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LE NOTIZIE DAL GIORNO Wednesday 14 October 2020 AL GIORNO Wednesday 21 October 2020 SU: cultura




TITOLO: Giornate Fai, ecco i luoghi da vedere in Toscana
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OCCHIELLO: A Firenze la Centrale termica di Santa Maria Novella, a Massa il treno-ospedale del «Paziente Inglese»: il 17 e il 18 e poi il 24 e 25 ottobre tante occasioni per scoprire palazzi, musei, ville. Alcuni tesori aprono per la prima volta al pubblico
TESTO: In stile neogotico realizzato da Giuseppe Paoli e inaugurato nel 1925 è costruito per realizzare uffici unendo le trecentesche case Guadagnoli e del Predicatore, trasformato in Sale di Rappresentanza e Aula del Consiglio. Gli affreschi affidati nel 1922 al pittore Adolfo De Carolis e conclusi nel 1923 sono incentrati sul tema degli Uomini Illustri di tutta la Provincia di Arezzo. La parte superiore, in cui sono rappresentate le arti, vede al centro lo stemma aretino con il cavallino rampante, sorretto da due fanciulli ai cui lati sono rappresentati le figure femminili che impersonificano l’Arte e la Scienza, verso gli estremi dell’affresco, vengono raffigurate le arti liberali. Gli «Uomini illustri» si trovano nella parte inferiore dell’affresco e sono coloro che hanno dato prestigio alla città. Partendo da sinistra sono: Mecenate, Guido Monaco, Guglielmo degli Ubertini, Margarito d’Arezzo (in cui il De Carolis si è rappresentato con un autoritratto), Fra Guittone d’Arezzo; Spinello; Masaccio da San Giovanni Valdarno; Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini; Piero della Francesca da Borgo Sansepolcro; Cristoforo Landini, umanista di Pratovecchio; Mino da Fiesole; Luca Signorelli, pittore cortonese, posto accanto a Michelangelo, rappresentato isolato dal resto del gruppo, Andrea Sansovino; Bernardo Dovizi di Bibbiena; Giorgio Vasari; Giulio III di Monte San Savino; Pietro Aretino; Benedetto Varchi; Andrea Cesalpino, medico e filosofo; Pietro Berrettini di Cortona; Alessandro dal Borro, uomo d’armi di Loro Ciuffenna; Francesco Redi; Bernardo Tanucci, statista di Stia; Vittorio Fossombroni e Pietro Benvenuti, pittore neoclassicista di Arezzo.
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TITOLO: Il Papa e la dignità del lavoro
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OCCHIELLO:
TESTO: Il Papa non entra nel merito degli strumenti da adottare, ma fa capire che è giunto il momento di scommettere su un’economia circolare e sostenibile, che non sprechi le risorse, renda più competitive le nostre imprese, produca posti di lavoro buoni, affondi le radici, spesso secolari, in un modo di produrre legato alla qualità, alla bellezza, all’efficienza, alla storia delle città, alle esperienze positive di Comunità e territori. In una parola ciò significa fare della coesione sociale un fattore produttivo in grado di coniugare empatia e tecnologia. Di fronte alle ataviche diseguaglianze sociali e territoriali, alla mortificazione dei talenti femminili, all’illegalità e all’economia in nero, che la fanno da padrone nel nostro martoriato Sud, di fronte a una burocrazia spesso inefficiente e soffocante, bisogna essere capaci di mettere in campo risorse ed esperienze che troppo spesso non siamo in grado di valorizzare.
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TITOLO: Palazzo Reale, Epifani: «Dai tappeti agli arredi tornerà com’era»
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OCCHIELLO: Parla il nuovo direttore che s’insedierà tra un mese
TESTO: La sua nomina a nuovo direttore di Palazzo Reale è arrivata l’11 settembre, ma Mario Epifani non si è ancora insediato ufficialmente in piazza Plebiscito. È già a Napoli, però, e sta incontrando addetti ai lavori e personale dei suoi uffici, per farsi un’idea della strategia da adottare nei prossimi mesi. Epifani, storico dell’arte, 46 anni, romano, dottorato alla Federico II, proviene da una brevissima esperienza a Capodimonte, iniziata dopo il lockdown, mentre prima era in forze a Torino, all’Armeria Reale. Specializzato nei disegni napoletani del ‘600 e ‘700, Epifani conosce e ama la città: «Mi sono già trasferito, sto cercando di capire come il Palazzo Reale si inserisce nel contesto cittadino. Mentre Capodimonte sconta i problemi di logistica, il Palazzo è in pieno centro e condivide i suoi spazi museali con gli uffici di due sovrintendente e della Biblioteca Nazionale: bisogna fare un ragionamento complessivo». Che cosa ha in mente, direttore?
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TITOLO: Tutto bambini a Lucca: arrivano fiabe, giochi, dinosauri
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OCCHIELLO: Il 17 e 18 ottobre la manifestazione al Real Collegio dedicata ai più piccoli e alle loro famiglie. Tra le novità una grande area scientifica e preistorica
TESTO: «Un’edizione che, slittata di qualche mese rispetto al calendario consueto, tiene conto della realtà della pandemia che stiamo vivendo – racconta Vitalba Scalia – ma grazie al grande spazio a disposizione, che consente una capienza in contemporanea di 600 persone e la rosa di attività, non mancherà di coinvolgere i piccoli e le loro famiglie in una dimensione che ci auguriamo possa essere di leggerezza e divertimento». Il programma dell’evento messo in piedi da Conexo APS, con il gratuito patrocinio del Comune di Lucca, Provincia di Lucca, Regione Toscana e Real Collegio di Lucca, punta a spostare l’attenzione del pubblico dai tradizionali laboratori manuali alle attività dimostrative in cui personale qualificato incuriosirà i piccoli ospiti nelle 9 diverse aree tematiche con spiegazioni, perfomance e didattica. «Dall’Area Scientifica e Preistorica a quella grande 200 metri quadrati dedicata al Lego, alla mostra omaggio a Gianni Rodari nell’anno delle celebrazioni del centenario dalla sua nascita, non c’è che l’imbarazzo della scelta». Tante le novità. Oltre alla sezione «Favoleggiando di Fiaba in Favola», un percorso con allestimenti fiabeschi e principesse allestita per la prima volta al primo piano del Real Collegio, c’è curiosità per l’«Area Scientifica». «Avrà una zona dedicata alla biologia e alle tracce degli animali, e l’altra dedicata alla geologia e alla chimica con la simulazione di una vera esplosione vulcanica su un modello in scala». Un piccolo tuffo nella preistoria sarà quindi dato dall’archeologa Marcella Parisi, che proporrà la ricostruzione di un campo di caccia primitivo e dalla possibilità di vedere le riproduzioni di alcuni dinosauri, anticipazione della mostra Dinosauri, in programma al gennaio sempre al Real Collegio. Ancora la sezione «Area Creativa» con esibizioni e laboratori, e una stanza «S. O.S Genitori», dedicata all’ascolto con esperti del Centro Clinico DAS. Tra gli spazi allestiti per il gioco è prevista una grande ludoteca dove saranno ospitati giochi vintage come una spettacolare pista delle biglie e dove si svolgeranno piccoli spettacoli di giocoleria e di magia con carte ed elastici. Sempre al primo piano della struttura previste una serie di mostre. «Ci sarà l’antologia di 21 pannelli dedicati a Gianni Rodari, con un’appendice di opere pittoriche ispirate al libro Le avventure di Cipollino, ma anche un omaggio al Piccolo Principe che prenderà vita con set di foto e installazioni artistiche che ricorderanno il famoso racconto di Antoine de Saint-Exupéry, mentre nel corridoio prenderà vita Il Piccolo Mondo Incantato, il regno della fantasia tutto in miniatura». Tutte le informazioni sul sito: www. luccabimbi. com.
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TITOLO: L’amore senese di Moravia(romanzo senza lieto fine)
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OCCHIELLO: A 23 anni conquistò la fascinosa nobildonna Silvia Piccolomini, poi lei lo lasciò
TESTO: L’episodio ha per protagonisti una nobildonna senese di alto lignaggio, Silvia Piccolomini (1904-1972), e un talentuoso scrittore ventitreenne al suo folgorante esordio: Alberto Moravia (all’anagrafe Alberto Pincherle). Nelle rituali evocazioni tributategli a trent’anni dalla morte non è stata ripercorsa la stagione toscana dell’autore di un romanzo, Gli indifferenti, coevo all’avventura finita male. Per ricostruire — a frammenti — quel che accadde bisogna mettere insieme tasselli e indizi in grado di ricomporre il mosaico di ambienti e amicizie che molto pesarono nella biografia intellettuale di Moravia. La prima domanda da farsi è quale sia stata la matrice del nero aneddoto (di cui esiste anche una versione più aspra: l’infastidita aristocratica avrebbe addirittura qualificato l’uomo che le aveva proposto di convolare a nozze «ebreo zoppo»). La principale fonte scritta potrebbe essere — il condizionale è d’obbligo — una paginetta delle Agendine della guerra di Leonetta Cecchi Pieraccini, moglie del notissimo critico Emilio, datata 14 febbraio 1957: ahimè molto tarda. In essa si legge la feroce battuta, ma in un contesto che ha dettagli contraddittori. Silvia, che all’epoca, morto il padre, viveva a Milano confida all’amica Leonetta, pittrice dal garbo crepuscolare, di essere rientrata in possesso di un pacco di lettere di Moravia risalente al periodo del loro movimentato fidanzamento.
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TITOLO: «A matter of Balance», il vetro curvo di Benedetta de Mennato
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OCCHIELLO: A villa Di Donato un allestimento di design nel segno della novità
TESTO: Benedetta de Mennato firma la mostra — fino a sabato sera 17 ottobre a Villa Di Donato, in piazza Sant'Eframo Vecchio — «A matter of Balance». La giovane creativa è sempre stata appassionata di arte e design, che sono stati parte di una quotidiana ricerca nel suo lavoro principale di designer di accessori di moda. Nata a Napoli nel 1992, Benedetta de Mennato si trasferisce diciottenne a Milano per studiare Fashion design all’Istituto Marangoni. E per approfondire ulteriormente la sua formazione frequenta anche i corsi di «Photography, Art and Architecture» e «Fashion Design» al Central Saint Martin College of Art and Design di Londra. Da allora ha lavorato con marchi del lusso del calibro di Fendi, Bally, Miu Miu e Bottega Veneta vivendo tra Milano, Londra e Parigi. Durante la quarantena, passata nella casa di Napoli, ha cominciato a pensare ad un marchio proprio per concentrarsi su qualcosa mai provato prima: il vetro curvo. La mostra sarà aperta ininterrottamente dalle 12.30 alle 19.30 e l'ingresso sarà consentito a gruppi di quindici/venti persone alla volta nel rispetto delle disposizioni anti Covid.
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TITOLO: I danni del Covid, in Campaniaaumentano i nuovi poveri. E in maggioranza sono donne
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OCCHIELLO: Una persona su due che va in un centro di aiuto lo fa per la prima volta. Don Tonino Palmese: attenzione a quel welfare mafioso di prossimità
TESTO: Il rapporto Caritas non scende nel dettaglio delle singole regioni, però fotografa i disagi anche a livello locale ed individua nel Sud e in Campania come effetto della pandemia, un aumento della povertà e di conseguenza un aumento della criminalità e del fenomeno dell’usura. «Al Sud l’emergenza ha reso più forte la criminalità organizzata che talvolta si è posta come alternativa allo Stato per aiutare chi si è trovato ormai in preda alla disperazione», si legge nel Rapporto. Un vero e proprio «welfare mafioso di prossimità». Così si esprime in proposito don Tonino Palmese, vicario episcopale per la carità e presidente della Fondazione Polis: «Per la gente bisognosa la strada più vicina è quella della sudditanza, quella sudditanza che le mafie infliggono grazie alla liquidità e alla non tracciabilità che hanno del denaro in questione. Purtroppo, devo sottolineare che tale sistema pur essendo conosciuto dalle varie realtà dello Stato, riesce ad essere, da una parte, impenetrabile per la “liquidità”, ma allo stesso tempo permette alla politica il “lusso” dell’assenza perché nella immediatezza del disagio e del bisogno, la criminalità diventa ammortizzatore sociale e toglie così al grido dei poveri la possibilità di giungere verso un ascolto onesto e legale come quello che dovrebbe garantire lo Stato. Duemila anni fa — conclude Palmese — qualcuno ci mise in guardia dicendo che “i poveri li avremmo avuti sempre con noi”. Non era una ovvietà, bensì la tragica profezia di una povertà, che intesa come impoverimento e cinica indifferenza da parte della comunità (tutta), si sarebbe trasformata in un sistema di miseria, sudditanza e spesso di morte».
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TITOLO: La coppia non è una cella a fine pena mai. E il matrimonio non anestetizza il cuore
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TESTO: Poi, sono arrivate parole nuove come «indipendenza» e «parità» e, se c’è un motivo profondo per cui hanno attecchito, è che chiamavano per nome i sentimenti di milioni di esseri umani in catene. Siamo vivi finché ancora proviamo emozioni che reclamano di vedere la luce a costo di mettere a rischio le nostre certezze. Non mi fraintenda, caro Anonimo Dubbioso, io credo nell’amore per sempre, credo nei matrimoni felici e nelle coppie che invecchiano insieme. Lei, però, non mi parla d’amore, ma di dovere. Parla di cinquantenni che, come per motivi di decenza, dovrebbero aver già smesso di provare desideri e sentimenti. Allo stesso tempo, mi parla di una coppia che ha motivi di contrasto che arrivano da molto lontano. Io credo che ci si possa amare per 80 anni, ma credo che non si possa e non si debba stare insieme se non si è stati bravi ad amarsi. Per molti è un mistero insolubile capire dove si è incrinato l’amore e dove, via via, si è smesso di considerare l’altro come la nostra unica metà possibile. È un mistero spesso ignaro ai diretti interessati, figuriamoci se può comprenderlo lei, un terzo, che è stato messo al corrente del riassunto dei fatti tutto d’un colpo. Però il percorso attraverso il quale ogni cosa si sgretola è simile per tutte le coppie: prima, ci sono le aspettative deluse; poi la frustrazione; quindi il rancore. Ed è un’escalation di incomprensioni reciproche, accuse a vicenda, recriminazioni oppure, per quieto vivere, si arriva alla rassegnazione. Si può arrivare a punti in cui neanche ci si lamenta più, dando per scontato che l’altro sia inetto a capire, incapace di dare ciò che riteniamo debba dare. Il rancore può esplodere in accuse furibonde e continue o può restare - per mesi, per anni - sordo e muto, persino all’apparenza quieto. A prima vista, i due possono sembrare una coppia quieta, ma sono due persone che, per non esplodere, hanno messo a sopire ogni emozione. I suoi due amici hanno trascurato per troppo tempo un fatto semplice: ogni cosa che facciamo o non facciamo, che diciamo o non diciamo, comporta conseguenze. Più non facciamo niente e più stiamo zitti, più il problema s’ingigantisce. È la legge della pentola a pressione: se non sfiatiamo, esplodiamo. Nessuno, inoltre, resiste a lungo alla tentazione di sentirsi vivo, tornare ad amare, tornare a sentirsi desiderato a desiderare. Questa pandemia, poi, ha messo a dura prova le convivenze e ha messo ciascuno di noi di fronte alla nostra finitezza. Come diceva Confucio, «abbiamo solo due vite: la seconda inizia quando capiamo che ne abbiamo una sola». Insomma, si vive una volta sola e non sappiamo per quanto.
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TITOLO: Che superdonne! Le Diesis si mettono in mostra
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OCCHIELLO: Dalla Callas alla Dietrich: le due anonime street artist fiorentine espongono per la prima volta nella loro città le eroine che fanno l’occhiolino . «Il nostro potere? L’invisibilità». E su Instagram sono in 14 mila a seguirle
TESTO: La mostra si intitola appunto SuperWomen e si inaugura giovedì alle 17.30 al Semiottagono delle Murate in collaborazione con Mus. e, Festival dei Diritti e Florence Queer Festival. Fino al 5 novembre. Dicono di non voler rivelare chi sono «semplicemente per riservatezza». Ma anche perché «l’invisibilità è il nostro super potere» come dicono loro stesse, in controtendenza con il mondo social. Una coppia nata da una semplice amicizia. Una proviene dalle accademie d’arte e l’altra dalla comunicazione. Il progetto Superwoman è nato «per scherzo ad Artefiera» e la scelta di usare la S di Superman e non la W di Wonder Woman è volutamente «a contrasto» con un simbolo di superpotenza «tradizionalmente maschile». Anche l’occhiolino ha un significato «politico»: sta a significare che «anche tu che guardi sei come me, hai dei superpoteri». Sono diventate street artist coltivando l’idea di un processo creativo «capace di risvegliare le potenzialità nascoste». E da lì il progetto «Super 8 per 8 città» che le ha viste apporre le loro donne a partire dall’otto marzo dello scorso anno a Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Roma, Napoli, Bari e L’Aquila. Con la differenza che nella loro Firenze hanno subito tanti atti vandalici alle loro opere. A Roma invece sono state accolte come eroine, appunto. Tanto che la loro «Super Sora Lella» a Trastevere è trattata «quasi come un bene culturale da tutelare». In queste ore trovate i loro lavori tra Sant’Ambrogio, Santa Croce e le Murate, in tutta la zona che circonda l’area dove aprirà la mostra. In chiave preparatoria. In ogni città scatta una specie di caccia al tesoro a partire da ogni immagine per cercare le altre sette. E da lì su Instagram (14 mila i follower) dove hanno avviato una specie di «catena di selfie di occhiolini» di chi si ritrae davanti a una Super. La mostra sarà l’occasione per scoprire due nuovi personaggi. In omaggio al Florence Queer appena concluso. È una sorpresa. Si sa solo che saranno a tema «queer» ovviamente. «Due cantanti famosi: un uomo travestito da donna e una donna travestita da uomo».
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TITOLO: Esce l’ultimo libro di Lagioia «È una storia buia e dolorosa»
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OCCHIELLO: Lo scrittore barese, premio Strega nel 2015, parla de «La città dei vivi», un romanzo-inchiesta sul delitto Varani: «Una vicenda che mi ha toccato nel profondo
TESTO: Dopo la vittoria del Premio Strega 2015 e tra gli impegni di direzione del Salone del Libro, col trasloco temporaneo a Torino, narrato in prima persona nel nuovo romanzo, la scrittura di quest’ultimo ha tenuto impegnato Nicola Lagioia dal marzo 2016, quando il caso Varani è scoppiato e gli si è attaccato alla pelle per inquietanti risonanze personali, evocando forme nuove del demoniaco. Di qui l’approccio autobiografico e da racconto cronachistico, con ampi lacerti documentari, processuali, giornalistici, televisivi, testimonianze raccolte in rete, nonché direttamente sul campo. La scelta di sviluppare narrativamente un fatto di cronaca nera quanto risponde al bisogno di ridefinire il rapporto finzione/realtà in un oggetto culturale tradizionale insidiato dalla comunicazione multimediale? «Quando mi metto a scrivere un libro non faccio questo tipo di ragionamenti. Sono molto lento, posso aspettare cinque o sei anni prima di pubblicare un libro, potrei impiegarne dieci in mancanza di qualcosa da dire. Per mettermi a scrivere un libro c’è bisogno insomma di un’urgenza molto forte. Tutto parte da lì. È impossibile tra l’altro soggiornare per anni e anni in una storia così buia e dolorosa (incontrare persone, intervistarle, raccogliere documenti e altro materiale) se non ne sei toccato nel profondo. Carlo Levi arriva a Grassano, e poi ad Aliano, si ritrova davanti a qualcosa per lui di importantissimo, allora decide di raccontarlo. Anna Maria Ortese arriva a Napoli da ragazzina, e questa esperienza la segnerà con violenza: Il mare non bagna Napoli nasce da questo. Così come La pelle (nonostante Malaparte giochi continuamente tra il vero e il falso) nasce dall’esigenza di dire qualcosa sull’Italia e sull’Europa dopo il disastro della guerra. Gli scrittori, almeno quelli che apprezzo, lavorano più su queste spinte. Io ho sentito, sin dall’inizio, che la storia raccontata ne La città dei vivi mi apparteneva, per certi versi l’ho scritta sentendomi parte in causa». Eppure, prima ancora che il libro giungesse in libreria, è stata annunciata la serie TV…«Negli ultimi anni sempre più il cinema e la televisione lavorano su soggetti non originali, spesso si ispirano alla letteratura e quindi diventa più facile che un libro venga opzionato in tempi brevi. Successe molto rapidamente anche con La ferocia, ma il film poi ha avuto un iter produttivo complicato e solo adesso sembra aver trovato la strada». Il modello del romanzo d’inchiesta sembra aver condizionato stile e linguaggio, con un registro più lineare, distante da certi barocchismi dei romanzi precedenti che qualcuno censurava. «Se vogliamo fare con precisione un discorso sullo stile, per La ferocia parlerei molto più di modernismo che di barocco, al di là dei risultati su cui ovviamente non tocca a me esprimere giudizi. Per ciò che mi riguarda, lo stile è funzionale a ciò che si vuole esprimere, non il contrario». Il libro finirà tra le mani dei protagonisti sopravvissuti, dei parenti, di vittime e carnefici della vicenda. Rientra tra le sue finalità quella di esercitare una mediazione tra le parti, nel nome della giustizia riparativa evocata nel finale? «Sarebbe molto bello, ma peccherei di arroganza se avessi questa pretesa. Purtroppo un vero incontro tra le parti non c’è mai stato, il papà di Varani ha detto più volte che ci è rimasto molto male per il fatto che nessuno lo abbia mai contattato, che nessuno gli abbia chiesto scusa, anche per interposta persona. È pure vero che questa è una tragedia per almeno tre famiglie, è complicato rompere il silenzio quando sei stretto dal dolore. Dunque, un libro come questo a cosa può servire? Può consolare? Illuminare? Aggiungere dolore al dolore? Cristallizzare? Può avere invece un potere trasformativo? Sono tutte domande che mi sono posto di continuo mentre scrivevo. Al di là degli auspici, non ho una risposta».
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