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LE NOTIZIE DAL GIORNO Friday 08 January 2021 AL GIORNO Friday 15 January 2021 SU: cultura




TITOLO: Mann, al via il restauro del mosaico di Alessandro: si potrà seguire online
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OCCHIELLO: L’opera proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei che raffigura la Battaglia di Isso è un capolavoro simbolo dei tesori custoditi all’Archeologico di Napoli. Il direttore Giulierini: «Pagina storica». I lavori potranno essere seguiti in rete dal pubblico
TESTO: La prima collocazione della Battaglia di Isso fu, dunque, il pavimento della sala CXL, secondo il progetto iniziale di Pietro Bianchi; fu Vittorio Spinazzola, nel 1916, a definirne la nuova sistemazione a parete nelle riallestite sale dei mosaici. Da allora, in oltre un secolo, il “Mosaico dei record” ha catturato, con la sua bellezza magnetica, l’attenzione dei visitatori di tutto il mondo: dietro il fascino di un’opera senza tempo, si sviluppa il lavoro di scienziati ed esperti per garantire manutenzione e conservazione del nostro capolavoro. L’attività di restauro del mosaico è ontologicamente complessa: conservazione, collocazione, peso (verosimilmente sette tonnellate) e rilevanza storico-artistica del manufatto enfatizzano la necessità di un progetto esecutivo puntuale e delicatissimo. Il mosaico di Alessandro presenta, infatti, diverse criticità conservative, consistenti sostanzialmente in distacchi di tessere, lesioni superficiali, rigonfiamenti ed abbassamenti della superficie. Per avere un quadro esaustivo sulle effettive condizioni dell’opera, è stata prevista una nuova campagna di indagini diagnostiche, effettuate dall’Università del Molise e dal CRACS (Center for Research on Archaeometry and Conservation Science); le indagini interesseranno anche la fase esecutiva del restauro. Un’attenzione particolare riguarderà, inoltre, le condizioni microclimatiche ed ambientali, non soltanto per comprenderne l’eventuale incidenza nel processo di degrado del mosaico, ma soprattutto per individuare le migliori condizioni espositive future, in termini di illuminazione e parametri termoigrometrici.
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TITOLO: Addio al prof Luigi Testaferrata, scrittore ed editorialista
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OCCHIELLO: Collaboratore del nostro quotidiano, traduttore e membro della Commissione del Premio Boccaccio, si è spento a 88 anni. Domani i funerali a Empoli
TESTO: «È primavera! Come facciamo a dire che è primavera? Prendete il treno tutti i giorni per arrivare qui, avrete visto i colori della primavera! ». Potrebbe essere un incipit di Carlo Collodi, invece sono gli anni ’70, in una classe del liceo classico Virgilio di Empoli, le parole sono del professor Luigi Testaferrata, scrittore e docente, morto ieri all’età di 88 anni. Simona Dei è una sua studentessa, e ricorda perfettamente le frasi del prof, poi divenuto preside. Simona Dei oggi è la presidente del Premio Boccaccio, e la grande passione per la letteratura l’ha presa proprio da Testaferrata. «Insisteva sui primi canti dell’Inferno di Dante. E noi gli dicevamo: ma prof, siamo sempre qui! Rispondeva: ma è qui che nasce tutto, guardate quello che c’è sotto. Gli devo tutto». Testaferrata non è stato un professore qualsiasi. Ha lasciato un’impronta indelebile su gran parte degli studenti empolesi. Il «sorriso ironico» che ricorda Dei, quando li aspettava sulla porta del liceo. «Noi prendevamo il treno ed andavamo a piedi a scuola, e c’era un professore, il Corsi, che anche lui veniva da Certaldo, ma andava più veloce di noi. E quando arrivavamo a scuola c’era Testaferrata che ci diceva: è questa l’ora di arrivare? Il professor Corsi è già qui da un quarto d’ora. Ma non l’ha mai detto con rimprovero. Era un alleato, divertito dalla nostra condizione di studenti». Dei ritroverà il suo ex preside come giurato del Premio Boccaccio, a Certaldo. «Ogni suo giudizio o commento era un pezzo artistico, qualcosa di veramente suo. Appassionato fino in fondo, faceva parte della vita del premio, come Sergio Zavoli. Abbiamo perso in due anni due colonne portanti». Di quella giuria fa parte anche Paolo Ermini, per 12 anni direttore di questo giornale, del Corriere Fiorentino su cui il professor Testaferrata ha tenuto alcune rubriche. «Non sono affatto un filosofo che scrive a un provinciale, ma un provincialotto che scrive a gente di città» si legge nella prima delle sue Lettere provinciali (una citazione da Blaise Pascal) pubblicata il 30 ottobre del 2009. «Oltre alle rubriche, scriveva per noi piccoli elzeviri, racconti di terza pagina, che erano voli di fantasia, un angolo in cui la vena creativa si esprimeva, in modo smagliante, attraverso ricordi, a tratti pennellate del paesaggio toscano. Ci legava un sentimento di affetto e stima» ricorda Ermini. I funerali si terranno oggi alla chiesa di San Giovanni Evangelista di Empoli alle 10, poi la salma sarà cremata e le ceneri tumulate nel cimitero Sant’Andrea di Empoli. Testaferrata lascia la moglie Grazia, i figli Elena e Michele, le nipoti Karolina e Gaia, il fratello Alessandro. Alla famiglia vanno le condoglianze di tutto il Corriere Fiorentino.
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TITOLO: Ma com’è nuovo il «vecchio» conflitto di classe
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OCCHIELLO: Il ceto operaio scompare dal dibattito politico, ma i problemi rimangono
TESTO: Quasi in sordina. Senza nessun rito di accompagnamento, senza che fino in fondo ne fosse percepita l’enorme portata, abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, scomparire da tutte le scene (la politica, il sindacato, i partiti, le istituzioni, la cultura) la classe operaia. È scomparsa simbolicamente una protagonista del ‘900 che ha segnato quel secolo animandone rivoluzioni, partecipando a conflitti mondiali, producendo uno stile antagonista e una tensione unificatrice delle differenze territoriali che ne ha fatto un luogo di identità per tante e tanti anche non operai. Ovviamente non sono scomparsi né gli operai né le operaie. Le fabbriche, infatti continuano a produrre merci e il mercato è sempre più un potente regolatore delle nostre vite. A tramontare è stata l’aspirazione e l’attrazione egemonica contemporaneamente al disarticolarsi della stessa composizione di quella classe. Tanto che anche solo tracciarne il perimetro o azzardarne una definizione impone l’allargamento di categorie, la dilatazione dei confini e un rinominare esperienze mutate profondamente.
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TITOLO: Dalla lattuga su Marte al microbioma: ecco i 168 migliori scienziati federiciani
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OCCHIELLO: Sono tutti entrati nella classifica dei top mondiali pubblicata da «Plos Biology»
TESTO: Salvatore Capozziello, Colomba Di Blasi, Annamaria Colao, Andrea Ballabio, Danilo Ercolini, Maria Daglia, Alessandro Piccolo, Antonio De Maio, Angelo Izzo, Marco Pagano, Raffaele Barretta, Bruno Siciliano, Giovanni Amelino-Camelia, Lorenzo Marrucci, Francesco Calise, Bernadette Biondi, Domenico Ciuonzo, Tullio Jappelli, Fabrizio Ascione, Paolo Antonio Netti, Gaetano Manfredi, Giuseppe Matarese, Iunio Iervolino, Youssef Rouphael, Mario di Bernardo Mario, Carmine Settembre, Adam Arvidsson, Francesco Marotti de Sciarra, Marco d’Ischia, Antonio Lavecchia, Roberto Berni Canani, Antonio Formisano, Andrea D’Anna, Virginia Lanzotti, Emanuele Barbato, Fabrizio Scala, Massimo Cirillo, Ennio Cascetta, Raffaele Landolfo, Almerinda Di Benedetto, Roberto Andreozzi, Giovanni Esposito, Antonio Evidente, Riccardo Vecchio, Giancarlo Parenti, Antonio Capaldo, Claudio De Rosa, Rosario Pivonello, Mariafelicia De Laurentis, Luis J. V. Galietta, Luis J. V., Maurizio Bifulco, Alfonso Montella, Rosario Fazio, Paolo Cappabianca, Michele Fornaro, Giuliano Bonanomi, Francesca De Filippis, Francesco Amato, Giuseppe Cirino, Giovanna Muscogiuri, Alfredo Fusco, Vincenzo Busico, Danilo Russo, Peter H. M. Budzelaar, Edoardo Cosenza, Warner Marzocchi, Mauro Dolce, Antonello Merlino, Augusto Aubry, Francesca Borrelli, Giovanni Libralato, Matteo Nicola Dario Di Minno, Edoardo Pasolli, Stefano Guido, Elio Sacco, Stefano Cinti, Antonio Risitano, Nicola Brunetti-Pierri, Ivo Iavicoli, Alberto Ritieni, Andrea Prota, Alberto Auricchio, Fulvio Parisi, Gaetano D’Avino, Matteo Lorito, Nicola Scafetta, Luisa Verdoliva, Antonio Calignano, Vincenzo Lippiello, Annamaria Staiano, Giovanni Domenico De Palma, Alessandra Caggiano, Gilda Varricchi, Nunzio Romano, Elvira Rossi, Massimo Santoro, Annamaria Buonomano, Pasquale Perrone Filardi, Roberto Ivan Troisi, Antonello Santini, Gerardo Nardone, Salvatore Manfreda, Angela Rosa Cacciapuoti, Rosaria Meli, Marcello Rosaria Caleffi, Albino Maggio, Vincenza Faraco, Alfredo Guarino, Stefania De Pascale, Davide Cozzolino, Antonio Pescapè, Giovanni Antonio Ianniruberto, Ambra Michelotti, Giovanni Acampora, Pasquale Ferranti, Flora Amato, Antonino Pollio, Gabriella Fabbrocini, Antonia Tulino, Alessio Botta, Fabiana Quaglia, Domenico Asprone, Giuseppe Cringoli, Fatemeh Jalayer, Vincenzo Mirone, Carlo Alviggi, Fulvio Zullo, Riccardo Spaccini, Luigi Fiorino, Stefania Galdiero, Raffaele Savino, Salvatore Amoruso, Leopoldo Angrisani, Bianca Gasparrini, Giuseppe Bimonte, Gerardo Verderame, Orazio Taglialatela-Scafati, Alessandro Cilardo, Claudia Casapulla, Giuseppina Mattace Raso, Ettore Capoluongo, Gilberto Sammartino, Raffaele Capasso, Laura Rinaldi, Diego Iannuzzi, Antonio Strollo, Mario D’Aniello, Ciro Esposito, Fulvia Bovera, Giuseppe Aceto, Marco Milone, Massimo Aria, Marco Di Ludovico, Francesco Raimondi, Alessio Cimmino, Paolo Ricci, Daniele Naviglio, Francesco Maione, Carmen Formisano, Davide De Caro, Margherita Brindisi, Giancarmine Fasano, Roberto Opromolla, Giuseppe Campanile, Anna Andolfi, Marco Masi, Giuseppe Castaldo, Leandro Maio, Leandro.
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TITOLO: David Bowie e quella lunga notte senza regole abbracciato alla sua Iman a Firenze
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OCCHIELLO: La cronaca di una festa indimenticabile fatta da chi c’era
TESTO: Il mimo che ha imparato a domare i palchi seguendo Lindsay Kemp, il coreografo che ha inventato il glam rock, l’ambiguità sessuale fatta persona con Ziggy, il rivoluzionario che ha fuso rock-funky-disco in Let’s dance, il gemello di Twiggy, l’eroe di Labyrinth, l’artista che ha trasformato un demo di Roger Taylor in Under pressure con Freddie Mercury e i Queen, se n’è andato. Via. Adesso c’è solo David Robert Jones. Il dj miscela i sound. Due di questi — The Wedding Song e Pallas Athena — finiranno nell’Lp Black Tie White Noise dell’anno seguente. David Jones si avvicina a Enrico Tagliaferri. Il dj gli porge la cuffia ma, già, non serve. Balla il Duca bianco. Balla un lento, tenendo docilmente la testa sul seno di Iman che, imbarazzata, cerca lo sguardo complice degli ospiti. Sono scene riprese da Zoo Tv, cioè Bono. «No, non era affatto facile farli ballare — ricorda oggi Tagliaferri — Per di più Bowie voleva inserire i suoi brani. Io per scelta non avevo previsto alcun suo successo. Ma quello era il suo momento, voleva fare anche un po’ di show. In quel momento si mise a ballare un valzer». Ci pensa Bono a rompere gli indugi. Si avvicina alla coppia e strappa la sposa all’amico. Partono i ritmi più incalzanti. Osservo gli sposi e penso che Iman è musulmana, non capisco come abbia potuto sposarsi in chiesa. Giorni dopo un collega del Times mi rivelerà che per lei sposarsi in chiesa non voleva dire convertirsi.
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TITOLO: Una ventata di buonismo sulla città
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TESTO: Per dirla con Francesco, il fatto è che gli «scarti» sono tra noi, nell’esercito del male e in quello del bene. Troppo facile affidarsi alle buone azioni. Non vale per la chiesa, che ha la carità nel suo Dna, per cui la fila dei nuovi emarginati alla Mensa dei poveri, come ci ricorda insistentemente Antonio Bassolino nei suoi quotidiani pellegrinaggi urbani, è nell’ordine delle cose. Ma ci sono troppe buone azioni «sospese», dal caffè al paniere, dalla spesa alla Befana… Ben vengano, naturalmente, come l’euro che diamo al povero immigrato che fa la guardia davanti ai negozi. Servirebbe ben altro, anche in un tempo crudele e terribile come quello che da ormai da quasi anno ci angustia. Senza farla lunga, diciamo in sintesi estrema che occorrono buone azioni di… governo. A tutti i livelli. Vale per Napoli e per tutto il resto. La politica che cambia e indirizza, che dà risposte, che risolve, che aiuta, che ristora anche. Soprattutto meno spettacolo e autoreferenzialità e più sostanza. Non dipende solo da chi ha il potere di decidere ma da noi che gli diamo questo potere anche se ci asteniamo.
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TITOLO: Carmelo Bene al quotidiano
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OCCHIELLO: La sua ultima compagna rievoca universo domestico, oggetti e manie del genio. Esce per le Edizioni dell’Asino «Cominciò che era finita» di Luisa Viglietti
TESTO: Il 16 marzo 2002 moriva Carmelo Bene, lasciando un vuoto enorme e un’opera polimorfa e plurilinguistica per molti aspetti ancora inesplorata. Forse irrecuperabile: soprattutto il teatro, ridotto ai ricordi filtrati degli spettatori, testimoni di esperienze che vivevano nell’arco volatile della scrittura di scena. E tuttavia, la composita eredità materiale dell’artista, almeno quella tracciata, archiviata e messa a disposizione degli studiosi, come era nelle disattese volontà testamentarie, avrebbe potuto contribuire ad una più produttiva, e non solo monumentaria, permanenza di quel geniale laboratorio. Così non è stato. La Fondazione L’Immemoriale, istituita a Otranto per volontà di Bene, è stata cancellata in Tribunale nel 2005. Tutto è passato nelle mani della moglie e della figlia. Parte dei materiali è andata a costituire, dal 2019, un archivio nella città di Lecce, grazie a un accordo tra eredi e Regione Puglia. Ma ad oggi, fruizione e promozione del progetto sono ben lontani da quanto le ambizioni del testamento prefiguravano.
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TITOLO: Quei friggi-hamburger invasati che fanno irruzione a Capitol Hill
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OCCHIELLO:
TESTO: Nelle scene che abbiamo dovuto vedere c’era qualcosa di sinistro e di abominevole, di etimologicamente osceno: le vetrate delle porte d’ingresso infrante; la polizia che, specialmente all’inizio dell’irruzione, reagiva timorosa all’avanzata dei cosiddetti dimostranti (il lungo pianosequenza di un agente che, da solo, intimava loro di uscire e subito arretrava chiedendo rinforzi); i primi tafferugli; il suono sordo di uno sparo che raggiunge una donna togliendole la vita poco dopo; le sequenze inquietanti dei finti dialoghi fra polizia e provocatori che guadagnavano terreno violando un tempio civile in cui non erano ammessi e non sarebbero mai dovuti entrare, man mano che inscenavano il loro minaccioso teatrino; le guardie di sicurezza con le pistole spianate davanti a una porta d’accesso; i parlamentari terrorizzati e nascosti fra gli scranni; le immagini volgari e inguardabili di un supporter di Trump stravaccato nell’ufficio della speaker Nancy Pelosi, un altro addirittura al posto del presidente.
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TITOLO: I partiti tradizionali su una strada in salita
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OCCHIELLO:
TESTO: Caro signor Dragoni, in primo luogo la ringrazio per le parole d’apprezzamento. Detto ciò, non le nascondo che l’attuale confusione politica e programmatica rende sempre più difficile fare del buon giornalismo. Come lei fa notare, maggioranza e opposizione fanno di tutto per spostare l’attenzione su vicende secondarie in modo da nascondere (ma per quanto? ) il vuoto di idee che le affligge. Ma non vorrei volare troppo alto: preferisco rimanere ancorato alla realtà territoriale che il Corriere del Mezzogiorno rappresenta insieme con la casa madre (a proposito, un benvenuto di cuore a Roberto Saviano che lascia Repubblica per approdare in via Solferino, confermando quel pluralismo di opinioni che è ormai il nostro marchio di fabbrica). Napoli, dunque. Il timore di una crisi di governo paralizza da settimane i partiti che, invece, dovrebbero già essere all’opera per individuare i futuri candidati sindaci. Si dirà: ma è presto, visto che a causa del Covid non sappiamo ancora se andremo a votare in primavera o dopo l’estate. Giusto. Il problema è che un candidato, Alessandra Clemente, è già in campo e altri due, Antonio Bassolino e Catello Maresca, si accingono nelle prossime settimane a sciogliere la riserva. Insomma, le forze politiche tradizionali rischiano di uscire allo scoperto quando la campagna elettorale sarà, nei fatti, già cominciata e di dover recuperare affannosamente il terreno perso. Il discorso riguarda soprattutto Pd e Cinque Stelle che, smarriti dentro le loro diatribe, rischiano di giungere alla meta stanchi e, forse, divisi. Non dimentichiamo, inoltre, che proprio in primavera partirà il Recovery Fund e, contemporaneamente, cesseranno le misure anti-crisi, a cominciare dal blocco dei licenziamenti. Per i partiti, quindi, lo scenario non sarà favorevole: dovranno rispondere alle richieste europee e, allo stesso tempo, fronteggiare il malcontento sociale. Con una situazione del genere, avranno la lucidità di scegliere candidati e programmi vincenti? Vedremo. Enzo d’Errico
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TITOLO: Il discografo: il ritorno di Fiona Apple contro i suoi demoni interiori
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OCCHIELLO: Dopo otto anni di silenzio, con «Fetch the Bolt Cutters» la cantautrice americana ha prodotto uno dei dischi più belli del 2020 a unanime giudizio della critica internazionale
TESTO: Un’ulteriore postilla all’elenco dei migliori dischi dell’anno, non foss’altro per il plebiscito tributatogli dalla critica internazionale, riguarda l’ultimo album di Fiona Apple, Fetch the Bolt Cutters su etichetta Clean Slate/ Epic, ovvero un’efficace mistura di produzione semi-indipendente e distribuzione internazionale nelle mani del colosso Sony. Anche lei, Fiona, è artista dalla doppia faccia: battezzata a 19 anni nuovo fenomeno pop con l’album d’esordio Tidal (1996) e soprattutto il singolo Criminal, di buona famiglia inserita nel giro di Hollywood (il padre è attore), newyorkese di nascita e losangelina d’elezione, è andata via via oscurando la sua bellezza da ragazza-copertina e le limpide capacità vocali (timbro, estensione, capacità interpretative) in una ostinata frequentazione dei suoi demoni interiori, al punto da scivolare per scelta sempre più lontano dai riflettori. Fetch the Bolt Cutters è il suo quinto album (in 25 anni, non male come media), ed è costruito sul ritmo di una specie di recitar-cantando che si apre raramente alla melodia aperta. Accompagnandosi al pianoforte, che suona con economia e intelligenza, mette in fila le immagini dei suoi testi, popolati di incubi (come quello di uno stupro subito a 12 anni), di richieste d’amore formulate con disillusa ironia, di orgoglio femminile, facendo rotolare le parole secondo una vitalissima metrica interiore ricca di sincopi, di cambi di tempo, di cesure improvvise. La tessitura musicale la asseconda, circondandola di suoni trovati: cani che abbaiano, casseruole e altri timbri percussivi inediti di natura domestica (il disco in effetti è registrato in casa), fino allo splendido gioco per sole voci di For Her. Da ascoltare in loop.
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TITOLO: La convivenza di una giovane coppia? Funziona se è senza «aiutino» da casa
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TESTO: Caro Daniele, sarà perché io i miei li ho persi molto presto, ma fatico a immaginare quali ragionevoli pretese si possano avere dai propri genitori, a 24 anni, fuori regione e fuori casa da anni, e ormai conviventi con un fidanzato. Crescere e diventare grandi significa molte cose, la cosa che sottintende a tutte le altre è diventare economicamente indipendenti, ma il passaggio che dà lo slancio a tutti gli altri, nei fortunati casi in cui succede, è formare una famiglia propria. Una coppia che convive è già una famiglia. Dovrebbe essere un nucleo autonomo che, per vocazione, cerca di bastarsi a vicenda. In quest’ottica, non sono indulgente verso una ventiquattrenne che sta da anni a Milano, convive e però si lamenta che i genitori residenti a mille chilometri di distanza non collaborino «alle sue incombenze». Noi emigranti (lo sono anche io, avendo lasciato il Sud per il Nord, un secolo fa) possiamo guardare alla nostra vita in due modi opposti. Possiamo dirci che siamo svantaggiati perché abbiamo dovuto cercare fortuna lontano da casa o possiamo dirci che abbiamo uno straordinario vantaggio, perché, nonostante le condizioni di partenza avverse, abbiamo trovato un luogo delle opportunità e perché tutte le complicazioni connesse ci forgiano continuamente il carattere. Ci rendono più forti, più autonomi, più scaltri e ci forniscono continue conferme del fatto che, superata una difficoltà, saremo in grado di superarne un’altra. Quand’ero giovane e sono andata a Milano a studiare a lavorare, ho invidiato anche io i coetanei che già vivevano lì, abitavano coi genitori, non avevano il problema di mettere insieme l’affitto con la cena o di dover trovare il tempo andare a pagare le bollette. È stata dura, ma quando ci lasciamo alle spalle l’adolescenza e ci avventuriamo nell’età adulta non c’è niente di più sano che doversi prendere cura di sé da soli. Il tempo mi ha fatto benedire quella palestra di autonomia che mi ha permesso di guadagnare consapevolezza, forza, resilienza. Quando sai che puoi contare solo sulle tue forze, sei costretto a darti da fare e sai che lamentarti ti fa solo perdere tempo e disperdere energie. Appartengo a un’altra generazione, i miei erano diventati genitori a poco più di vent’anni. Oggi è quasi impensabile, lo so. Il nostro è un Paese in cui i «giovani», in media, lasciano la casa dei genitori a 30 anni, mentre in Francia o in Germania, per dire, ne escono a 23. I motivi li conosciamo: mancanza di lavoro e certezze, affitti alti. .. Il bozzolo in cui i giovani restano così a lungo, però, è diventato una sorta di amorevole cappio. I genitori sono più protettivi di un tempo e l’idea diffusa è che debbano prendersi cura dei figli vita natural durante. Sembra quasi che debbano scontare per sempre «la colpa» di aver consegnato loro un mondo dalle opportunità ridotte. Questa idea permea sempre di più la società. Lei dovrebbe aiutare la sua fidanzata a cambiare radicalmente l’idea di sé, dovrebbe aiutarla a pensarsi come una giovane donna di valore che ha lasciato la sua terra per costruirsi un futuro e diventare indipendente e autonoma. Dovrebbe aiutarla a farle riconoscere che buona parte del suo valore è dato proprio dalla capacità di fare da sola. Per riuscirci, mi permetto di dire, dovrebbe dare l’esempio. Lei è rimasto nella città natia e ha il vantaggio di avere i genitori vicini, ma il percorso di affrancamento da loro per «le incombenze quotidiane» è richiesto anche a lei. Fa parte del normale processo di formazione che ognuno di noi è tenuto a fare come essere umano. La bellezza di creare una coppia e andare a vivere insieme sta proprio nel fatto che si forma una nuova famiglia. Si diventa l’uno per l’altro, ci si promette supporto reciproco e la sfida comune è diventare grandi e autosufficienti insieme. L’obiettivo ideale è che ogni nucleo familiare, quello di origine e quello nuovo, basti a se stesso almeno per le necessità ordinarie. So di giovani coppie stabilmente assistite dai genitori in incombenze come il bucato, le pratiche burocratiche eccetera eccetera. Trovo che sia una mancanza di riguardo verso i genitori, che hanno il diritto di godersi magari la pensione, ma anche un delitto verso se stessi. Il problema, fra lei e la sua fidanzata, è la situazione sbilanciata: lei continua a beneficiare dell’aiutino da casa (dei suoi). Dovrebbe imparare progressivamente a farne a meno e far sentire alla sua ragazza che state costruendo insieme una coppia che ha l’ambizione di crescere e diventare grande. Candida Morvillo
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TITOLO: Il discografo: Trifonov senza limiti alle prese con i suoi autori preferiti
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OCCHIELLO: Prokofiev, Scriabin e Stravinsky nel doppio cd «Silver Age», un saggio di tecnica e d’intelligenza musicale del grande pianista russo
TESTO: La rubrica di oggi va considerata come una postilla alla lista delle migliori uscite del 2020, poiché questo album di Daniil Trifonov, Silver Age, è ancora più bello dei precedenti dischi Deutsche Grammophon che il prodigioso virtuoso russo ha dedicato a Rachmaninov, e rappresenta un autentico evento per il mondo della musica. Qui il pianista nato a Nizhnij Novgorod quasi 30 anni fa, «laureatosi» al premio Ciaikovskij e ora residente a New York («my kind of town», dichiara sorprendentemente, lui così ascetico e così «russo»), allarga il suo obiettivo fino a investire la scena della nuova musica dei primi del Novecento, ovvero tre giganti come Stravinskij, Prokofiev e Scriabin, per riaffermare il peso dell’impronta russa sulla nascita dei linguaggi della modernità e soprattutto la sorprendente attualità di una musica che ci parla da un altro secolo ma da un periodo ugualmente attraversato da grandi crisi come quello che stiamo attraversando noi, qui e ora. In due cd ascoltiamo pagine pianistiche ma anche, almeno in parte, sinfoniche come i Concerti per pianoforte e orchestra di Prokofiev (n. 2 op. 16) e Scriabin (op. 20) eseguiti con la sontuosa «spalla» di Valery Gergiev e la Mariinsky Orchestra, e trascrizioni per pianoforte de L’uccello di fuoco e Petrushka che sotto le dita di Trifonov ritrovano tutto lo splendore barbaro, la sensualità e i colori persi per strada. Ma quello che stupisce sono le pagine minori, come l’arguta raccolta dei Sarcasmi (op. 17) del Prokofiev più cosmopolita e dandy: aforismi musicali che aiutano Trifonov a trascendere ogni limite tecnico del suo strumento per mettere in scena un sorprendente teatro sonoro.
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TITOLO: «Come il sushi per i giapponesi» Borghese porta il crudo barese in tv
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OCCHIELLO: Da martedì 12 gennaio, su Sky Uno, la puntata di «Quattro ristoranti» dedicata a Bari«La tagliatella o l’allievo di mare come una religione. Un mix di orgoglio e competenza»
TESTO: I baresi, gente col mare dentro. Devoti a San Nicola, che dalle acque è arrivato. E al crudo. Allievi, polpi, ostriche, noci, cozze nere, cozze pelose. E, ancora, ricci e tagliatelle, naturalmente di mare. «Una religione», la definisce Alessandro Borghese, sbarcato in Puglia con il suo van per la sesta tappa della trasmissione 4 ristoranti, produzione Sky realizzata da Banijay Italia. Stasera (ore 21.15), sia su Sky Uno che in streaming su Now Tv, va in onda l’episodio nel quale il popolare chef, alla ricerca a Bari del miglior ristorante di crudo, ha coinvolto Mimmo di Tabula Rasa, Anna Rita di Asuddiest, Tina de L’Incanto e Diego di Biancofiore.
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TITOLO: Sale chiuse, film in streaming Verdone: «La gente tornerà»
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OCCHIELLO: L’attore romano protagonista al webinar sul futuro del cinema organizzato dal Festival di Lecce. Con lui anche i vertici di Anica e Anec, critici e direttori di festival
TESTO: Certo non sarà facile tornare rapidamente a fare i numeri record del 2019, ma il desiderio del grande schermo viene anche dal riscontro positivo dei festival, molto seguiti in modalità online, come ha sottolineato Laura Delli Colli, chiamata a condurre l’incontro nella sua doppia veste di presidente dei giornalisti cinematografici italiani e della Fondazione Cinema per Roma. «Lo stesso Festival del Cinema Europeo di Lecce ha fatto un piccolo miracolo», ha detto complimentandosi col padrone di casa, il direttore artistico Alberto La Monica. «I festival rappresentano un importante circuito alternativo di distribuzione», ha sottolineato a sua volta La Monica, ricordando che ancora solo per oggi, attraverso il sito della manifestazione, nell’ambito del programma speciale intitolato «Festival sotto l’albero», è possibile vedere gratuitamente tutti i film vincitori delle ventuno edizioni con una selezione di oltre sessanta cortometraggi.
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TITOLO: Firenze, quella dedica di Sciascia che riemerge dal cassonetto
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OCCHIELLO: Lorenzo Zambini è inciampato in una prima edizione de Il giorno della civettacon dedica autografa... andando a buttare l’immondizia
TESTO: Non che lui sia solito frugare tra i rifiuti altrui, ma quel giorno. .. «Quel giorno di un paio di anni fa — ci racconta — scesi a buttare la carta e accanto al cassonetto vidi una scatola che conteneva dei libri». Niente di che: feuilleton, libri rosa e un paio di volumi dall’aspetto più nobile. Li portai su e li misi da parte». Giorni addietro i giornali gli ricordano che 100 anni fa nasceva Sciascia — 8 gennaio 1921 — e dunque viene comprensibilmente investito dal desiderio di rileggere il maestro di Racalmuto. «Tra tanti suoi titoli tutti dell’Adelphi ho trovato anche questo vecchio Einaudi con copertina di Guttuso». Era Il giorno della civetta, il libro della celebre tenzone tra don Mariano e il capitano Bellodi. Il libro che ha parlato di mafia prima che in Italia si riconoscesse la mafia come organizzazione organica. Era datato 1961, era dunque una prima edizione che fino a qualche anno fa è sicuramente stato custodito dagli eredi di Giuseppe Zagarrio, poeta e insegnante di liceo siciliano ma stabilmente a Firenze dal 1949 al 1994, anno della sua morte.
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TITOLO: Quadri e chef, così gli Uffizi diventano «da mangiare»
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OCCHIELLO: Ogni domenica le Gallerie posteranno sulla pagina Facebook un video nel quale un noto cuoco o personaggio del mondo enogastronomico sceglierà un’opera dalle collezioni e, proporrà o cucinerà pietanze che richiamano il quadro
TESTO: Fabio Picchi, patron del Cibrèo di Firenze si confronterà con il “Ragazzo con pesce” del settecentesco Giacomo Ceruti, Dario Cecchini, macellaio e ristoratore di Panzano in Chianti, già noto per aver portato in cucina i versi della Divina Commedia dantesca, servirà la sua versione della “Dispensa con botte, selvaggina, carni e vasellame” di Jacopo Chimenti detto L’Empoli. La chef stellata Valeria Piccini, del ristorante Da Caino, a Montemerano, proporrà una sua ricetta che prende spunto da una “Natura morta” dell’Empoli, mentre Marco Stabile, altro chef stellato di L’ora d’Aria a Firenze farà sentire profumo e sapori dei “Peperoni e uva” di Giorgio De Chirico. Le puntate, pensate per ingolosire il pubblico virtuale degli Uffizi con un vero e proprio menù continueranno fino a primavera inoltrata: gli chef porteranno in tavola opere di Caravaggio, Felice Casorati, Giovanna Garzoni ed altri artisti.
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TITOLO: Stephen King contro le armi in un libro che nasce a Scampia
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OCCHIELLO: Marotta&Cafiero pubblica «Guns», un saggio dell’autore americano
TESTO: L’intento di Marotta&Cafiero è dichiarato da un po’: prendersi quello spazio lasciato vuoto a Napoli da una certa editoria a respiro nazionale. «Non c’è un equivalente di Sellerio né di Laterza a Napoli. Con la distribuzione Mondadori abbiamo già realizzato un miracolo, era quello per noi il passo più importante». Insomma, le idee ci sono e la struttura si allarga: «Abbiamo preso una sede grande, abbiamo un ufficio, il magazzino, tutto come una vera casa editrice, non lavoriamo mica in un appartamento. ..» puntualizza l’editore, che di recente è stato anche premiato per le sue scelte ambientaliste, dall’utilizzo dei materiali ai procedimenti di lavorazione. Sul piano della comunicazione, poi, Marotta&Cafiero si distingue ormai per quel tratto aggressivo, molto social, assai accattivante. Gli slogan sono centrati: dalla «piazza di spaccio dei libri» alla Scugnizzeria, è giovane e funziona. E le scelte editoriali? A parte King ci sono altri stranieri: il titolo più venduto è La porta sul mare di Joseph N’Diaye, dedicato alle schiavitù contemporanee. Ma poi c’è il filone partenopeo, da Rea a La Capria, da Bernari a Compagnone. Dai colleghi campani sono arrivati incoraggiamento o complimenti? «Ho molti contatti con gli altri editori e stimo i miei colleghi: vedo che sono molti a muoversi, vanno alle fiere, fanno scelte coraggiose». Ecco, il coraggio è un punto centrale. Forse anche per vivere a Scampia (e rimanerci), ma soprattutto per puntare in alto. «Il coraggio è spesso mancato all’editoria meridionale, per il resto il Nord non ha molto più di noi, giusto un’organizzazione migliore. Eppure anche da qui possiamo avere una visione imprenditoriale e moderna».
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TITOLO: La via campana di QAnon
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OCCHIELLO: La vicenda di un hacker di Eboli che secondo i complottisti avrebbe truccato le elezioni americane favorendo Biden
TESTO: Partiamo dalla fine, o perlomeno dallo stato delle cose. Un’utente, una signora no vax assidua frequentatrice dei gruppi QAnon pubblica sulla propria bacheca Facebook un post in cui c’è scritto: «Indagine in corso presso la Procura di Napoli sulla manipolazione dei dati da parte dell’ex dirigente della divisione Information Technology della Leonardo». Sotto, il link a un video in cui un presunto super testimone avvalorerebbe quest’informazione, e cioè che Arturo D’Elia, 38enne di Eboli, ex dipendente dell’azienda di Pomigliano d’Arco Leonardo S. p.A. di cui ha violato i server trafugando dati sensibili, arrestato il 5 dicembre scorso e detenuto nel carcere di Fuorni, avrebbe fatto vincere le elezioni a Biden truccando il risultato che vedeva invece vincitore Trump. L’hacker campano, secondo quest’utente e secondo molti altri che hanno riportato la «notizia» all’interno dei gruppi, avrebbe «sfruttato le capacità di crittografia della guerra informatica di livello militare per trasmettere voti scambiati tramite satellite militare» da un candidato all’altro, cioè da Trump a Biden. «L’imputato - rivela questo leak che i giornali mainstream hanno ovviamente censurato - ha dichiarato che testimonierà a tutti gli individui e le entità coinvolte nel passaggio dei voti da Donald Trump a Joe Biden quando sarà in totale protezione per se stesso e la sua famiglia. L’imputato afferma di aver assicurato in una posizione segreta il backup dei dati originali e dei dati scambiati in quanto gli è stata data istruzione di fornire prove in tribunale su questo argomento».
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TITOLO: Gino Palumbo , non solo sport. Il giornalista che fece scuola
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OCCHIELLO: Nato cento anni fa a Cava de’ Tirreni, diresse e trasformò la Gazzetta dello Sport
TESTO: Nel gennaio del 1962 Palumbo, che ha appena sposato la sua Carmen, viene assunto dal Corriere della Sera, chiamato da Alfio Russo a dirigere la redazione sportiva e trasferisce il know how napoletano nel maggior quotidiano nazionale. Diventano all’ordine del giorno le polemiche con il difensivista Gianni Brera, responsabile del concorrente Giorno. Clamorose le divergenze di giudizio su Gianni Rivera di cui Palumbo ammirava le spettacolari intuizioni. Nel dicembre 1972 la prima nomina a direttore, al Corriere d’Informazione, edizione pomeridiana del Corriere della Sera. Nel gennaio del 1975 le clamorose dimissioni dopo che la nuova proprietà Rizzoli aveva proposto Cesare Lanza quale condirettore. Il rapporto con Rizzoli si ricompone, nel novembre del 1976 Palumbo viene chiamato a dirigere la Gazzetta dello Sport, il maggior quotidiano sportivo italiano. E vi compie la sua rivoluzione, iniziando dalla prima pagina che diventa una vera vetrina per catturare lo sguardo, suscitare l’interesse del potenziale lettore. Gianni Brera, che era diventato la firma di punta del giornale, preferisce dare le dimissioni anziché accettare la direzione di Palumbo. Che va avanti per la sua strada trasformando un giornale solo «tecnico», legato a risultati e tabellini, in un prodotto comprensibile a tutti, che esalta i valori umani dei grandi protagonisti, gli atleti. Un giornale pensato, costruito, con approfondimenti, interviste, schede, immagini. La Gazzetta dello Sport diventa il quotidiano più venduto d’Italia. Nel 1983 Palumbo lascia la direzione della Gazzetta ma ne rimane direttore editoriale. L’anno successivo viene designato direttore del Corriere della Sera. Ma deve rinunciare per i sopravvenuti gravi motivi di salute. Nel maggio del 1987 fa in tempo a festeggiare il primo scudetto del Napoli, atteso da sessant’anni. «È diventato realtà – spiega nell’intervista a Parodi – aggiungendo efficienza milanese all’estro, al cuore, al calore napoletani. Frutto di un lavoro caparbio, il capolavoro del presidente Corrado Ferlaino. Se la società non avesse funzionato, tutto sarebbe crollato a metà torneo». Come era già avvenuto tante alte volte. Quel che pensava, con illuminata veggenza, ai tempi di Lauro.
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TITOLO: Girando alla riscoperta della città
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OCCHIELLO: Alessandro Piva racconta le emozioni provate nel preparare il corto presentato dal Comune di Bari per avvalorare la sua candidatura a Capitale italiana della cultura 2022
TESTO: La scoperta del Succorpo della Cattedrale, un luogo estremamente suggestivo e ancora sconosciuto a molti baresi. L’opportunità di fermarmi per la prima volta a guardare l’ultimo peschereccio rimasto dell’antica marineria della città, condotto per mare da tre generazioni dagli uomini della famiglia Pupillo. La discesa materiale e metaforica nel laboratorio di Geotecnica del Politecnico di Bari, un luogo sospeso tra passato e futuro dove la passione che anima i ricercatori si concretizza in lunghissime, trepidanti attese di risultati fondamentali per gli studi sui rischi idrogeologici. Il riavvicinamento alle diverse forme di religiosità che convivono all’ombra di San Nicola, che ha mosso qualcosa di spirituale perfino in un laico convinto come me, in particolare la bellezza mistica del rito ortodosso, come anche l’affabilità e l’autoironia di padre Emmanuel, il domenicano che si è prestato senza resistenze a cercare con me la location migliore per il suo ritratto all’interno dell’austera Basilica. Ma forse l’impresa più difficile è stata strappare un sorriso a personalità molto riservate come Alessandro Laterza o Gianrico Carofiglio; e riuscire a distogliere per un momento dai suoi studi Luciano Canfora non accade certo tutti i giorni. Difficile dimenticare anche lo sguardo pieno di orgoglio di Manlio Epifania nel mostrare un frutto di corbezzolo dell’orto urbano Gargasole.
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