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LE NOTIZIE DAL GIORNO Wednesday 12 February 2020 AL GIORNO Wednesday 19 February 2020 SU: cultura




TITOLO: Il Sud si spopola, il Nord si (ri)popola. Meridione, addio a 129 mila residenti
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OCCHIELLO: Nel Mezzogiorno saldo naturale a picco ed emigrazione boom. Trentino e Lombardia guidano lo sviluppo demografico
TESTO: Il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista) dei numeri, delle statistiche, sta nel fatto che, proprio perché descrivono la realtà in maniera asettica, riescono a inquadrare la situazione al netto delle tante mediazioni — politiche, innanzitutto — che tendono (troppo) spesso a dare spiegazioni rassicuranti o disfattiste (dipende da chi le esprime). Premessa evidentemente necessaria, se è vero come è vero che l’Istat — oltre a rilevare un significativo calo dei residenti nel Mezzogiorno (vedere altro articolo nelle pagine) — rende possibile, grazie alla consultazione della sua banca dati, una ricerca semplice semplice: al primo gennaio 2019, infatti, la popolazione della Campania si attestava a quota 5.801.692 unità. A fine settembre dello scorso anno, quindi nove mesi dopo, il numero dei residenti regionali era sceso a 5.776.930. Il che equivale a un calo di 24.762 abitanti (causa saldo naturale negativo, migrazioni e così via). Dividendo questo stesso dato per nove, si ottiene una decrescita demografica mensile pari a circa 2.750 unità. Dividendo ancora per 30, è possibile calcolare il numero di abitanti «persi» dalla Campania ogni 24 ore: 91,7. Del resto, la nostra regione è terza — in Italia — per saldo migratorio interno. Ossia per abitanti che — presumibilmente per trovare lavoro — sono costretti a lasciare casa e terra natia per trasferirsi nel Centro e soprattutto nel ricco Nord. Il tasso specifico è pari al 4,4 per mille. Soltanto Basilicata (-5,5 per mille) e Calabria (-5,8) stanno messe peggio. Mentre il Settentrione fa registrare un chiaro +2,5 per mille.
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TITOLO: L’isolamento di chi fa rumore
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OCCHIELLO: Diodato e il destino di Taranto
TESTO: È il toccante «già sentito» di tanti artisti pugliesi. Nei luoghi più solidi e fortunati, affiorano i divertiti e continui richiami alla Checco Zalone, per cui Bari è un set comico a cielo aperto, dove basta passeggiare per incontrare «lo zio», il senatore-sacerdote del posto fisso, o il collega d’ufficio che ti porge una quaglia a rischio corruzione. Il salentino Edoardo Winspeare disegna paesaggi e temi umani che ti perforano l’anima, le band o i solisti come i Negramaro o i Sud Sound System, Dolcenera o Emma Marrone fanno risuonare note che rincorrono il vento fra gli ulivi dei tempi belli. I tarantini no: vincono e dedicano, esultano e rimpiangono. Come Benedetta Pilato, la stellina 14enne del nuoto italiano, che regala i suoi record ad un sogno: «Non lascerò mai Taranto». Già, perché Taranto è sola, da 50 anni, da sempre, anche un ragazzino lo sente. «Ho capito che per quanto io fugga, torno sempre a te. E non lo so se mi fa bene, se il tuo rumore mi conviene, ma fai rumore, sì! ».
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TITOLO: La 110 e la 111, le ultime due sonate di Beethoven per Michail Pletnev
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OCCHIELLO: Il pianista russo si esibisce giovedì 13 febbraio al Petruzzelli per la stagione concertistica del teatro
TESTO: Michail Pletnev (foto in alto) riprende Beethoven quasi nel punto dove lo aveva lasciato l’altra sera Maurizio Pollini con l’esecuzione delle opere 101 e 106, vale a dire le prime due delle ultime cinque Sonate per pianoforte che segnano un progressivo e marcato distacco del compositore tedesco dalla struttura classica del genere. Un allontanamento che diventa sempre più evidente con la trilogia finale (op. 109, 110 e 111), della quale il sessantatreenne pianista russo - che nel 1978 esplose sulla scena internazionale con la vittoria al Concorso Ciaikovskij - propone gli ultimi due capitoli, questa sera (ore 20.30), per un altro, raffinato appuntamento della stagione concertistica del Petruzzelli. Ma non sarà una serata solo beethoveniana, perché alle Sonate op. 110 e 111 Pletnev affiancherà le Sonate KV 282 e KV 330 (detta «Parigina») di Mozart, compositore che anticipa la dimensione intima del nuovo genere destinato ad affermarsi compiutamente in Beethoven.
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TITOLO: Come s’inventa una madre: Alda Merini raccontata dalla figlia Emanuela
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OCCHIELLO: Il libro, edito da Manni, viene presentato il 17 febbraio ai Cantieri teatrali Koreja di Lecce. Una vocazione ricostruita, una lezione d’amore
TESTO: Una donna non facile, mamma Alda, ma affascinante. Dall’aspetto statuario, dal carattere passionale e determinato, dall’indole stravagante, il cui indiscusso genio artistico è stato a volte scambiato per disorientamento, confusione, selvatichezza. Visse un’infanzia semplice negli anni cupi della guerra; fu forte il legame con i fratelli, ma poi nel tempo quel legame fu sottoposto a strappi, incomprensioni e forse proprio da quelle prime ferite ebbe origine il bisogno poetico e il personalissimo sguardo sulla vita di Alda Merini. Il percorso scolastico, gli studi, la scrittura degli inizi, infatti, non le regalarono le conferme che cercava, non trovò la giusta comprensione, il necessario riconoscimento, e questo rese il suo cammino più oscuro. In mezzo a macerie pietrose Alda sedeva da sola a scrivere, quando scrivere sembrava non avere alcun senso. Preziosi furono alcuni incontri successivi, con Giacinto Spagnoletti nel 1947, ma non solo lui, anche altri come Manganelli, Maria Corti, Pasolini, Raboni, furono capaci di segnare in modo determinante la sua poetica. Ma non di soli incontri è fatto il genio; quello di Alda Merini è fatto soprattutto d’amore, di quotidiano vivere, carne e spiritualità. «La poesia è inutile se il ritmo del piacere non la esercita nel sangue», scrive in uno dei suoi diari. Perché Alda scrive la verità con la forza con cui la vive. E la verità, quando la incontri, t’abbaglia e Alda scrive d’amore perché, rapita, non può vedere altro. È solo una ragazzina quando scopre di essere una poetessa, tutta la sua esistenza, e anche le esistenze di coloro che ha amato, che l’hanno amata e le sono stati accanto, è segnata da questa granitica certezza. Quanto deve essere stato faticoso e sublime per lei portarsi dietro e condividere questa mostruosa intuizione! E non solo per lei.
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TITOLO: L’undicesima edizione del Bif&st si svolgerà a Bari dal 21 al 28 marzo, tra gli ospiti Benigni e Ken Loach
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OCCHIELLO: Premiati anche Matteo Garrone, Pierfrancesco Favino, Marco Bellocchio, Micaela Ramazzotti, Marco D’Amore. Grande retrospettiva dedicata a Monicelli, anteprime internazionali e due sezioni competitive: Panorama internazionale e Nuovo cinema italiano
TESTO: Il regista inglese Ken Loach e i tre premi Oscar Roberto Benigni, Helen Mirren e Taylor Hackford saranno tra gli ospiti del Bif&st 2020, undicesima edizione del Bari International Film Festival in programma dal 21 al 28 marzo presentata oggi a Roma dal direttore artistico Felice Laudadio insieme al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e alla presidente dell’Apulia Film Commission Simonetta Dellomonaco. Ai quattro ospiti speciali, che saranno tra i docenti delle consuete «Lezioni di cinema», verrà consegnato il «Fellini Platinum Award» del Bif&st. Al Bif&st comincerà quest’anno la stagione dei premi per il cinema italiano per i film prodotti nel 2019-20: tra i premiati, annunciati da Laudadio nel corso della conferenza stampa romana, Matteo Garrone come miglior produttore per il suo Pinocchio, Marco Bellocchio miglior regista con Il traditore, Pierfrancesco Favino miglior attore protagonista (Il traditore), Micaela Ramazzotti miglior attrice protagonista (Gli anni più belli). Tra i premi riservati alle opere prime e seconde, quello per la migliore regia è andato a Marco D’Amore per L’immortale. Tutti i film premiati verranno presentati al teatro Piccinni, che si aggiungerà quest’anno alle sedi del festival (Petruzzelli, Margherita e Multicinema Galleria).
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TITOLO: Napoli, i fratelli Tuccillo nel cast de «Il commissario Montalbano»
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OCCHIELLO: Peppe e Luigi, figli del noto avvocato Enrico, parteciparono alla 14esima edizione del Grande Fratello. Saranno nell’episodio inedito della fiction «La rete di protezione»
TESTO: Ci saranno anche i fratelli napoletani Luigi e Peppe Tuccillo nel cast de «La rete di protezione», uno dei prossimi episodi inediti de «Il commissario Montalbano» in onda a marzo su Rai con la regia di Luca Zingaretti. Volti noti in città, figli dello stimato avvocato Enrico, Luigi e Peppe si sono fatti conoscere dal pubblico del piccolo schermo con la loro partecipazione alla 14esima edizione del Grande Fratello, nel 2015. Luigi, che quando entrò nella casa era già avvocato, e che nella dinamica del reality si distinse per la sua attitudine da stratega, negli anni successivi, come racconta al sito Juorno. it, è stato negli Stati Uniti per studiare recitazione, frequentando la scuola Lee Strasberg in California. Ora, insieme con il fratello Peppe, che è anche architetto e fotografo di moda, debutta nella tv italiana con Montalbano, mentre prossimamente sarà al cinema con un film girato nel 2019 negli Stati Uniti.
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TITOLO: Il discografo: tra opera e jazz spunta un magico Otello blues
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OCCHIELLO: Digressione Music pubblica «Reimagining Opera», il lavoro di due giovani musicisti pugliesi, Dario Doronzo e Pietro Gallo, con un grande Michel Godard ospite di lusso. Un disco sorprendente per atmosfere e risultati
TESTO: Ancora una rilettura in jazz del repertorio «colto»; ma questa volta, forse perché all’opera ci sono dei musicisti a cavallo fra i due mondi, gli esiti sono felicissimi. Il disco s’intitola Reimagining Opera, lo pubblica la Digressione Music di don Gino Samarelli, e a realizzarlo sono due giovani musicisti pugliesi dall’impeccabile curriculum, Dario Savino Doronzo al flicorno e Pietro Gallo al pianoforte, a cui si aggiunge in tre brani con il suo arcaico «serpentone» il francese Michel Godard. Certo la riuscita dell’operazione è aiutata dalla scelta, mai banale, degli otto brani in scaletta, dall’equilibrio tra scrittura e improvvisazione, dagli arrangiamenti raffinatissimi firmati da Mariano Paternoster e Gianluigi Giannatempo. S’inizia con l’Ouverture dell’Otello di Verdi trasfigurata in un brano totalmente nuovo, dalle atmosfere sospese; suono perfetto (quel pianoforte Fazioli degli studi Digressione è magico) per un «blues nordico» degno di un album Ecm. Segue Sì dolce è’l tormento, un celebre madrigale di Monteverdi su cui già il duo Paolo Fresu - Uri Caine si è cimentato con successo; qui entra in gioco anche Godard, e l’intreccio tra flicorno e serpentone, strumenti entrambi dalla «voce» un po’ velata, scura e morbida, colpisce soprattutto nella coda del brano. Seguono Se tu m’ami di Alessandro Parisotti, finta aria barocca scritta nell’Ottocento, poi il Nessun dorma dalla Turandot di Puccini, in una anti-retorica versione per solo piano. E ancora brani di Mascagni, Giordani, Paisiello, fino alla conclusione con un’altra riscrittura radicale: il Monteverdi di Pur ti miro ripensato da Godard, degna chiusura di un lavoro a suo modo esemplare.
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TITOLO: Metti Beethoven accanto alla Vespa
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OCCHIELLO: Dal 15 al 23 il festival dedicato al maestro, anche nell’auditorium del Museo Piaggio
TESTO: Gran finale con la Maratona Beethoven: dal pomeriggio alla sera con i docenti dell’Accademia Musicale Pontedera, riuniti in piccoli ensemble e poi alle prese con quel gioiello, di rara esecuzione, che è il Settimino per archi e fiati. «Con il Festival Beethoven 250 ci siamo posti un duplice obiettivo», spiega Luigi Nannetti, direttore artistico della rassegna e direttore dell’Accademia Musicale Pontedera. «Anzitutto, quello di collegare idealmente Pontedera ai festeggiamenti beethoveniani che nel corso dell’anno si svolgeranno presso le maggiori capitali della musica, attraverso proposte di alto profilo musicale. Ma al contempo, e con il medesimo impegno si è cercato di dare concretezza ad una finalità che, a nostro avviso, risponde ad una necessità oggi sempre più imprescindibile: quella di coinvolgere i giovani e le persone che solitamente non frequentano le sale da concerto, cercando modalità realmente efficaci sul versante della motivazione personale. Si è così dato vita ad un consistente numero di attività connesse ai concerti, come conferenze di approfondimento sulla figura e la biografia di Beethoven, sul suo stile e le sue tecniche compositive, sull’utilizzo che delle sue musiche hanno fatto il Cinema o la popular music nel XX secolo».
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TITOLO: Addio a Franco Del Prete il mitico batterista degli Showmen e Napoli Centrale icona del Neapolitan Power
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OCCHIELLO: È stato anche fine paroliere, autore di canzoni entrate nella storia della musica italiana
TESTO: Batterista dallo stile unico, inconfondibile, punto di riferimento di tante generazioni, Franco Del Prete è stato anche un poeta, un fine paroliere, autore di canzoni entrate nella storia della musica italiana come “Campagna”, “’A gente ‘e Bucciano”, “ Viecchie, mugliere, muorte e criaturi”, “’O nonno mio”, scrivendo anche per Gino Paoli, Lucio Dalla, Eduardo De Crescenzo (“La musica va”, presentata al Festival di Sanremo nel 1991), Sal Da Vinci (gli scrive e produce tre dischi tra cui il brano “Vera”, un successo da due milioni di copie in America), Peppino Di Capri, Enzo Avitabile, Enzo Gragnaniello, Tullio De Piscopo, Peppe Barra, Raiz (Almamegretta), 99 Posse … Nel 2006 spinto dalla sua innata voglia di far musica, diede vita ad una nuova band, i Sud Express, con cui ha pubblicato due cd (“L’ultimo apache” e “La chiave”). I funerali nella cattedrale di San Sossio a Frattamaggiore. Il sindaco di Napoli de Magistris ha espresso ai familiari «il cordoglio della città».
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TITOLO: «We come from Napoli», Liberato torna con una nuova canzone (e un video)
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OCCHIELLO: Il misterioso trapper napoletano collabora con 3D dei Massive Attack e Gaika. Il pezzo sarà nella colonna sonora del primo film di Francesco Lettieri, «Ultras»
TESTO: «We come from Napoli sta int’ a soundtrack ‘e ultras, ‘o film ‘e fratm Francesco Lettieri». Sono queste le parole usate da Liberato per annunciare il nuovo singolo, «We come from Napoli», che vanta la collaborazione di 3D, nome d’arte di Robert Dal Naja, membro dei Massive Attack, gruppo di Bristol pioniere del genere trip hop, e quella di Gaika, giovane musicista dancehall di Brixton, tra i più quotati nella nuova scena elettronica europea. Il sodalizio con Dal Naja suggella l’amicizia con lo stesso Liberato, inoltre la scelta di coinvolgere il musicista inglese non è per nulla casuale visto che ha origini napoletane ed è notoriamente tifoso del Napoli. Il brano si discosta in buona parte dalle ultime produzione di Liberato ed è caratterizzato da una ritmica dance con tastiere che ricordano molto le cosiddette «atmosfere electro» di Grimes, stella canadese del pop internazionale. Nel video girato da Lettieri, pubblicato poche ore dopo il lancio del brano sulle varie piattaforme streaming, si vedono Liberato, una misteriosa fidanzata rigorosamente mascherata, e alcuni suoi amici che sventolano le bandiere azzurre del Napoli mentre fanno moina a ridosso del porto, tra pesce crudo, scritte inneggianti la squadra partenopea come la celebre «Napoli in vantaggio», ammiccamenti vari e fuochi d’artificio. Un chiaro rimando a quella che sarà la pellicola di Lettieri, «Ultras», al cinema i prossimi 9, 10 e 11 marzo come evento speciale e su Netflix dal 20 marzo, le cui musiche sono curate dallo stesso Liberato. Mentre il testo della canzone contiene le solite citazioni furbe del misterioso rapper, come quella a «Terra mia» di Pino Daniele: «Terra mia, terra mia, this is where I wanna be, neh, ma chi sfaccimma sì, but we come from Napoli». L’ennesimo omaggio alla città, in una giornata speciale come quella di San Valentino.
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TITOLO: Il Santo? Era maschio
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TESTO: Ma ora? Ora ci sono i social network, e i sentimenti sono somministrati a vangate ogni singolo giorno e più volte al giorno. Non si hanno mezze misure, la ricerca e l’ostentazione del notevole costringono a enunciazioni costanti. Si ama urlando e si odia urlando, tutto in maiuscole e con tanto di foto coi labbroni sporgenti e i bicipiti in vista, paonazzi per il fiato trattenuto e tanto abbelliti dal fotoritocco che non ci si riconosce nemmeno da soli. Che senso ha San Valentino, adesso che se non si manifesta l’amore ogni paio d’ore ci si ritrova con la propria donna che cambia lo status in single senza preavviso? La metamorfosi dei sessi, oltre a felicemente introdurne un’altra mezza dozzina (ed era ora che l’amore fosse legittimato a largo raggio) ha comportato che il maschio sia diventato molto più romantico, melenso e languido delle signore: loro sono manager palestrate e dinamiche, hanno la mascella indurita e fanno sport estremi; noi cuciniamo più o meno professionalmente, ci commuoviamo alle lacrime davanti alle pagelle dei figli ed esponiamo fotografie di cuccioli costellate di cuoricini.
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TITOLO: «La bellezza del tempo», con poesia
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OCCHIELLO: Al Centro Antonio Berti un dialogo speciale tra giovani e anziani dai 70 ai 100 anni
TESTO: Un progetto di particolare valore sociale e artistico che parte con uno spettacolo singolare e suggestivo, in scena il 15 e 16 Febbraio alle 17.30, presso il Centro Espositivo Antonio Berti di Sesto Fiorentino e che proseguirà nei prossimi mesi, con un documentario e una pubblicazione. In scena nove anziani, dai 70 ai 100 anni, insieme ad alcuni giovanissimi allievi della scuola di teatro di Andrea Bruni Palco Libera Tutti! , in un ponte che diventa scambio tra generazioni, dove i bambini giocano a fare il «babbo e la mamma» e gli anziani ritornano bambini e adolescenti. Con loro tre attrici della scuola di Bruni e la stessa De Rosa, regista in campo con la funzione di collante. A guidarli, un collettivo di artisti, con i propri linguaggi espressivi: oltre a Bruni e De Rosa, lo stilista Gianni Bartalucci, il musicista Marco Gallenga che ha prodotto musiche originali per lo spettacolo, la videomaker Federica Toci e i fotografi Stefano Landini e Gianna Ciampi.
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TITOLO: L’annuncio e l’epidemia che fa paura
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TESTO: «Non senza una certa commozione e infinita gratitudine sono qui a darvi questa splendida notizia. Ci tengo a sottolineare però che il lavoro di noi ricercatori sarebbe stato vano senza la collaborazione di tutti. Il successo ottenuto è merito della presa di coscienza decisa da parte della stampa, della politica e dell’industria. Finalmente è apparso chiaro a tutti che era impossibile ignorare oltre la malattia dei poveri, come comunemente viene definita la malaria. Grazie a una ritrovata coesione dei principali attori sociali è stato riaffermato il principio che non esistono malattie dei ricchi o malattie dei poveri, e che quando si tratta di salvare vite umane non ci sono distinzioni di classe. Questo evento storico riveste particolare importanza soprattutto perché il clamore generale era rivolto verso un’altra tragedia, quella dell’epidemia del Coronavirus. In quel caso però non è stato difficile tenere alta l’attenzione perché la malattia ha colpito paesi benestanti, causando problemi economici su scala mondiale. La malaria invece riguarda soprattutto paesi dell’Africa sub-sahariana come la Nigeria, che da sola conta il venticinque per cento dei casi, ma anche il Kenya e il Ghana. L’industria farmaceutica da tempo aveva rallentato la ricerca perché ritenuta poco redditizia. I vaccini studiati avevano un costo irrisorio, parliamo di pochi centesimi di dollaro, molto meno di un caffè. Alla fine però ha prevalso la solidarietà e le poche Onlus e organizzazioni no profit che da anni combattono sul campo, sono state finalmente supportate dalla comunicazione e dagli investimenti. I numeri del Coronavirus stanno giustamente spaventando tutti noi, eppure, senza voler fare alcun tipo di paragone perché la malattia è sempre una malattia e un morto è sempre un morto, i dati relativi alla malaria descrivevano una strage di proporzioni ben più ampie. Solo nel 2018 i morti sono stati 400.000. Gli stessi provocati da sei anni di conflitto in Siria. Due terzi delle vittime sono bambini sotto i cinque anni. La questione però riscuoteva interesse solo quando un nostro concittadino in vacanza in quelle terre contraeva la malattia. Eppure in un passato non così lontano anche anche il nostro paese è stato afflitto da questa piaga, ma si trattava ancora di un’Italia povera, che abbiamo voluto dimenticare in fretta, nulla a che fare con la settima economia del mondo che siamo fortunatamente diventati».
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TITOLO: San Valentino, la festa e le iniziative
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TESTO: Affidati i pensieri d’amore ad una cartolina a tema, è il momento di andarsene in giro per musei. A Capodimonte, al Mann e al Madre si entra in due pagando un unico biglietto. E finendo al centro di iniziative dedicate agli innamorati. Alle 18 al Madre è in programma la visita «Per un’ora d’amore» per la quale alle coppie sarà riservato l’ingresso gratuito al museo. L’itinerario sarà dedicato alle esposizioni in corso: un percorso tra diversi linguaggi e sensibilità contemporanei in un’ora di visita multi-focus. Gli innamorati che sceglieranno di festeggiare San Valentino al Mann potranno vivere l’esperienza «SlideDoor», dedicata alla passione: nella Sala del Toro Farnese, dinanzi al portale virtuale che collega il Museo al Palazzo Merulana di Roma, saranno distribuiti cartelloni, che abbineranno i capolavori dell’Archeologico ai pensieri di famosi scrittori di tutti i tempi. A Capodimonte reading musicale a cura di MusiCapodimonte al primo piano. Ma in generale San Valentino al Polo museale della Campania si articolerà attraverso una serie di appuntamenti intitolati all’amore da oggi a domenica.
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TITOLO: Isola delle Femmine in vendita, la sfida di quattro artiste: «Donne, compriamola noi»
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OCCHIELLO: L’associazione «Femminote» lancia un crowfunding: con una quota di dieci euro si potrà partecipare all’acquisto del fazzoletto di terra, che è riserva naturale, stimato 3 milioni e mezzo di euro: «Diventerà un avamposto artistico dal valore simbolico»
TESTO: È in vendita da circa un anno e costa tre milioni e mezzo di euro, come si legge sul sito dell’agenzia immobiliare Romolini, quasi fosse un lussuoso appartamento. L’isolotto di Isola delle Femmine, alle porte di Palermo, è di proprietà degli eredi di Rosolino Pilo ed è una riserva naturale gestita dalla Lipu, eppure è in vendita. La cosa ha suscitato diverse polemiche e l’interesse di molti giornali, fino al New York Times. E ha destato l’attenzione di quattro artiste da tempo affascinate da quella zolla di terra. Così si sono mobilitate ed è nata l’idea di promuovere una raccolta fondi perchè ad acquistarla siano, nomen omen, solo donne. «È la prima cosa che si vede dall’aereo quando si arriva in città e anche l’ultima quando si riparte - dice Valentina Greco, curatrice - ho pensato che fosse una buona idea quella di fare diventare l’isolotto, ora bene privato, un tesoro collettivo, quindi di tutti, con l’unico scopo di lasciarlo in pace. Quest’isola ha un fortissimo significato simbolico per il nome che porta, negli anni sono state tantissime le leggende che si sono narrate e tramandate oralmente, da sempre siamo state attratte da quel fazzoletto, come se l’isola ci chiamasse a sè. Vorremmo farne un avamposto artistico, però senza intaccarla minimamente, anche perché ci sono tanti vincoli, non si può neanche attraccare lì, se non da giugno ad agosto grazie a dei percorsi organizzati dalla Lipu».
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