IL NOTIZIARIO

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LE NOTIZIE DAL GIORNO Friday 15 January 2021 AL GIORNO Friday 22 January 2021 SU: cultura




TITOLO: Gino Palumbo , non solo sport. Il giornalista che fece scuola
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OCCHIELLO: Nato cento anni fa a Cava de’ Tirreni, diresse e trasformò la Gazzetta dello Sport
TESTO: Nel gennaio del 1962 Palumbo, che ha appena sposato la sua Carmen, viene assunto dal Corriere della Sera, chiamato da Alfio Russo a dirigere la redazione sportiva e trasferisce il know how napoletano nel maggior quotidiano nazionale. Diventano all’ordine del giorno le polemiche con il difensivista Gianni Brera, responsabile del concorrente Giorno. Clamorose le divergenze di giudizio su Gianni Rivera di cui Palumbo ammirava le spettacolari intuizioni. Nel dicembre 1972 la prima nomina a direttore, al Corriere d’Informazione, edizione pomeridiana del Corriere della Sera. Nel gennaio del 1975 le clamorose dimissioni dopo che la nuova proprietà Rizzoli aveva proposto Cesare Lanza quale condirettore. Il rapporto con Rizzoli si ricompone, nel novembre del 1976 Palumbo viene chiamato a dirigere la Gazzetta dello Sport, il maggior quotidiano sportivo italiano. E vi compie la sua rivoluzione, iniziando dalla prima pagina che diventa una vera vetrina per catturare lo sguardo, suscitare l’interesse del potenziale lettore. Gianni Brera, che era diventato la firma di punta del giornale, preferisce dare le dimissioni anziché accettare la direzione di Palumbo. Che va avanti per la sua strada trasformando un giornale solo «tecnico», legato a risultati e tabellini, in un prodotto comprensibile a tutti, che esalta i valori umani dei grandi protagonisti, gli atleti. Un giornale pensato, costruito, con approfondimenti, interviste, schede, immagini. La Gazzetta dello Sport diventa il quotidiano più venduto d’Italia. Nel 1983 Palumbo lascia la direzione della Gazzetta ma ne rimane direttore editoriale. L’anno successivo viene designato direttore del Corriere della Sera. Ma deve rinunciare per i sopravvenuti gravi motivi di salute. Nel maggio del 1987 fa in tempo a festeggiare il primo scudetto del Napoli, atteso da sessant’anni. «È diventato realtà – spiega nell’intervista a Parodi – aggiungendo efficienza milanese all’estro, al cuore, al calore napoletani. Frutto di un lavoro caparbio, il capolavoro del presidente Corrado Ferlaino. Se la società non avesse funzionato, tutto sarebbe crollato a metà torneo». Come era già avvenuto tante alte volte. Quel che pensava, con illuminata veggenza, ai tempi di Lauro.
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TITOLO: Girando alla riscoperta della città
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OCCHIELLO: Alessandro Piva racconta le emozioni provate nel preparare il corto presentato dal Comune di Bari per avvalorare la sua candidatura a Capitale italiana della cultura 2022
TESTO: La scoperta del Succorpo della Cattedrale, un luogo estremamente suggestivo e ancora sconosciuto a molti baresi. L’opportunità di fermarmi per la prima volta a guardare l’ultimo peschereccio rimasto dell’antica marineria della città, condotto per mare da tre generazioni dagli uomini della famiglia Pupillo. La discesa materiale e metaforica nel laboratorio di Geotecnica del Politecnico di Bari, un luogo sospeso tra passato e futuro dove la passione che anima i ricercatori si concretizza in lunghissime, trepidanti attese di risultati fondamentali per gli studi sui rischi idrogeologici. Il riavvicinamento alle diverse forme di religiosità che convivono all’ombra di San Nicola, che ha mosso qualcosa di spirituale perfino in un laico convinto come me, in particolare la bellezza mistica del rito ortodosso, come anche l’affabilità e l’autoironia di padre Emmanuel, il domenicano che si è prestato senza resistenze a cercare con me la location migliore per il suo ritratto all’interno dell’austera Basilica. Ma forse l’impresa più difficile è stata strappare un sorriso a personalità molto riservate come Alessandro Laterza o Gianrico Carofiglio; e riuscire a distogliere per un momento dai suoi studi Luciano Canfora non accade certo tutti i giorni. Difficile dimenticare anche lo sguardo pieno di orgoglio di Manlio Epifania nel mostrare un frutto di corbezzolo dell’orto urbano Gargasole.
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TITOLO: Napoli, sul set de «L’amica geniale» Lenù compra il «Corriere»
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OCCHIELLO: Le riprese della fiction ispirata alla tetralogia di Elena Ferrante: la terza stagione da «Storia di chi fugge e di chi resta» riporta la città negli anni ‘70.
TESTO: Letture «geniali». Ieri set in piazza Dante, a Napoli, per la serie ispirata alla tetralogia di Elena Ferrante. Lenù, cappotto color cammello, capelli corti, borsa di cuoio - chiunque fosse vivo negli anni Settanta ne ha avuta una - occhiali da normalista sul naso, è appena tornata a in città dopo la prima presentazione del suo romanzo in una libreria milanese. Lì era stata attaccata da un professore contro il quale s’era scagliato - con grande sorpresa di Elena - Nino Sarratore, spuntato dal nulla. L’incontro crea un cortocircuito nel cuore della protagonista. Nino aveva l’arcano talento che hanno certi uomini di farti sentire ignorante anche se esci dalla Normale di Pisa e firmi un romanzo di successo. Con questo magone Elena torna al Rione dove fa il doppio carico di amaro. Un po’ troppo. Così decide di dare un’accelerata alla sua emancipazione andando a comprare libri e giornali.
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TITOLO: Toscana in zona gialla, ecco i musei che riaprono
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OCCHIELLO: Loggia dei Lanzi e musei civici da lunedì, Boboli martedì. Per Uffizi e Accademia ci vuole un po’ più di tempo
TESTO: I musei civici riaprono lunedì. Dopo il via libera del Governo, il Comune di Firenze è pronto ad accogliere di nuovo i visitatori. «Non vogliamo perdere nemmeno un minuto - ha dichiarato l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi - e anche se sappiamo che ci saranno sacrifici economici da fare crediamo che sia un segnale di speranza importante: dopo un anno di grave crisi per tutto il comparto culturale adesso ci auguriamo che la riapertura, con tutte le necessarie prescrizioni sanitarie, possa essere permanente». Con la loro riapertura sarà inaugurata anche la mostra di Henry Moore al museo Novecento, e riaperta la rassegna dedicata a Raffaello in sala d’Arme di Palazzo Vecchio e quella fotografica di Massimo Sestini nell’ex refettorio di Santa Maria Novella.
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TITOLO: Biscardi, Bari e il Petruzzelli fino al 2022: «Sarà nel segno di San Nicola»
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OCCHIELLO: Alla vigilia del concerto diretto da Bisanti il sovrintendente dell’ente lirico illustra la stagione del più importante teatro di Bari, Con due omaggi al patrono della città
TESTO: «Troppo complesso, tecnicamente. E anche pericoloso, in termini di sicurezza. Abbiamo avuto diversi contagiati tra i coristi, non dimentichiamolo. E poi operazioni come quelle del Barbiere di Siviglia con la regia di Martone all’Opera di Roma puoi farle se vanno in televisione e hai il budget che hanno i grandi enti lirici. Il Faust di Gounod con cui avremmo dovuto aprire in questi giorni lo vedremo in presenza il prossimo anno. Intanto, a settembre la lirica torna col Don Giovanni di Mozart interpretato da Jessica Pratt e Pietro Spagnoli nel ruolo di Leporello. La produzione è del Festival di Spoleto con la regia di Giorgio Ferrara e le scene del premio Oscar Dante Ferretti, che spero di avere a Bari per un incontro. A seguire, recupereremo il Gallo d’Oro di Rimskij-Korsakov».
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TITOLO: Emmy Awards a due giovani toscani
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OCCHIELLO: Caterina Pavarelli e Francesco Rossi si aggiudicano l’Oscar della tv americana
TESTO: Non capita certo tutti i giorni di vincere un Emmy Awards, l’Oscar della televisione, soprattutto per degli under 30. Ad aggiudicarsi il prestigiosissimo premio internazionale sono stati due giovani professionisti toscani, Caterina Pavarelli (24 anni) e Francesco Rossi (26 anni), che hanno curato la produzione esecutiva per l’Italia della puntata «A Sunday Morning in Florence» per il programma «Sunday Morning with Jane Pauley», che va in onda da oltre quarant’anni sul più importante network televisivo americano, la CBS. Jane Pauley, dal 2016 alla conduzione di uno dei programmi d’informazione e intrattenimento più seguiti in America, ha raccolto l’eredità della storica conduzione di Charles Osgood, portanto tra le tante novità la realizzazione di una puntata speciale all’anno dedicata a un’importante città d’arte europea. Dopo i documentari girati a Londra e ad Amsterdam, nel 2019 la produzione americana è approdata in Toscana, dove per un mese si sono svolte le riprese nei luoghi più significativi di Firenze e dintorni. Ed è proprio la puntata dedicata a Firenze a essere stata premiata agli Emmy Awards 2020 come miglior prodotto televisivo nella categoria «Outstanding News Special».
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TITOLO: Sulle tracce di San Francesco
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OCCHIELLO: Una camminata fino all’Eremo Le Celle. Immersi nella natura amata dal santo
TESTO: L’itinerario prosegue lentamente seguendo la morfologia del territorio. Tra sentieri, boschi antichi, ruderi misteriosi e scorci improvvisi che si aprono sulla Val di Chiana e le colline circostanti: «da una splendida via chiamata “dei Mulini” - racconta l’accompagnatore - costeggiamo il “fosso di Loreto” per arrivare alle falde del monte Sant’Egidio; da qui l’ascesa prosegue verso le Celle, primo convento costruito da San Francesco, da lui abitato dopo avere ricevuto le stimmate, e dove, poco prima di morire, nel 1226, detterà il Testamento, tra i suoi scritti più preziosi». Attualmente il luogo è abitato da una fraternità composta da sei frati che continuano nel tempo la stessa esperienza di preghiera. In totale il percorso - «ad anello» - misura 12,5 chilometri, presenta un dislivello di 550 metri e ha una durata di circa cinque ore: «Si tratta - ragiona ancora la guida - di un trekking alla portata di tutti ma raccomandiamo un abbigliamento adatto poiché alcuni passaggi nell’erba e nella roccia possono essere scivolosi, quindi: scarpe sportive, para collo, guanti, cappello, impermeabile, oltre ovviamente ad acqua e pranzo al sacco».
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TITOLO: Padre e figlia, anatomia di un dolore
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OCCHIELLO: Bell’esordio di Carmen Barbieri, classe 1984, con «Cercando il mio nome»
TESTO: Ha una spietata, disarmante lucidità la giovane Anna, protagonista del brillante esordio di Carmen Barbieri, napoletana, classe 1984, attrice e scrittrice. «Cercando il mio nome» (Feltrinelli) è un romanzo complesso: il nucleo principale è il lutto vissuto dalla diciannovenne, che ha appena perso un padre molto amato, anzi di più, un padre con il quale la ragazza ha vissuto simbioticamente. Senza di lui Anna vive una sorta di scissione, incontra e dialoga con se stessa bambina, cerca vie di fuga, ottenebramenti momentanei e necessari, come il lavoro in un night club, esposta agli sguardi e alla banalità dei desideri maschili. Oppure si perde in un rapporto evidentemente sbagliato, con un professore universitario rampante e disattento. Ma accanto al tema portante, si dipanano altri fili narrativi, per esempio la storia del Prete Nero. Oppure l’infanzia nei Quartieri Spagnoli, in una condizione di sospensione tra la modernità vissuta a casa e una certa ritualità arcaica in cui è immerso il corpo sociale. Nel testo di Carmen Barbieri c’è sensualità, ma anche capacità di dure analisi esistenziali, c’è l’alternanza tra un senso di vitalità straripante e la gelida spirale del dolore. Un atteggiamento quasi animista (il tubero tastato con le mani nel terreno, che all’improvviso sembra un cuore; il palo della lap dance che entra sotto la pelle, dentro le ossa) caratterizza l’approccio di Anna nei confronti del mondo, verso il quale la ragazza non sembra nutrire né ostilità né rancore, ma piuttosto un interesse a tratti disincantato, a tratti più appassionato. Le corde intime di Anna vibrano soprattutto al ricordo del padre, di cui ha seguito l’evoluzione della malattia e la morte senza risparmiarsi. Per il resto l’universo maschile appare composto da un’umanità piuttosto scadente, al contatto con la quale però Anna non si sottrae. Qualche incertezza o asperità traspare solo talvolta nell’ordito della trama o in certi passaggi repentini da un registro onirico a uno più realistico, ma in generale il lavoro di Carmen Barbieri, dotato di una lingua potente e fluida, appare senz’altro tra i più interessanti di questa stagione.
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TITOLO: Note a tutto volume, luci sulla statua L’omaggio di Bari a Niccolò Piccinni
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OCCHIELLO: Nel giorno del compleanno - nacque il 16 gennaio 1978 - la città ha voluto festeggiare il suo grande musicista con una serie di iniziative pubbliche ma anche virtuali
TESTO: Il Fai Delegazione Bari, in collaborazione con il Museo Civico, ha organizzato per il secondo anno consecutivo il «Compleanno di Piccinni», evento proposto da Micaela Paparella, consigliera delegata alle Politiche di valorizzazione del Patrimonio storico-artistico ed architettonico, in collaborazione con l’assessora alle Culture a al Turismo Ines Pierucci. Dalle 17 sulla pagina facebook della Delegazione Fai di Bari è disponibile la prima visione del videotour dedicato a Piccinni e ai luoghi piccinniani più significativi, realizzato dall’associazione Formediterre con la regia di Antonio Minelli e la grafica di Alessia Carrieri, musiche di Niccolò Piccinni, revisione di Grazia Bonasia - ensemble Il Mondo della Luna. L’istallazione visiva laser site pecific, realizzata per il video all’interno di Casa Piccinni, è di Ada Costa.
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TITOLO: Cultura, delusione per Volterra La capitale italiana sarà Procida
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OCCHIELLO: Niente riconoscimento per il 2022. Giani: ma sarà la capitale toscana
TESTO: Ci ha provato con un dossier lungo 60 pagine, coinvolgendo 55 comuni in una Fondazione che nascerà comunque per promuovere un territorio forte di 360 mila abitanti. Ci ha provato con un progetto, fondato sulla Ri-Generazione Umana forte della sua tradizionale attitudine alla cura diretto da Paolo Verri. Ci ha provato Volterra a farsi proclamare capitale della Cultura per il 2022, ma non ce l’ha fatta. La giuria, presieduta da Stefano Baia Curioni, ha scelto Procida — e con essa l’investimento sulle isole, tutte le isole del Mediterraneo — forte di un claim vincente che recita La Cultura non isola. «La scelta è stata dolorosa — ha detto Baia Curioni — perché tutte le 10 realtà finaliste, da Ancora a Bari, da Taranto a Trapani, da Cerveteri a Pieve di Soligo avevano alla spalle dei progetti forti che meriterebbero di essere finanziati tutti». Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini — è stato lui a proclamare in diretta Zoom la vincitrice leggendone nome e motivazione su un messaggio whatsapp che gli arrivava in diretta da Baia Curioni — ha colto il suggerimento. «Nei prossimi anni si dovrebbe sostenere anche le finaliste — ha detto — che con questi dossier ci hanno dimostrato come le bellezze dell’Italia tutta e penso a quella minore, dei borghi e dei territori che attraggono un turismo lento e intelligente, possono partecipare al rilancio del nostro Paese dopo questi anni così difficili. Io stesso nel Recovery Plan ho suggerito di stornare molti soldi su queste realtà. Si potrebbe valorizzare il titolo di città finalista, un po’ come si fa con le nomination degli Oscar». Parola di «ministro pro tempore» come lui stesso si è definito in conferenza stampa. «Volterra non ce l’ha fatta ma per noi sarà la capitale regionale della cultura per il 2022», dice invece Eugenio Giani, presidente della Toscan. «Ringrazio il sindaco, e tutte le donne e gli uomini, molti giovanissimi, che in questi mesi si sono spesi e impegnati per il progetto di rigenerazione sociale e innovazione culturale — aggiunge Giani — Questo patrimonio ci accompagnerà e Volterra saprà valorizzarlo al massimo, non c’è futuro senza cultura! ».
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TITOLO: Nonni, bambini, famiglie: ecco chi è tornato nei musei di Firenze Oggi riapre Boboli, giovedì gli Uffizi
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OCCHIELLO: Viaggio tra i musei della città che tornano a vivere. Eike Schmidt spalanca i cancelli del Giardino di Boboli
TESTO: I primi visitatori al Bargello sono stati Enrico e Isabella, due giovani studenti di storia dell'arte. «È il museo più bello di Firenze», ha detto il ragazzo. Nonno e nipote che hanno commosso la direttrice, li hanno seguiti a ruota. Per le Cappelle Medicee si sono addirittura mossi un giorno prima: domenica sera è arrivata appositamente una coppia da Cecina. E infatti i due sono stati i primi, in pole position alle 8.45 all’apertura delle porte dietro San Lorenzo. «Non aspettavano altro —–le parole della signora Wanda — Il primo che abbiamo visto aperto lo abbiamo preso al volo». Se al Bargello aspettano a fare i conti dei visitatori, c'è chi invece ci ha tenuto a farli subito. Come Sergio Risaliti al Museo Novecento, che molto puntava sulla mostra dedicata a Henry Moore, la prima mostra italiana inaugurata dal lockdown come ha sottolineato l'assessore alla cultura Tommaso Sacchi. Venti persone nei primi venti minuti. Centocinquanta alle sei del pomeriggio.
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TITOLO: Rischio chiusura per la biblioteca statale di Lucca: la petizione online raggiunge oltre 5mila firme
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OCCHIELLO: L’allarme della direttrice: «Dei 7 dipendenti attuali, 4 stanno per andare in pensione. Abbiamo bisogno di rinforzi»
TESTO: Se a breve non arriveranno “rinforzi” il prossimo 1 aprile la biblioteca statale di Lucca sarà costretta a interrompere la sua attività per mancanza di personale. Perché dei 7 dipendenti attuali, 4 sono in procinto di andare in pensione. E con sole 3 persone in servizio, non è possibile garantire il servizio in una struttura che fino a pochi anni fa in organico ne contava 22. Il rischio – chiusura ha sollevato molte reazioni a Lucca, dove l’associazione culturale “Amici del Machiavelli” presieduta dal professor Paolo Razzuoli ha lanciato una petizione on line indirizzata in primo luogo al Mibact, “titolare” della biblioteca. Petizione che da subito ha raccolto ampi consensi negli ambienti culturali lucchesi e che si sta allargando a macchia d’olio, tanto che i firmatari sono già oltre 5 mila. Con oltre 4 mila manoscritti, molti dei quali di valore inestimabile, la biblioteca statale di Lucca è sempre stato nel tempo «un luogo di incontro e scambio culturale – si legge nella petizione -, ma anche il luogo deputato alla custodia della tradizione culturale locale. La sua chiusura arrecherebbe un grave danno agli studiosi e ai ricercatori, che vedrebbero venir meno la possibilità di consultare le sue ricche collezioni, importantissime per lo studio della formazione della cultura europea dal Medioevo fino almeno alla metà del XIX° secolo. E per gli studi internazionali, perché verrebbe meno anche la possibilità di ottenere riproduzioni di opere uniche, basti pensare al Liber divinorum operum di Ildegarda di Bingen, all’edizione di Lucca dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert o alle lettere di Puccini».
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TITOLO: Procida capitale. premesse per un successo
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OCCHIELLO:
TESTO: Ma piuttosto che riproporre pari pari un modello che si è sgretolato durante la pandemia non potrebbe essere l’occasione buona per elaborarne uno nuovo, più compatibile con l’ambiente e meno aggressivo verso il territorio? E produrre una cultura meno effimera? In un volume di qualche anno fa, «Italia reloaded», Pierluigi Sacco e Christian Caliandro avvertivano sui rischi della «distorsione della politica culturale fatta di eventi». Perché «si perde il tema del valore intrinseco della cultura, della qualità dell’esperienza culturale che viene risolta e giustificata nella misura in cui produce altre conseguenze quantificabili, i famosi indotti». In altre parole, il programma culturale non può essere legittimato «per il fatto di aver prodotto un numero X di pasti al ristorante e pernottamenti negli alberghi». Ovvero, spiegano i due esperti, non si può lavorare con «un meccanismo simile a quello dell’audience» dove ciò che conta è la risposta. A Procida potremmo iniziare invece a farci delle domande, e serie, per capire dove indirizzare la politica per la cultura.
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TITOLO: Arriva Glassboy, il mondo ad altezza di bambino
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OCCHIELLO: Da febbraio sulle principali piattaforme in streaming il film del regista e sceneggiatore toscano Samuele Rossi. È la storia di Pino, un ragazzino appassionato di supereroi
TESTO: È un’opera piuttosto inconsueta per il cinema italiano Glassboy, il nuovo film del regista e sceneggiatore toscano Samuele Rossi, che dopo il riconoscimento ricevuto al Pöff — Tallinn Black Nights Film Festival ed essere stato in concorso al Giffoni Film Festival, uscirà il 1° febbraio sulle principali piattaforme in streaming (con l’auspicio di qualche passaggio estivo nelle sale). Glassboy, tratto da Il bambino di vetro, romanzo di Fabrizio Silei ambientato in una variopinta cittadina incastrata ai piedi di gigantesche montagne rocciose (una parte delle riprese sono state fatte a Monsummano Terme), ha come protagonista Pino, un bambino di undici anni confinato nella sua grande villa di famiglia a causa di una forma rara di emofilia. Ormai stanco di una vita sempre uguale a se stessa, Pino sfida la sua fragile condizione, le paure dei genitori e le ansie di una dispotica nonna materna (interpretata da un’inedita Loretta Goggi), quando riesce a incontrare la Banda degli Snerd, cinque coetanei che sulle loro velocissime bici imperversano nelle strade del quartiere. Animato dal coraggio e da uno sfrenato desiderio di avventura e libertà, Pino imboccherà insieme a loro la strada verso l’emancipazione.
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TITOLO: Le canzoni per l’inverno della signora Diana Krall: musica intima e notturna
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OCCHIELLO: Nel suo ultimo album «This Dream of You» la bionda cantante e pianista canadese ci regala una collezione di standard interpretati con un soffio di voce, calda e roca, e infinita classe
TESTO: Già la copertina dà l’idea dell’inverno: i colori, un sospetto di neve, l’ombrello… La voce, roca e brunita, che non va mai sopra le righe ma sussurra al microfono; più che altro, sembra stia cantando per se stessa mentre intorno pochi strumenti la assecondano con dinamiche molto controllate. Diana Krall, bionda cantante e pianista canadese che da ragazza, all’inizio degli anni Novanta, fece rumore nel mondo del jazz con il suo solo apparire, oggi è una signora che ha messo su famiglia con Elvis Costello, e appare molto consapevole dei suoi mezzi. La voce, così scura con venature da contralto black, si è modificata con il tempo in direzione di una moderna classicità, così come l’approccio al materiale musicale: questo suo ultimo disco, This Dream of You (etichetta Verve), è fatto di celebri standard, quelle canzoni americane da età del jazz che crooner e musicisti si sono palleggiati tra loro infinite volte dagli anni Quaranta a oggi e che pure possono ancora suonare nuove, se affrontate nel modo giusto.
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TITOLO: Caparezza a Molfetta: «Così il nuovo album nasce nella mia città»
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OCCHIELLO: Il rapper sta registrando in teatro, alla Cittadella degli Artisti: «Qui ci sono professionalità impeccabili, i dischi si possono fare anche in Puglia»
TESTO: «Io amo e sono molto legato alla mia città - ha spiegato l’artista - non ho mai sentito la necessità di spostarmi per via del mio mestiere. I dischi si possono fare benissimo anche in Puglia. E alla Cittadella di Molfetta ho trovato una professionalità impeccabile». Non c’è crisi peggiore di quella che stanno attraversando teatri, cinema, luoghi di cultura in generale, costretti a chiusure forzate per mesi e con un futuro ancora tutto da definire. In questo caso, Caparezza ha trasformato la crisi in opportunità lavorando a Molfetta con l’aiuto delle professionalità che operano all’interno della Cittadella. «Sono contento di aver potuto registrare una parte del mio nuovo disco in un luogo della mia città e soprattutto di aver abitato con la mia musica uno spazio culturale dimenticato in questo momento storico», ha aggiunto soddisfatto. Del resto in condizioni normali (se qualcuno ancora riesce a ricordarle), a teatri aperti, e con una programmazione attiva, lo spazio non avrebbe potuto garantire una disponibilità così ampia e prolungata per la registrazione del nuovo lavoro dell’artista. Un esempio virtuoso di valorizzazione di un bene culturale del territorio, se vogliamo, ma anche - cosa non così comune dalle nostre parti - una sinergia proficua tra due realtà artistiche della città di Corrado Giaquinto.
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TITOLO: La cultura pop video-ignorata
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OCCHIELLO: I perché della sconfitta di Bari nella corsa a capitale italiana 2022
TESTO: Non so se sarebbe stato possibile capovolgere il risultato. Ma in particolare per Bari, di una sola cosa sono sicuro. Il video di presentazione di un regista originale come Alessandro Piva non ha contribuito positivamente. La presentazione delle glorie cittadine, tutte persone eccellenti sia chiaro, ma con due o tre eccezioni comunque note soprattutto in ambito locale, non serve certo a sostenere una candidatura nazionale. Una persona italiana, anche molto colta, probabilmente non andrebbe oltre le tre persone note e si chiederebbe il senso di quel carosello, se non quello di una autocelebrazione della cultura indigena (in parte anche classe dirigente). Il video ci mette in guardia però anche contro una tendenza molto comune. C’è talvolta un compiacimento nella Puglia e nella sua classe dirigente che travalica il senso opportuno dell’orgoglio campanilista. Qualche giorno fa Emiliano commentava i dati positivi della spesa sui fondi europei di coesione con toni sensazionalistici, sostenendo che negli ultimi decenni la Puglia sarebbe diventata un caso nazionale per la crescita. Un’esaltazione francamente priva di basi empiriche e stranissima in una fase come questa.
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TITOLO: Sessanta candeline per il Goethe Institut di Napoli
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OCCHIELLO: Molte iniziative nel corso dell’anno: a febbraio Grand Tour dell’artista Anna Witt, invitata a una residenza a Forcella
TESTO: Numerosissimi sono gli artisti che in questi 60 anni hanno visitato il capoluogo partenopeo e la Campania grazie al Goethe-Institut e grazie alla preziosa collaborazione con tante realtà locali. Tra loro intellettuali come il filosofo Theodor W. Adorno, l’artista Josef Beuys, la scrittrice premio Nobel Herta Müller, artisti come il premio Oscar per il film “Le vite degli altri” Martina Gedeck, il regista di teatro Thomas Ostermeier, la regista Doris Dörrie, il cantautore e poeta Wolf Biermann o l’attrice Senta Berger. Oltre alle arti classiche, il Goethe-Institut di Napoli presenta da molti anni anche giovani e talentuosi rappresentanti della Nona Arte, o meglio del fumetto. Le mostre di Ulli Lust, Line Hoven, Anke Feuchtenberger, Stefano Ricci, Jens Harder e molti altri, organizzate in collaborazione con il Salone Internazionale del Fumetto COMICON, Napoli, hanno contribuito ad affermare il fumetto tedesco in Italia. Attualmente, a Palazzo Sessa sono esposti disegni di Mawil a Lucky Luke. Con l’apertura dei musei, questa mostra sarà accessibile al pubblico interessato su appuntamento fino a fine febbraio 2021.
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TITOLO: Lucia Leuci, «Ragazza di città» in mostra negli spazi della galleria Tempesta a Milano
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OCCHIELLO: La cucina come spazio di natura dove incontrare e manipolare i prodotti della terra e altri archetipi nelle opere dell’artista di Bisceglie, ormai da tempo a Milano
TESTO: Leuci, il suo spazio di natura, lo trova in cucina, luogo dove i prodotti della terra normalmente si offrono per una elaborazione culinaria che altro non è, a leggerla in quest’ottica, se non l’unico contatto possibile con la ruralità. Andando oltre il crudo e il cotto, cioè al di là delle categorie antropologiche di natura e cultura, il cibo, per il cittadino visto con gli occhi dell’artista, è lo strumento per incontrare la dimensione agreste, sebbene circoscritta ai pochi metri quadri del suo ecosistema domestico. In galleria, pertanto, compaiono tracce di una cucina decostruita, fornelli a parete bidimensionali e, quindi, privati della funzione, scarti di cibo inglobati in fisionomie antropomorfe o alimenti in inquietanti fuoriscala, soprattutto perché associati a elementi d’arredo in ferro che, nel confronto, rilevano la disarmante sproporzione. Tracce di alimenti che abitano lo spazio espositivo e lo animano come in un libro di fiabe, caricandosi anche di più registri simbolici, vedi «Uovoteka», contenitore a forma di casa con uova che in un colpo solo suggella più riferimenti archetipi, dal nascere all’abitare. La personale di Lucia Leuci è associata ad alcune opere di Carol Rama, come previsto dal format della galleria, orientata a esporre artisti italiani e internazionali contemporanei, in dialogo con maestri dell’arte del passato.
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TITOLO: «Salute e libertà», il fondamentale diritto all’autodeterminazione
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OCCHIELLO: Editoriale Scientifica pubblica il saggio di Carlo Iannello: «Questo momento di emergenza sanitaria rinnova l’importanza dell’art.32 della Costituzione»
TESTO: Secondo Iannello, pertanto, occorre dare spazio alle “potenzialita? espansive” del “concetto giuridico di salute”, per scrivere una legislazione in materia di fine vita che attribuisca, in conformità con l’indicazione costituzionale, la più ampia autodeterminazione individuale, comprensiva anche della possibilità di ottenere un aiuto a porre termine alla propria esistenza. Questa opzione interpretativa si impone se si vuole cogliere appieno il senso della “rivoluzione” prodotta dall’Assemblea costituente, cioè quella di introdurre la tutela della salute come diritto individuale di libertà. Sconcertati dai fatti di Norimberga e dai corpi martoriati dei prigionieri dei campi di concentramento usati come cavie, i costituenti capirono che le nuove forme di bio-potere sperimentate nei campi di concentramento richiedessero una «nuova» garanzia del corpo inteso come entità biologica, cioè la previsione di un diritto che desse garanzie diverse da quelle offerte dalla tradizionale tutela dell’habeas corpus. I costituenti videro, attraverso il processo di Norimberga, che il nuovo potere totalitario aveva strumentalizzato i corpi, la vita nuda, per fini collettivi: attribuire alla salute lo status di diritto di libertà fondamentale è il modo con il quale il costituente ha inteso porre un argine alle nuove forme di oppressione, rappresentate dalla manipolazione della vita. Ed è per questo che la legge che impone un trattamento sanitario come obbligatorio non può violare il «rispetto della persona umana», cioè non può strumentalizzare il corpo individuale per interessi che trascendono l’individuo. Un limite sostanziale, assoluto e invalicabile, che impedisce allo stesso sovrano democratico di limitare la libertà di salute per il perseguimento di un mero fine collettivo. Il Costituente ha così tutelato il bios non solo dal tradizionale potere del governo, ma anche nei confronti del potere esercitato dai nuovi dispositivi di potere, per dirla con Foucault, tra cui ci sono anche medici ed ospedali.
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TITOLO: Roberto Ottaviano trionfa nel Top Jazz 2020: suo il miglior disco dell’anno, «Resonance & Rhapsodies»
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OCCHIELLO: Nel referendum annuale della critica promosso dal mensile «Musica Jazz» doppio premio al jazz pugliese, visto che la casa discografica che pubblica l’album è la salentina Dodicilune. A Ottaviano anche due secondi posti, tra i musicisti e tra i migliori gruppi in attività
TESTO: Il musicista barese Roberto Ottaviano ha colto un’affermazione pressoché trionfale nel Top Jazz 2020, il referendum annuale della critica jazz italiana promosso dal mensile Musica Jazz, tra le più autorevoli e longeve testate specializzate in Europa. I risultati sono sul numero di gennaio 2021, appena uscito in edicola; e il sassofonista barese vi fa incetta di riconoscimenti. Innanzitutto, quello per il miglior disco dell’anno vinto con il suo doppio cd Resonance & Rhapsodies, pubblicato dall’etichetta salentina Dodicilune. A seguire, due secondi posti - sostanzialmente altre due vittorie mancate di un soffio - nelle categorie del miglior musicista e del miglior gruppo (ovviamente, l’Eternal Love con cui Ottaviano suona ormai da qualche anno). Alla luce di questa condizione di ribadita eccellenza, sarebbe ora che le amministrazioni locali, la Regione e il Comune di Bari, riconsiderassero il peso della scena jazzistica pugliese tra le eccellenze del territorio, e decidessero di investire finalmente su di essa: sostegni alla produzione e ai musicisti, un circuito qualificato e ben promosso di festival e club, aiuto ai nuovi talenti. Sarebbe bello immaginare a partire da qui una rinascita della vita culturale pugliese dopo l’«anno di guerra» del Covid. Al proposito, in un post su Facebook Roberto Ottaviano ha voluto dedicare la sua vittoria «alla memoria di tutti gli artisti che attraverso difficoltà e sofferenza ci hanno salutato in questo tempo difficile e greve». L’elenco, soprattutto negli Stati Uniti, è molto molto lungo.
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TITOLO: Antonio Florio: «Quanti scambi tra Bari e Napolidal Seicento a oggi»
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OCCHIELLO: Il musicista barese dirige la sua Cappella Neapolitana per un concerto in streaming dal Petruzzelli: in programma il «Salve Regina» di Leonardo Leo e il «Miserere» di Niccolò Jommelli
TESTO: Un tempo capitale del Regno, Napoli è stata a lungo meta di musicisti pugliesi. Basti citare Paisiello e Piccinni, operisti che nel Settecento fecero scuola. In tempi più recenti va ricordato il molfettese Riccardo Muti, studente al Conservatorio di Bari spedito da Nino Rota a studiare con Vincenzo Vitale a Napoli. Un flusso che non si è mai veramente interrotto, nemmeno in anni più recenti. Lo testimonia la vicenda artistica del barese Antonio Florio, il fondatore a Napoli nel 1987 della Cappella Pietà de’ Turchini oggi denominata Cappella Neapolitana, la formazione di fama internazionale ospite del Petruzzelli per il concerto in onda mercoledì 20 gennaio (ore 20.30) in streaming gratuito sui canali dell’ente lirico. Il programma, con soliste il soprano Leslie Visco e il mezzosoprano Marta Fumagalli, prevede musiche sacre del Settecento di «scuola napoletana»: il Salve Regina del brindisino Leonardo Leo e il Miserere del partenopeo Niccolò Jommelli. Maestro, possiamo definirla l’ultimo musicista pugliese alla corte di Napoli? «Beh, l’ultimo non direi. Ci sono molti pugliesi che vengono ancora a studiare a Napoli, soprattutto nel dipartimento di Musica antica che ho creato nel Conservatorio San Pietro a Majella. Da qui sono usciti artisti che hanno fatto una bellissima carriera. Forse questo può ricordare vagamente il passato». Insomma, la Puglia non ha smesso di essere un serbatoio. «Direi di no, anche se non esiste più quella deferenza che una volta c’era nei confronti di Napoli. La Puglia va per la sua strada. E confesso che mi piacerebbe tornare un po’ più spesso nella mia città di origine, dove avrei potuto realizzare quello che ho fatto a Napoli». Mancava da molto? «Da quindici anni, per un concerto al Kursaal. È passato un bel po’ di tempo. Ricordo anche di aver suonato più volte al Piccinni». Ha visto com’è stato ristrutturato? «Non ancora. Spero non sia cambiata l’acustica. L’ultima volta ho presentato in forma di concerto proprio un’opera di Jommelli con un intermezzo di Piccinni». L’altro giorno Bari l’ha festeggiato in occasione del compleanno. Ma non si può dire venga abitualmente eseguito. «Peccato. Con la Cappella abbiamo portato a Parigi la sua Didone abbandonata. Anche lo zio, Gaetano Latilla, è stato un compositore di gran fama. Ma un po’ tutta la scuola napoletana è ricca di musicisti pugliesi che andrebbero valorizzati, dal biscegliese Gaetano Veneziano allo stesso Leo al tarantino Nicola Fago». Quali strade ha percorso per arrivare a Napoli? «Dopo la formazione a Bari con Nino Rota, sono andato a studiare composizione a Roma con Armando Renzi. Con me c’erano anche Nicola Scardicchio e Massimo Biscardi (l’attuale sovrintendente del Petruzzelli, ndr). E di lì sono arrivato a Napoli, dove ho iniziato una serie di ricerche con Dinko Fabris, anche lui barese. Se vuoi lavorare su questi autori a Napoli ci sono le due più importanti biblioteche al mondo, quella del Conservatorio San Pietro a Majella e quella dell’Oratorio dei Girolamini, purtroppo chiusa da trent’anni». E a Napoli ha fondato la Cappella della Pietà de’ Turchini. «Un’esperienza nata con un altro pugliese, Pino De Vittorio, cantante straordinario». Perché ha cambiato nome alla formazione? «Alla Cappella de’ Turchini avevo legato un centro di ricerca con lo stesso nome. Quando sono stato costretto ad abbandonare la struttura ho legalmente perso il diritto su quel nome. Un’avventura abbastanza sgradevole». Parliamo del programma. «Presentiamo due precursori, il maestro e l’allievo. Nel Salve Reginadi Leo ci sono i prodromi dello stile galante. In Jommelli, che grande influenza ebbe su Mozart, molto più di Paisiello, troviamo invece i primi segnali del Belcanto; il Miserere, per il quale i versi vennero tradotti in italiano da Saverio Mattei, il poeta fondatore della Biblioteca di San Pietro a Majella, è un’opera difficilissima da cantare, ma anche da suonare. E dice chiaramente che la stagione della scuola napoletana sta finendo».
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TITOLO: Firenze, porte spalancate agli Uffizi, Schmidt accoglie i primi visitatori (dopo 77 giorni di chiusura)
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OCCHIELLO: Gli Uffizi aperti dalle 8,30 alle 18,30 dal martedì al venerdì. Sarà possibile visitare le 40 sale del secondo piano
TESTO: «Ragazzi, se proprio dovete fare forca a scuola, fatela qui». L’invito del direttore degli Uffizi Eike Schmidt nel giorno di riapertura del museo, è scherzoso. Serve a esorcizzare la consapevolezza che «per questi primi tempi sappiamo che non vedremo grandi numeri». Hanno aperto, dopo 77 giorni di chiusura, solo il secondo piano perché al primo «sono ancora attivi due cantieri per l’allestimento di una dozzina di nuove sale e nuova batteria di bagni per migliorare la qualità della visita». Schmidt paragona queste aperture “faticose” in tempo di pandemia agli spettacoli che venivano allestiti alla National Gallery di Londra durante la guerra. Schmidt ha aperto di persona il grande portone di legno sul piazzale degli Uffizi. Una guida turistica e una donna di Firenze sono stati i primi due visitatori a tornare nelle sale del museo. Ancora contenuti i numeri degli ingressi, ma fra i primi a tornare dentro la Galleria in prevalenza c’erano abitanti di Firenze. «È molto importante che riaprano - ha commentato la guida - Per me è commovente essere di nuovo qui, è come essere a casa. La cultura in Italia è fondamentale speriamo che questa maledetta curva epidemiologica ci permetta di tenere aperti i musei». In una sala del secondo piano un’altra visitatrice, una cinquantenne, spiega di essere venuta «a rivedere le mie opere preferite che non vedevo da tanto tempo». «Bentornati agli Uffizi dopo 77 giorni - ha detto Schmidt - una chiusura veramente lunga, come quella che abbiamo visto nella Seconda Guerra mondiale. La crisi non è ancora alle nostre spalle, ma abbiamo questo come segnale, ovvero l’importanza della cultura e dell’accesso diretto alla cultura».
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TITOLO: Putignano, dopo 626 anni si ferma il Carnevale: danni per un milione
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OCCHIELLO: La storica manifestazione alza bandiera bianca per l’epidemia. Verdolino, presidente della Fondazione Carnevale: «Il virus fa paura»
TESTO: «Non c’è altro da fare, il Covid ha scelto per noi», commenta Maurizio Verdolino, presidente della Fondazione Carnevale di Putignano, l’ente che si occupa di valorizzare e trasmettere la cultura legata alla tradizione della cartapesta che ha reso Putignano famosa in tutto il mondo. La pandemia è riuscita a fermare anche il carnevale più antico d’Europa. «Non avevamo alternative. Dinanzi alla pressione dei numeri e all’incertezza che deriva dall’andamento della situazione sanitaria non potevamo investire su un evento così importante senza poter nemmeno valutare l’eventuale riscontro». È soltanto un problema di natura organizzativa? «Non solo. Già nella scorsa edizione abbiamo fatto la scelta di sospendere l’evento per tutelare il valore della salute. Avevamo deciso di riprendere la tradizione della pentolaccia, avevamo organizzato tutto. Abbiamo scelto di fermarci perché le notizie che arrivavano dalla Lombardia non ci facevano stare tranquilli. Così come adesso. Non è stata una decisione semplice: soltanto una settimana prima del lockdown dell’8 marzo avevamo registrato 21 mila presenze a Putignano».
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