suo padre Alcide? «I primi ricordi di papà sono le foto che mi mostrava la mamma. Purtroppo non lo rammento prima della cattura e della prigionia». Come andò? «Mio padre fu preso dalla polizia fascista sul treno che da Roma lo portava a Firenze. Era diretto a Trieste: voleva allontanarsi dalla capitale, dove era conosciuto, e vivere in una città più piccola. Ma credo che non fosse convinto sino in fondo della sua scelta. Era abituato ad affrontare le cose; non a scappare». E poi? «Lo portarono a Palazzo di Giustizia in catene, con altri detenuti. Si sentiva sicuro che l’avrebbero mandato libero: in fondo era un deputato che criticava il governo. Lo condannarono a quattro anni di carcere». Come reagì? «A mia madre raccontò che non era riuscito neppure a piangere; mormorò solo il nome di Dio. Lo riportarono incatenato a Regina Coeli. Da lì mi scrisse: “Mia cara pupi, sii brava e prega tanto la Madonna per il tuo povero papà”». Cos’altro raccontava delle carceri fasciste? «Un giorno la guardia lo scoprì dallo spioncino mentre scriveva sulla parete della cella con uno spillo, sfuggito alle persecuzioni corporali. Era una frase del Vangelo: “Beati qui lugent quoniam ipsi consolabuntur”». Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. E la guardia? «Chiamò il suo capo, che costrinse mio padre a cancellare la frase con il manico del cucchiaio di legno. Papà commentò che era stato gentile, perché non l’aveva punito. Dalla finestrella intravedeva l’orto botanico. Mi scrisse: “C’è dentro un usignolo e la sera quando canta penso a te; e la notte quando, bassa all’orizzonte, vedo una stella penso a te e a Lucia”, la mia sorellina, che era nata da poco». Poi arrivò il Natale del 1927. «E papà decise di farmi un regalo. Non aveva soldi e in ogni caso non avrebbe potuto comprarmi nulla. Così ritagliò le fotografie di una rivista che gli avevano mandato in carcere, il National Geographic Magazine. Erano immagini della Palestina. Vede? Pastori con le pecore. I prati fioriti della Galilea, con il mare di Tiberiade sullo sfondo. I luoghi di Gesù». Questa è la grafia di De Gasperi? «Sì. Siccome le didascalie erano in inglese, lui le traduceva. E aggiungeva qualche riga per raccontarmi la storia di Gesù. Ecco, questa è la fontana di Nazareth. Papà mi spiegava che qui la Madonna era andata ad attingere l’acqua per il Bambino. E mamma mi leggeva la storia ad alta voce». Quel carcerato divenne presidente del Consiglio, per otto anni consecutivi, come non è più accaduto a nessuno. E ora quell’album inedito diventa un libro firmato da Alcide De Gasperi: «La vita di Gesù narrata alla figlia Maria Romana». «Anche questo che ci attende sarà un Natale difficile. L’importante è non perdere mai la speranza, neanche nell’ora più buia. Papà dal carcere ci scriveva: “Miei cari, dormite in pace; io sono presente”». Quanto rimase a Regina Coeli? «In cella si ammalò. Lo portarono in ospedale, ma sempre con la porta aperta, e la guardia di fuori. Fu liberato dopo 14 mesi. Il primo vero ricordo che ho di lui è quando tornò a casa. Non sapevo che fosse stato in prigione, mi avevano detto che era in una città lontana, per lavoro. Lucia rifiutò di abbracciarlo: “Tu non sei il mio papà, il mio papà è quello lì” diceva indicando la sua fotografia». Con voi figlie com’era? «Dolcissimo. Se combinavamo qualcosa, mamma ci avvisava: “Lo dico a papà! ”. Ma noi eravamo tranquille perché sapevamo che papà non ci avrebbe fatto niente. Io ero innamoratissima di lui. A tavola mia madre sedeva alla sua destra, io alla sua sinistra. Appena lui diceva qualcosa, io aggiungevo: “Ha ragione papà! ”».
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TITOLO: Coronavirus, le ultime notizie dall’Italia e dal mondo sul Covid-19
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OCCHIELLO: Gli aggiornamenti sul coronavirus di oggi, martedì 24 novembre
TESTO: Ore 11.37 - Istat, Donne più colpite dalla crisi causata dall’epidemia: 470mila occupate in meno «Nel secondo trimestre del 2020 si contano 470mila donne occupate in meno rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (323mila in meno tra quelle con contratto a tempo determinato) ». Lo h a riferito Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat durante l’audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sulla manovra. Blangiardo ha spiegato inoltre che «il tasso di occupazione femminile 15-64 anni si attesta al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile, collocandoci al penultimo posto della graduatoria europea, appena sopra la Grecia». Il divario occupazionale italiano è preoccupante «nonostante il livello di istruzione femminile sia sensibilmente maggiore di quello maschile» ha sottolineato il presidente dell’Istat. Ore 11.36 - Il Covid pesa su nuovi nati: nel 2021 scenderemo sotto i 400.000 secondo l’Istat L’attuale crisi sanitaria ed economica legata alla pandemia potrebbe influire negativamente, oltre che sul numero decessi, anche sulla natalità. «È, infatti, legittimo ipotizzare che il clima di paura e incertezza e le crescenti difficoltà di natura materiale (legate a occupazione e reddito) generate dai recenti avvenimenti orienteranno negativamente le scelte di fecondità delle coppie italiane». Lo ha sottolineato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, in audizione sulla manovra davanti alle Commissioni bilancio di Camera e Senato. «I 420 mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di unità nazionale, potrebbero scendere, secondo uno scenario Istat aggiornato sulla base delle tendenze più recenti, a circa 408 mila nel bilancio finale del corrente anno - recependo a dicembre un verosimile calo dei concepimenti nel mese di marzo - per poi ridursi ulteriormente a 393 mila nel 2021». Ore 11.50 - Spagna: a Natate in non più di sei Il Governo spagnolo ha messo a punto il piano per Natale e raccomanda incontri con non più di sei persone. Nei giorni della vigilia di Natale e di Capodanno, il 24 e il 31 dicembre, sarà in vigore il coprifuoco notturno, ma dalle 01.00 alle 6.00. Si raccomanda negli incontri familiari di limitare la partecipazione ai conviventiOre 11.21 - Il ministro Speranza: Rinnovate le misure restrittive per Basilicata, Liguria, Umbria e provincia autonoma di BolzanoIl Ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato una nuova ordinanza con cui si rinnovano le misure restrittive relative alla Provincia autonoma di Bolzano, che resta zona rossa, e alle Regioni Basilicata, Liguria e Umbria che confermano la zona arancione. L’ordinanza è valida fino al 3 dicembre 2020, ferma restando la possibilità di nuova classificazione prevista dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 3 novembre 2020.
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