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LE NOTIZIE DAL GIORNO Saturday 30 July 2022 AL GIORNO Saturday 06 August 2022 SU: cultura




TITOLO: Le età delle paure e l’aiuto che serve per poterle superare
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OCCHIELLO: Le paure sono parte integrante della crescita, un fondamentale meccanismo di difesa a esperienze negative, situazioni nuove o percepite come potenzialmente pericolose
TESTO: Altra cosa è l’adolescenza, in cui si assiste a cambiamenti radicali che si susseguono e portano a vivere una condizione di forte incertezza e instabilità. Si superano generalmente le paure degli anni precedenti e sono predominanti quelle che riguardano se stessi, la propria immagine: la paura di arrossire, di parlare in pubblico, delle gaffe, degli insuccessi, delle brutte figure, delle critiche, ma anche di essere ignorati o rifiutati. La regolazione delle emozioni in questa fascia di età è un aspetto molto complesso, difficilmente si gestiscono in maniera equilibrata: si tende a portare tutto all’eccesso, sia le emozioni positive che quelle negative (…ed è molto difficile per i genitori anche dare supporto e consigli! ). Ma come si può aiutare a superare le paure? Sono gli adulti che aiutano a crescere: la sicurezza e la fiducia che riescono a trasmettere, la comprensione e gli incoraggiamenti che possono comunicare, sono le basi per superare le paure. Per aiutare un bambino «pauroso» bisogna innanzitutto cercare di non essere apprensivi, evitando di trasmettergli la nostra ansia o scansandogli alcune esperienze perché «gli fanno paura». Facendogli sperimentare, gradualmente e con il nostro sostegno, le situazioni che gli creano preoccupazione: potranno verificare di essere in grado di gestirle con sicurezza, imparando che cose che inizialmente possono suscitare apprensione, non sono affatto pericolose. Il coraggio e la possibilità di superare le paure nascono da esperienza e competenza: anche questo è compito e responsabilità dei genitori.
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TITOLO: “Boom! La moda Italiana”, la mostra a Villa Bertelli di Forte dei Marmi
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OCCHIELLO: «Un’esposizione che vuole raccontare a partire dall’omaggio dovuto a Giorgini che nacque proprio a Forte dei Marmi»
TESTO: Un tubino di camoscio di Emilio Schubert e la scarpa Kimo brevettata da Salvatore Ferragamo nel 1951 ma anche alcuni scatti dell’archivio Locchi che immortalano momenti della prima sfilata di alta moda avvenuta a Firenze nel 1952 nella Sala Bianca di Palazzo Pitti. E’ in questo allestimento omaggio a Giovan Battista Giorgini, l’imprenditore che 70 anni fa accese i riflettori internazionali sulla unicità della moda italiana, che prende avvio dal 6 al 28 agosto a Villa Bertelli a Forte dei Marmi la mostra “Boom! La moda Italiana”. Ideata e curata da Sabrina Mattei per la Fondazione Banca del Monte di Lucca l’esposizione sarà quindi attesa dal 10 settembre 16 ottobre al Palazzo delle Esposizioni di Lucca. “Si tratta di una mostra corale – spiega la curatrice – un’esposizione che vuole raccontare a partire dall’omaggio dovuto a Giorgini che nacque proprio a Forte dei Marmi, come la sua intuizione fece scuola nella provincia italiana grazie al fiorire di manifatture locali e da lì, come venne incrementato il fatturato estero di questo settore”. La rassegna, che di può visitare gratuitamente, rende così visibili pezzi di alta moda in arrivo da aziende toscane e italiane che dagli anni Cinquanta in poi segnarono lo stile dei guardaroba delle signore in tutto il mondo ma anche fotografie del grande fotografo di moda Mario Semprini, di cui è stata scelto anche lo scatto simbolo della mostra; e poi documenti e filmati inediti. Quelli di Rai Teche ed Istituto Luce con un’intervista a Giovanni Battista Giorgini che racconta come nacque l’idea del primo evento di moda già nel 1951 al giardino Torrigiani e curiosità come una Barbie originale del 1959 (collezione Paglino/Grossi), in omaggio alle donne americane che tanto apprezzarono il Made in Italy. Tra gli abiti esposti ci sono quelli di archivi di aziende private come Giuliacarla Cecchi (sartoria di Alta Moda italiana) e accessori come i copricapi di Mazzanti Piume. Al secondo piano di Villa Bertelli il viaggio continua grazie al materiale in arrivo dagli archivi dei privati. “C’è la collezione Zuccarello/Cimino, quella di Maria Bianca Mandoli e Dorina Razzari. Sono autentiche rarità che restituiscono al pubblico l’immagine viva delle scelte dei guardaroba delle signore di quegli anni. Ci sono pezzi di lusso come le borse di Gucci ma ci sono anche oggetti che raccontano un gusto e una manifattura che prese vita guardando all’alto di gamma con materiali poveri eppure dal sicuro effetto estetico. Come una borsa ricoperta di stoffa colorata con manici in plastica realizzata con un’anima di cartone”.
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TITOLO: Le mattinate fiesolane di Frank Lloyd Wright: lontano dai pettegolezzi sul suo amore «proibito»
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OCCHIELLO: Prima Firenze al Villino Fortuna, poi al Villino Belvedere: qui il leggendario architetto trovò la serenità, e la miglior ispirazione
TESTO: Wright, che non aveva avuto una preparazione accademica formale, ma aveva imparato il «mestiere» lavorando come disegnatore a Chicago in prestigiosi studi come quello di Adler e Sullivan, all’epoca aveva già progettato e costruito importanti edifici quali il Larkin Building a Buffalo, lo Unity Temple a Oak Park e la splendida Robie House a Chicago. Riferendosi a quel periodo però nella sua Autobiografia aveva scritto: «Ero quasi arrivato alla quarantina. Stanco, andavo perdendo la capacità di lavorare e persino l’interesse al mio lavoro». Oltre a questa irrequietezza esistenziale, la vera ragione del viaggio, un esilio volontario come lo chiamò Wright, era legata allo scandalo per la sua relazione adulterina con Mamah Cheney. Nel Midwest puritano di quei tempi che un affermato professionista, sposato e padre di sei figli si accompagnasse ad una giovane signora, madre di due figli e per di più moglie di un suo cliente, era oggetto di riprovazione e feroci pettegolezzi, ripresi e amplificati con vigore moralistico dalla stampa americana. Per la preparazione della sua monografia, poi nota come WasmuthPortfolio, si stabilì a Berlino, ma presto decise stranamente di completare il lavoro trasferendosi a Firenze. Mentre Mamah, appassionata divulgatrice e traduttrice del pensiero della femminista svedese Ellen Key, si tratteneva a Lipsia, nel novembre del 1909 Wright prese possesso a Firenze di un’abitazione, chiamata allora Villino Fortuna, al numero 56 di via dell’Erta Canina. Fu raggiunto dal figlio Lloyd e dal giovane disegnatore Taylor Woolley per aiutarlo nell’esecuzione dei disegni per il libro. Frank si recò varie volte in Germania, non solo per i contatti con l’editore, ma anche per incontrare Mamah. Finalmente nella primavera del 1910 Mamah lo raggiunse e la coppia si stabilì a Fiesole nel Villino Belvedere, situato dove via Verdi si biforca nelle vie di Montececeri e della Doccia e sulla cui facciata una targa marmorea ricorda il loro soggiorno. Il villino, che si trova nei pressi dei resti delle mura etrusche e sovrasta da non lontano Villa Medici, deve il suo nome all’imprendibile vista sulla piana di Firenze di cui gode. Wright, come altri importanti intellettuali prima e dopo di lui, da Arnold Böcklin a John Ruskin a Paul Klee, apprezzò molto il suo soggiorno fiesolano. Non sembra che abbia avuto molti contatti sociali con il vivace ambiente culturale fiorentino dell’epoca o con la numerosa colonia anglo-americana che frequentava quei luoghi. Ritrovò però la perduta serenità dedicandosi alla preparazione della sua pubblicazione coadiuvato dal disegnatore Wolley, intervallata da lunghe e rilassanti passeggiate con Mamah tra i colori e i profumi della campagna, senza disdegnare poi il cibo toscano. Arrivò anche a pensare di stabilirsi a Fiesole, come dimostra un suo progetto per una casa-studio proprio a Fiesole, in via Verdi.
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TITOLO: Gli altri Signori degli Anelli, la «saudade» della bossa: la newsletter de «la Lettura»
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OCCHIELLO: Via email un percorso sugli «sconfinamenti» tolkieniani in cinema, fumetti, giochi (in attesa della nuova serie su Prime Video)
TESTO: Un viaggio sulle tracce de Il Signore degli Anelli e tra i suoi sconfinamenti nel cinema, nei fumetti, nei giochi. È il percorso in cui guida Cecilia Bressanelli nella newsletter de «la Lettura» in arrivo venerdì 29. Al capolavoro di J. R. R. Tolkien «la Lettura» #557, sabato 30 in anteprima nell’App e domenica 31 in edicola con il «Corriere» dedica 6 pagine presentando la nuova serie in arrivo su Prime Video Il Signore degli Anelli - Gli Anelli del Potere e intervistando l’autore tolkieniano Ted Nasmith che disegna il poster 2022 di Lucca Comics & Games.
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TITOLO: Maurizio De Giovanni e il post sull’infarto: «Non avevo paura, ma un’assurda nostalgia del futuro»
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OCCHIELLO: Lo scrittore ricoverato il 13 luglio scorso per un attacco cardiaco e poi dimesso dopo alcuni giorni e un intervento al cuore racconta l’esperienza su Facebook: «Batte ancora. Diciamo che a un certo punto s’è inventato una storia. Ma per ora il finale è diverso»
TESTO: «Immaginiamo che succeda come hai in fondo sempre desiderato, senza lunghe battaglie, senza perdita di dignità e di autonomia, con una sofferenza limitata nel tempo e tutto sommato discreta, senza agonie. Che succeda adesso, che hai vissuto abbastanza da ridere e piangere, che chi ami non dovrà combattere con le avversità e potrà vivere sereno. Immaginiamo questo, mi ha detto. Che succeda come un fulmine, abbagliante e immediato, alle soglie del declino e della perdita di forza. Mentre mi raccontava la sua storia, man mano più realistica, e l’auto correva verso l’ospedale e l’infermiera geniale diceva codice rosso avendomi solo guardato in faccia da venti metri, mentre si completava il viaggio verso un luogo di assoluta eccellenza e professionalità, mentre attorno a me ognuno sapeva con esattezza quello che doveva fare, in una coreografia perfetta che era un inno alla competenza, mi chiedevo il perché dell’assenza della paura. Avvertivo piuttosto una strana malinconia, una specie di assurda nostalgia del futuro. Un senso di cose perdute, un vago scrupolo, come quando ci si addormenta vinti dalla stanchezza avendo ancora qualcosa di importante da fare. E dietro la fila perfetta dei camici verdi e delle mascherine e dei cappellini, sotto il grande schermo sul quale il Professore studiava i flussi e le barriere da abbattere, ho intravisto un gruppo di spettatori interessati sul cui volto c’era la mia stessa nostalgia triste. Uno aveva gli occhi obliqui, e i lineamenti orientali. Una i capelli grigi e lo sguardo attento. Un’altra le labbra strette e gli occhi fieri, e un corpo che non dovrebbe entrare in un reparto di cardiologia. E altri ancora, un brigadiere corpulento, una sciantosa con un velo di barba, un ragazzo con gli occhiali azzurrati e una camicia hawaiana; perfino uno grosso con un cagnone immenso al guinzaglio. Finché dal gruppo si è staccato uno, con un soprabito fuori moda, che si è avvicinato e mi ha sussurrato: no. Non se ne parla. Non ancora. Gli ho fissato gli occhi verdi e mi sono stretto nelle spalle. Non è mia questa storia, gli ho detto. Parla con lui. In quello stesso momento il Professore ha detto: ecco qua. Tutto a posto. E lui, il cuore, ha sorriso e ha detto: però era una bella storia. Da tenere a mente. No? Sì, forse era una bella storia. Forse è quella giusta, che prima o poi ci racconteremo. Ma grazie a quella coreografia d’eccellenza per ora il finale è diverso».
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TITOLO: Caetano Veloso, Piperno su Updike, il Signore (prima) degli Anelli: «la Lettura» oggi in anteprima nell’App
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OCCHIELLO: Nell’inserto #557, sabato 30 luglio in digitale e domenica 31, l’intervista di Igiaba Scego al leggendario cantautore brasiliano (80 anni il 7 agosto), i racconti dell’autore americano e la colossale serie tv ambientata nella Terra di Mezzo
TESTO: Extra nell’App anche il ritratto — firmato da Ida Bozzi — della scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premio Nobel 2018 per la Letteratura. Per l’autrice il mondo è una realtà fatta di interconnessioni: non quelle digitali ma quelle, ben più antiche, tra gli organismi viventi. Lo ribadisce su «la Lettura» #557, disponibile in edicola e App, in un testo inedito contenuto nella rivista di Feltrinelli «Sotto il Vulcano», in uscita il 30 agosto. Una rete di «costellazioni», quella dell’autrice polacca, che torna anche nei suoi libri. Nell’App inoltre, l’approfondiento di Stefano Bucci che esplora le novità della della storica galleria della Pilotta a Parma. Un servizio dello stesso Bucci nel supplemento #557, disponibile in edicola e nell’App, è dedicato ai progetti di espansione di una serie di musei: a Roma, Milano, Bergamo, Parma, Modena, Termoli.
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TITOLO: In Puglia torna il Farm festival: anteprima a Gioia del Colle, poi a Putignano
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OCCHIELLO: Si parte il primo agosto con musica e arte nel parco archeologico di Monte Sannace. L’8 e il 9 appuntamento in masseria Barsentum
TESTO: Per l’occasione Timber Timbre si esibirà in una nuova formazione: il fondatore del trio, Taylor Kirk, sarà accompagnato dalla musicista Erin Lang in un live onirico e suggestivo. Ma sorprese e suggestioni non finiscono qui. Oltre a Foundling, nome del progetto della polistrumentista tedesca Erin Lang, le antiche dimore peucezie sembreranno prendere nuova vita anche grazie all’esordio live del cantautore nocese Checco Curci, che presenterà in anteprima i brani dell’album di debutto in uscita in autunno con la supervisione artistica di Riccardo Sinigallia, e all’eclettismo del trombonista Michele Jamil Marzella con la sua tuba tibetana.
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TITOLO: Il partito dei galli ‘ncoppa ‘a munnezza
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OCCHIELLO:
TESTO: Il mio programma prevede, nel giro di un anno, la creazione di un milione, ma che dico un milione, due milioni, tre milioni di disoccupati. Il lavoro non esiste più ormai, ci è rimasta solo la fatica. Il reddito di cittadinanza diventerà obbligatorio per tutti. Non è giusto che se uno non tiene voglia di faticare deve essere costretto al sacrificio per venti o trenta euro al giorno. Io garantirò duemila e cinquecento euro netti al mese a tutti, con crociera a scelta annessa! L’italiano è uno spirito libberò, ma senza ‘a sacca e ‘a panza chiena nessuno può essere veramente libbero. Le pensioni? Tremila euro di pensione a tutti quelli che avranno lavorato almeno cinque minuti nella loro vita. La pandemia? Non se ne parlerà mai più, così scomparirà per sempre. ‘A guerra? Ma che ce ne fotte a noi della guerra? Ma se la facessero gli americani, i russi, gli ucraini, ‘a guerra. Noi c’abbiamo altro a cui pensare. ‘A vita è corta! Dovessimo perdere tempo dietro a sti strunzate? Combattete, scannatevi, e quando vi sarete stancati vi venite a fare ‘na bella vacanza sulle nostre coste, nel nostro mare, sulle nostre montagne. L’Italia che tengo in mente io è ‘na specie di resort a cinque stelle. Ogni riferimento a fatti o cose è puramente casuale. Non ci date il gas? E chi se ne fotte! Tenetevelo. Voi non ci date il gas, noi non vi diamo la nostra bellezza, la nostra cultura, i nostri paesaggi. Voglio vedere dove andrete a sbattere la capa d’estate. Il popolo italiano è sempre riuscito a cavarsela, a vincere nonostante le circostanze avverse, anche quando tutti ci ridevano dietro.
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TITOLO: L’Uomo del Ponte
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OCCHIELLO:
TESTO: Come certe rockstar incanutite che suonano in spazi sempre più ristretti per platee di coetanei invecchiati con le loro canzoni, a 85 anni l’arzillo Berlusconi è nuovamente in campo, cioè in tv, per mettersi a capo di un super-partito dei pensionati. L’Agenda Draghi Attempati evita questioni complicate o imbarazzanti come il rientro dal debito e la politica estera, e si concentra sui bisogni primari dell’elettorato di riferimento. La pensione da mille euro per mamme e nonne, anzi «le nostre mamme» e «le nostre nonne», che nel piccolo mondo antico di Berlusconi sono tutte casalinghe. E i denti, da dieci anni la sua ossessione, però adesso vengono via gratis non soltanto le dentiere, ma anche gli impianti più costosi: i famosi «ponti», altro che quello di Messina. Si aggiunga la promessa mistica di dimezzare i tempi delle liste d’attesa negli ospedali e il nuovo libro dei sogni per anziani sarà completo, in attesa dell’immancabile affondo sugli animali domestici: più crocchette per tutti. Si scherza, ma fino a un certo punto, e molti a sinistra si tatuerebbero gli occhi da tigre se solo il Pd manifestasse la stessa astuta attenzione per il suo bacino elettorale, che in teoria sarebbero i lavoratori. Magari non arriverà al 20% come millanta, ma l’Uomo del Ponte si conferma l’eroe o il babau di almeno un paio di generazioni. Quei reduci della Milano da bere che adesso cominciano a fare fatica anche a masticare.
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TITOLO: Morto Enrico Della Torre, artista e poeta dalle tinte oscure
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OCCHIELLO: Era pittore e incisore e rimase costantemente lontano dai centri di potere della cultura. Per gli ottant’anni la Germania gli dedicò una mostra importante
TESTO: Dopo la prima mostra personale nel 1956 alla Galleria dell’Ariete a Milano, Della Torre esporrà con regolarità in Italia e all’estero, specialmente in Germania, Austria e Svizzera, insegnando (dal 1992 al 1995) tecniche incisorie all’Accademia di Belle arti di Milano. Tra i riconoscimenti ricevuti: il primo Premio S. Fedele di pittura (1960) e il Premio della Triennale dell’Incisione al Museo della Permanente a Milano (1994). Nel 1999 Enrico Della Torre diventerà membro dell’Accademia nazionale di San Luca mentre nel 2011 è invitato alla 54ª Biennale di Venezia, Padiglione Italia. Per i suoi ottant’anni, tra il 2011 e il 2012 gli venne dedicata in Germania un’esposizione itinerante organizzata dalla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte e nello stesso 2012 viene pubblicato da Skira il volume Enrico Della Torre. Catalogo generale dell’opera grafica, 1952-2012. I funerali di Enrico Della Torre si svolgeranno domani alle 11 a Teglio nella Collegiata di Sant’Eufemia, poi l’ultimo viaggio verso la tomba di famiglia, a Pizzighettone.
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TITOLO: Premio Viareggio 2022, vince Veronica Raimo
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OCCHIELLO: L’autrice di «Niente di vero» (Einaudi) si aggiudica la 93ª edizione. Tra i premiati anche Claudio Damiani (per la poesia) e Silvia Ronchey (per la saggistica)
TESTO: È stata la stella di Veronica Raimo con Niente di vero (Einaudi) a brillare nella notte del Premio Viareggio-Rèpaci, una 93ª edizione rinnovata per data, location, assegnazione dei premi ed eventi correlati. Nella serata di domenica 31, dai pontili della pur suggestiva ma un po’ angusta darsena viareggina dell’edizione dello scorso anno, si è passati al grande palco della piazza Maria Luisa, davanti allo storico Grand Hotel Principe di Piemonte, che quest’anno celebra il suo centesimo compleanno, e al vicino e storico bar Galliano che di anni ne compie 99. Anche loro impregnati di storia e letteratura.
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TITOLO: Palomar di Calvino rivive a Barcellona nel libro di Tina Vallès
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OCCHIELLO: Nel suo romanzo pubblicato da Solferino, l’autrice catalana immagina nuove avventure (anche in lockdown) del personaggio nato nel 1983 dalla penna del grande scrittore
TESTO: Tina Vallès lo sa. Come sa che, se può essere sconosciuto a buona parte dei catalani, i suoi primi lettori in lingua originale, il Palomar di Calvino è una figura già più nota al pubblico italiano, cui viene ora presentato nella sua nuova versione: «Sì, è stato tradotto prima in italiano (da Sara Cavarero, ndr) che in castigliano — conferma l’autrice — e ammetto di essere ansiosa di conoscere l’accoglienza che avrà nella patria di Calvino. So che, con gli italiani, affronto lettori più esigenti, ma questo libro è stato ricco di sfide. Anagrama, la mia casa editrice, ha chiesto prima di tutto l’autorizzazione per utilizzare il personaggio alla figlia di Calvino, Giovanna, tramite Andrew Wylie, l’agente che gestisce i diritti. E ci è stata concessa subito. Non so se ora lei lo abbia letto e che cosa ne pensi».
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TITOLO: Auguri a Isabel Allende: l’autrice de «La casa degli spiriti» compie 80 anni
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OCCHIELLO: Il 2 agosto festa per la scrittrice cilena. Il successo, la tragedia della figlia, i matrimoni: una vita «d’amore e ombra» segnata anche dalle vicende politiche del suo Paese
TESTO: Ma la catastrofe è in agguato. A soli 28 anni la figlia Paula si ammala di una malattia rara e impietosa che la riduce in coma e in pochi mesi, nel 1992, la spegne. Isabel la veglia incessantemente, prima in ospedale in Spagna dove la ragazza viveva, quindi in California. «Il primo giorno a casa, una gatta randagia entrò dalla finestra e depositò un uccello morto sul suo letto, una sorta di offerta. Non riuscimmo a cacciarla. Si installò presso Paula e non si separò da lei fino a quando morì. Sono sicura che la gatta fosse l’incarnazione dello spirito della nonna Isabel, venuta dall’Aldilà per stare con la bisnipote». Per reggersi in piedi Isabel fa quello che può, e sa: scrive accanto al letto un diario che è un dialogo, un libro di memorie, un filo annodato tra le donne della sua famiglia per tenerle assieme. Diventerà il più straziante dei suoi testi, Paula, come tutti i precedenti e successivi edito in Italia da Feltrinelli.
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TITOLO: Antonio Pennacchi a un anno dalla morte: le terre di «Canale Mussolini» non dimenticano
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OCCHIELLO: Politica e vita privata nei temi dello scrittore «fasciocomunista» scomparso il 3 agosto 2021. Con il suo romanzo ambientato nell’Agro Pontino vinse il Premio Strega 2010
TESTO: Appunto «Quota 90» è il sottotitolo di un festival che quest’anno celebra l’anniversario della morte di Antonio Pennacchi, la rassegna «Milagro» a Latina: la citazione ricorda i 90 anni dalla fondazione della città pontina (che nacque come Littoria nel 1932), ma rende omaggio anche all’affresco letterario e storico di Canale Mussolini. Mercoledì 3 agosto all’Arena del Museo Cambellotti di Latina (il museo civico in cui fu allestita la camera ardente dello scrittore), alle ore 21, il festival propone l’evento «Antonio Serata D’onore», con la proiezione video di Letture dal Canale, l’opera teatrale allestita in forma di oratorio, al Teatro d’Annunzio, il 18 dicembre del 2010, anno in cui il romanzo vinse il Premio Strega: nello spettacolo l’autore propose letture di brani del libro con gli artisti della città.
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TITOLO: Esopo, Mozart, Gramsci: il pregiudizio sulla statura
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OCCHIELLO: Scherno e disprezzo hanno sempre colpito le persone molto piccole, a dispetto delle loro qualità. Contro i «nani», i «gobbi», gli «sciancati» una lunga e ripugnante sequela di rappresentazioni ingiuriose
TESTO: Era il 1556. Ottant’anni dopo re Carlo I d’Inghilterra si vantava d’avere nei suoi domini l’uomo più alto (William Evans, 2 metri e 20) e quello più minuscolo (45,72 centimetri) del mondo: Jeffrey Hudson, regalato alla regina Henrietta «come una bestiolina da compagnia», sbucato a sorpresa da una torta durante un pranzo di gala e ricordato per i versi de La Jeffereide del poeta William Davenant deciso a celebrare «la vittoria da lui riportata contro un gallo d’India», ma più ancora per un tragico duello. Stanco delle battutine sulla sua statura da parte di un gentiluomo, William Crofts, lo sfidò a duello. E quando quello si presentò «armato» d’una siringa per purgare gli animali, lui non ci vide più, prese la sua pistola e lo uccise. Mandato a morte (anche per aver violato il suo ruolo di clown incatenato all’allegria) nel viaggio verso la condanna finì tra le mani dei pirati barbareschi che lo tennero prigioniero (abusandone, sembra) per 25 anni. Quando Henrietta lo fece riscattare, era un uomo distrutto. Di lui restò uno straordinario ritratto di Antoon van Dyck: Henrietta, Jeffrey e una scimmietta. Forse la stessa, chissà, con cui un giorno era stato costretto a battersi per «allietare» gli invitati.
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TITOLO: Scenari per un mondo che cambia. La lezione del «dopo guerra fredda»
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OCCHIELLO: Antonio Armellini ripercorre la genesi della Carta di Parigi in un volume edito dall’Università di Trento. Armellini è stato ambasciatore alla Csce (Conference on Security and Cooperation in Europe), in Algeria e India
TESTO: Il passato da non dimenticare è sia quel capolavoro diplomatico che fu nel 1975 l’Atto Finale di Helsinki, grazie al quale si aprirono spiragli un tempo impensabili nel quadro dello scontro Est-Ovest, sia il tentativo di rifondare il processo di Helsinki quindici anni dopo (in cui si distinse il dinamismo di un’Europa che faceva i suoi primi passi politici comuni) con l’adozione della Carta di Parigi: un documento di grande intelligenza che prefigurava una transizione verso una democrazia condivisa resa poi impossibile dal rapido frantumarsi del mondo socialista. Ma, come sostiene Armellini (che è stato ambasciatore alla Csce, Conference on Security and Cooperation in Europe, oltre che in Algeria e in India) «gli strumenti posti in essere allora — la “macchina” e anche lo spirito — potrebbero tuttavia trovare una rinnovata attualità quando, inevitabilmente, si dovrà decidere se e su cosa negoziare, individuando il punto di caduta tra Paesi non più divisi in blocchi ideologicamente incompatibili ma fortemente contrapposti».
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TITOLO: Enif Angiolini Robert, visse di arte e di provocazioni
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OCCHIELLO: Nata a Prato, figlia di un militare, fin da giovane desiderava fare l’attrice. L’incontro con la Duse cambierà la sua vita. Il sodalizio con Marinetti, il libro sul suo calvario
TESTO: «Molto soddisfatta della sua lunga, sana, piacevole vita, in cui ebbe posto preponderante il senso dell’amicizia e del dovere. Soddisfattissima del suo Trapasso sereno accettato senza paure dell’aldilà, che non c’è e senza inutili rimpianti come cosa inevitabile e normale». Enif Angiolini Robert (Prato, 1886 – Bologna 1974) aveva le idee chiare, e la provocazione era un suo modo di espressione favorito. Il padre era un militare, ma la madre era una figura inedita di libera pensatrice, «un tipo garibaldino e massonico». Una eccentrica peraltro che aveva deciso di trovare il nome alle sue due figlie, a lungo attese, con l’estrazione da un sacchetto di vocali e consonanti. Per cui la primogenita, cattolicissima e assai conservatrice fu Abes, mentre la seconda, atea fin dall’infanzia fu Enif. Memorabili i litigi tra le due sull’obbedienza della preghiera: la figlia, fatto inedito e clamoroso, venne esentata dalle lezioni di catechismo, presso il severo collegio Villa della Regina a Torino, destinato alle orfane dei militari. Fin da giovanissima, esprime un desiderio di essere attrice che solo la madre sostiene, mentre il «parentume» pettegolo di Prato, resta sconvolto da questa scelta reputata impensabile per una signorina di buona famiglia. Per questo frequentò per due anni la Regia Scuola di Teatro a Roma, annessa alla Accademia di Santa Cecilia, diretta da Virginia Marini. Nel 1908 arriva la chiamata dall’attrice che più ama: Eleonora Duse. La raggiunge a Bruxelles, sostituendo una attrice che era stata allontanata dalla compagnia, rea di avere pestato troppe volte lo strascico dell’abito dell’attrice. Scrive Enif: «Ha sempre trattato i suoi scritturati da gran signora. Sapeva in modo magnifico cancellare la distanza tra gli umilissimi e lei. Ma guai alla più piccola stonatura. L’attore o l’attrice che la commetteva, feriva involontariamente quella insondabile sensibilità dell’armonia che ella ebbe come nessun altro mai». L’incontro con la divina era stato dopo alcuni giorni di attesa: madame aveva apprezzato il tono diretto della ragazza, apprezzando anche che non venisse da famiglia teatrante, cosa che andava incontro al suo desiderio di «sangue nuovo e di aria fresca». Debuttò a Berlino e piacque: qui incontrò Alfredo Robert, che di lì a poco diventò suo marito.
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TITOLO: “Radiography of a family” vince il Faito Doc Festival
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OCCHIELLO: L’opera di Firouzeh Khosrovani ha convinto anche la giuria giovani. Si chiude con un ampia finestra iraniana il quindicesimo appuntamento col cinema del reale
TESTO: Si è conclusa così la XV edizione del festival del cinema del reale, ovvero documentaristico, che «porta cultura in cima al Faito, dove ce n’è bisogno», è l’opinione del pubblico che conquista la montagna (e il proverbiale fresco) per assistere a proiezioni e dibattiti ed è tutto un altro genere produzione, il documentario, rispetto al cinema al quale è abituato il grande pubblico, per modalità e tempi di produzione e ragione d’essere votata naturalmente al sociale. Un lavoro che è un annoso impegno in prima persona per questi registi, montatori e sceneggiatori avventurieri, per lo più residenti in Francia o in Belgio o senza una residenza vera e propria, ma che si incontrano ogni estate sul Faito per fare il punto sui rispettivi progetti e sul panorama di questa produzione globale errante e tutto sommato sterminata, circondati di giovani motivati e appassionati: ragazzi europei carichi di entusiasmo e a questo giro iraniani carichi di coraggio, che nell’ultima notte hanno trasformato il bosco del Camp coi colori e le note di Bob Marley and the Waylers risuonate sull’intera montagna.
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TITOLO: “La bella estate” a 20 anni. Stagione dell’esistenza
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OCCHIELLO: Il romanzo breve di Pavese e la scrittrice: «Renderne la lettura obbligatoria a tutti coloro che hanno quell’età»
TESTO: Insomma, ero come Ginia, la protagonista del romanzo. Avevo avuto anche io la mia Amelia, una ragazza bella e forte (almeno ai miei occhi) che una sera d’estate mi aveva baciato sulle labbra e mi aveva lasciata piena di dubbi e di emozioni. Avevo avuto anche il mio Guido, il biondino che ti chiede l’amore e a cui non vedi l’ora di consegnarti, perché vuoi che l’amore ti illumini come un faro, proprio te in mezzo a tanti, che ti sposti di peso dal luogo in cui ti trovi e ti lasci un chilometro più in là, oppure anche un centimetro. Le Amelie e i Guidi mi facevano battere il cuore come a Ginia, eppure niente mai nella luce accecante dei vent’anni mi è potuto sembrare irreparabile. Tutto quello che mi si rompeva tra le mani era una bolla di sapone, il gioco labile di un bambino che domani o solo tra un minuto si può rinnovare identico, ancora e ancora. Non c’erano ultime volte, nei vent’anni, c’erano solo inizi. Come per Ginia: un amore che finisce è come il primo vento d’autunno, come il precoce imbrunire dell’ora solare. Tutto sta ad aver fiducia e aspettare un’altra estate, che di nuovo, certamente, arriverà. «Verrà di sicuro», si dice Ginia in mezzo al fango e alla neve, delusa e smarrita dopo che Guido l’ha lasciata, «le stagioni ci sono sempre». Forse invecchiare è questo, allora: non avere più coscienza delle stagioni. Non esultare più per gli ultimi giorni di scuola o per la fine della sessione estiva degli esami universitari. Non attendere l’inizio della villeggiatura, non sentire nell’aria il profumo dell’autunno come foriero di lusinghe e promesse, non addobbare più l’albero di Natale con la segreta speranza di trovarvi il regalo desiderato, non annusare l’aria in una notte tiepida cercando indizi della primavera.
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TITOLO: «I ragazzi della via Pal». Eroi che aprono un mondo
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OCCHIELLO: Da lì cominciarono gli anni più bellidi chi vo lle farsi «Re della Floridiana»
TESTO: Ne «I ragazzi della via Pal» ritrovai una storia che mi apparteneva, sia pure in una città distante migliaia di chilometri, con protagonisti ragazzi forse un po’ più grandicelli di me ai quali mi univa la voglia di difendere un proprio spazio per i giochi. Quello che gli adulti spesso negano ai bambini quando costruiscono i palazzi e «non lasciano l’erba», come cantava in quello stesso anno Adriano Celentano in «Il ragazzo della via Gluck». Ecco, inconsciamente o forse no, proprio allora cominciavo a creare una mia base culturale fatta di lettura e di ascolto, di racconti e di musica. I ragazzi della via Pal, tanti ufficiali e un solo soldato semplice, il piccolo e gracile Nemecsek, hanno creato il loro parco giochi in uno spiazzo di terreno edificabile dove ancora non sono state costruite case, hanno fatto diventare prateria quel terreno e Montagne Rocciose le cataste di legno: la fantasia dei bambini non ha limiti. Nella Budapest della fine del diciannovesimo secolo, seconda capitale dell’Impero Austro-ungarico, i ragazzi sono organizzati militarmente. Al loro comando c’è l’intrepido e saggio Boka, molto affezionato al piccolo Nemecsek. Quando la banda rivale delle Camicie Rosse, capitanata da Ats e che ha nei prestanti fratelli Pasztor i suoi temibili «guerrieri», decide di occupare lo spiazzo di via Pal per trasformarlo nel suo regno, si scatena la guerra. Fatta di atti eroici e di tradimenti, di incursioni nel territorio nemico e di difesa. Il piccolo Nemecsek diventa il vero protagonista della storia, il grande ma fragile eroe che paga con la vita il suo coraggio, colpito da una polmonite contratta dopo essere stato lanciato in un laghetto dalle Camicie Rosse che lo avevano scoperto mentre spiava le loro mosse. Pur gravemente ammalato, fuggito da casa, durante l’ultima battaglia si lancia su Ats, lo atterra, e fa vincere i suoi. È l’ultimo atto di coraggio, dopo uno straziante incontro con Boka, Nemecesek muore. E con lui, però, muore anche la possibilità dei ragazzi di continuare a giocare nello spiazzo di via Pal. Perché Boka, sconvolto dalla tragedia, raggiunge il campo e scopre che il proprietario del terreno di lì a poco farà costruire un palazzo. Un colpo al cuore, il suo ingresso nella vita reale, quella dei grandi che non lasciano spazio alle fantasie dei piccoli.
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TITOLO: La Garanzia della giustizia al di là degli abiti succinti
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TESTO: Ci sono i favorevoli e ci sono i contrari, ma a verdetto già emesso, si possono fare solo riflessioni. Intanto, al solito, in Italia, un «divieto», per farsi notare, deve essere «assoluto», se no, passa per un auspicio. Poi, come si distingue se un abito è «succinto o non consono» è criterio soggettivo. C’è un elenco di capi vietati (pantaloni corti, shorts, infradito o ciabatte, canottiere), però seguito da un «eccetera», per cui chi sa come ci si regola con la camicia trasparente o con la gonna che oggi piace ai maschi della «generazione fluida». Mettiamo che un testimone a difesa dell’imputato arrivi con un capo dubbio, tipo i pantaloni lunghi ma di voile, con che animo uno decide se il diritto a difendersi prevale o no «sull’offesa al decoro dell’ufficio»? Il concetto del decoro dovrebbe essere sacrosanto ovunque sia rappresentato lo Stato, ma se la posta in gioco sono la libertà, la verità e la giustizia, forse, vale valutare qualche distinzione. Un tempo, in aula, giudici e avvocati andavano tutti in toga, poi sono arrivati i distinguo, fra udienze pubbliche e no, per dire, o sono arrivate le deroghe per pandemia. Un tempo, in tribunale, la toga era obbligatoria come il grembiule a scuola o la tonaca per il prete. La toga ricorda che giudice, Pm e avvocato rappresentano la giustizia e che sono più un concetto che una persona: sono una garanzia. Se cercassi giustizia per un figlio ucciso, mi sentirei più a mio agio se il giudice non fosse in sottoveste o l’avvocato non fosse in canottiera. L’abbigliamento di accusa e difesa non è un optional: comunica che le parti sono lì ispirate solo dalla legge, essendosi spogliati di preferenze personali, idee alla moda, stereotipi vari e in definitiva, dell’individualità.
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TITOLO: Terricciola brinda con musica e arte: sabato il live di Voltarelli
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OCCHIELLO: Mostre, degustazioni e visite guidate. Un viaggio musicale attraverso le traduzioni di brani di cantautori di diversi Paesi
TESTO: Una danza di rami filiformi intrecciati che sporgono dalla copertina del disco. E un viaggio musicale attraverso le traduzioni di brani di cantautori di diversi Paesi del mondo. Planetario, quinto album da solista di Peppe Voltarelli, sarà protagonista — sabato a Terricciola (Pisa) — di una serata in cui la musica si sposa con l’arte figurativa e con il vino. Il concerto di Peppe Voltarelli — ore 21.30, in piazza della Chiesa — sarà momento clou della programmazione di Terricciola per l’itinerario estivo «Calici di stelle». L’idea nasce da Rebecca Fedeli, agente immobiliare e insegnante di italiano e storia all’Istituto alberghiero Aurelio Saffi di Firenze. «Ad aprile scorso ho fatto una gita domenicale assieme a Peppe, amico di lunga data. Gli ho proposto di esibirsi quest’estate a Terricciola. Lui ha accettato subito. Allora ho iniziato a immaginare la formula migliore per conciliare il suo spettacolo con l’iniziativa enologica, aprendo le porte della casa di famiglia di mio marito, Cosimo Gherardi del Testa». Rebecca Fedeli ha avuto l’intuizione di coinvolgere Anna Corcione, compagna di Voltarelli e autrice di un corpus di opere inserite nel disco Planetario (a cominciare dalla copertina), in una collettiva ospitata nelle cantine e nella cappellina di Villa Gherardi del Testa e curata da Marines Salcedo, dal titolo La perfetta imperfezione, con un evidente richiamo alla contraddizione presente in natura. Temi legati alla natura e all’uomo accomunano le opere di Anna Corcione (che ha appena chiuso a Barcellona la mostra Naturalia) con quelle delle sorelle Rosaria e Luisa Corcione, del pittore terricciolese Leopoldo Terreni, del fotografo Francesco Bucciarelli, di Francesca Lotti, Daniela Meza Sigala, Rita Pedullà, Stefano Iraci, Costanza Gherardi del Testa e suo fratello Cosimo, agronomo appassionato d’arte. «All’esposizione partecipa anche un altro amico: Colombo Passeri, 87 anni, iscritto alla scuola d’arte. Inoltre, avremo dipinti di Maurizio Biagini, pittore livornese scomparso 15 giorni fa: se li venderemo, il ricavato andrà ai suoi figli». Vernissage con degustazione di vini (ore 18), mostra e concerto sono a ingresso gratuito. Con un’offerta minima di 5 euro a persona (bambini esclusi) è inoltre possibile fare una visita guidata alla Villa Gherardi del Testa, inserita nel circuito delle Dimore storiche (ore 16, 19 o 20; da prenotare: tel. 347.3168001; email: rebeccafedeli@icloud. com).
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TITOLO: Sulle strade del noir per capire il lato oscuro del mondo: la nuova collana
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OCCHIELLO: Raccontare le ombre della società (e dell’Io) per tentare di illuminarle. Tutte le sfide di un genere che non smette di sedurre gli autori e i lettori. Dal 5 agosto in edicola con il quotidiano la prima uscita della serie dedicata al giallo curata da Carlo Lucarelli
TESTO: Venerdì 5 agosto, esce Polizia di Jo Nesbø, primo titolo della collana «Noir. Il lato oscuro delle cose», curata da Carlo Lucarelli. Il volume è in edicola al prezzo di euro 8,90 (più il costo del quotidiano, come le uscite successive con cadenza settimanale). La collana è pubblicata dal Corriere in collaborazione con La Gazzetta dello Sport e prevede venti uscite; le copertine sono un progetto grafico di XxY studio. Polizia (traduzione di Eva Kampmann), uscito nel 2013, è il decimo romanzo della fortunata serie del detective irrequieto Harry Hole. Al centro c’è il «macellaio dei poliziotti», un serial killer che uccide in maniera brutale membri delle forze dell’ordine; Hole, che ora insegna alla scuola di polizia, è chiamato stavolta a indagare sul campo per catturare il criminale. Jo Nesbø (Oslo, 1960) è stato indicato dal grande autore americano James Ellroy, in occasione di una presentazione pubblica, quale suo erede al trono di re del noir. Affianca all’attività principale di scrittore quella di musicista, cantante e chitarrista con la rock band Di Derre ed è attivo anche come solista. Alcuni suoi libri gialli (in Italia editi da Einaudi) sono diventati anche film come L’uomo di neve (2017), interpretato da Michael Fassbender e tratto dal romanzo omonimo della serie di Harry Hole. Oltre che di thriller adrenalinici, Nesbø è autore di divertenti libri per ragazzi della serie del Dottor Prottor (in Italia per Salani). La successiva uscita della serie noir sarà Sabbia nera di Cristina Cassar Scalia (12 agosto). Tra gli altri autori nordici nella collana: gli svedesi Maj Sjöwall e Per Wahlöö con un romanzo del ciclo con il commissario Martin Beck (2 settembre); e l’avvocato, ex ministra della Giustizia norvegese, Anne Holt (16 settembre).
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TITOLO: L’Egitto si fa in tre nella newsletter de «la Lettura»
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OCCHIELLO: Venerdì 5 agosto via email il diario settimanale dell’inserto, con tre testi dedicati alla civiltà dei faraoni a cento anni dalla scoperta della tomba di Tutankhamon e 200 dai geroglifici decifrati
TESTO: Un viaggio nel tempo, nell’arte, nella narrativa. Un viaggio attraverso non uno ma tre diversi «Egitti». Lo fa questa settimana la newsletter de «la Lettura», in arrivo venerdì 5 agosto via email. Ad accompagnarci in questo triplo salto fra passato e presente sono Ida Bozzi, Stefano Bucci e Annachiara Sacchi. Ciascuno di loro apre una porta su un aspetto importante di una delle più antiche (e affascinanti) civiltà del mondo antico: l’arte, le grandi conquiste dell’archeologia, i romanzi che ieri e oggi hanno raccontato, celebrato, anche reinventato la terra magica dei faraoni.
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TITOLO: La Russia sotto il tallone di Putin: il libro in edicola con il «Corriere»
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OCCHIELLO: Sabato 6 agosto con il quotidiano una raccolta di contributi critici a cura dell’associazione Memorial Italia. La politica che ha portato alla guerra in Ucraina
TESTO: Il fatto che gran parte dei russi — per convinzione, interesse, indifferenza, paura — appoggi pubblicamente il regime di Putin, non può far dimenticare altri aspetti che in Russia. Anatomia di un regime vengono analizzati e discussi da esperti e studiosi russi, italiani, francesi: come la fuga crescente e continua dalla Russia di Putin di centinaia di migliaia di cittadini, soprattutto giovani e professionisti di talento, che non ritengono più possibile vivere in un regime illiberale, oscurantista e autoritario come quello che in nome del Russkij Mir («mondo russo») fa propri gli anatemi del patriarca Kirill contro omosessuali e donne emancipate, simboli della decadenza e della depravazione dell’Occidente.
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TITOLO: La casa se ne cade, basta litigare
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TESTO: L’uomo china la testa. «Mi ricordo ancora le tribune politiche. Le seguivo sempre con interesse. Certo pure in quel periodo ci stavano uomini di poche pretese, ma nella maggior parte dei casi si trattava, anche se di un partito antagonista, di uomini a cui non era difficile riconoscere talento e preparazione. In quei dibattiti si argomentava con compostezza, l’intenzione non era quasi mai quella di raggirare la gente con le chiacchiere e le false promesse, ma di proporre una visione del mondo. Gente competente, di una certa eleganza e raffinatezza intellettuale, talvolta. In strada sui manifesti elettorali ci stavano i simboli dei partiti, non belle facce ritoccate e forzatamente rassicuranti, sorridenti. Era inimmaginabile che un partito fosse rappresentato da una faccia, da una persona. Quello che contava era l’idea. Gli esponenti politici erano al servizio di quell’idea e non il contrario. Oggi invece è diventata tutta ‘na questione personale, privata. Non ci sono più elettori, cittadini, ma affiliati, clienti, tifosi».
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TITOLO: Hospitality Management, alla «Federico II» si laureano i primi manager del turismo
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OCCHIELLO: La prof Valentina Della Corte: «Quest’anno abbiamo concluso il primo ciclo: già dopo il secondo anno diversi studenti hanno ricevuto proposte di assunzione. Qui partono tutti per l’Erasmus e i due terzi delle lezioni sono in lingua inglese»
TESTO: Quali sono stati i risultati, finora? «Quest’anno abbiamo concluso il primo ciclo: ci sono state le primissime lauree nel mese di luglio e a ottobre si laureerà la gran parte degli studenti che ha già completato il primo ciclo. Siamo veramente felici di questa esperienza perché si è rivelata totalmente positiva. Lo dico con orgoglio: facciamo concorrenza alle principali università svizzere. In questo momento i nostri studenti sono a fare stage in diverse parti del mondo, alcuni di loro assieme agli studenti di Losanna, e devo dire che ho dei feedback magnifici sia dai nostri ragazzi che dalle imprese. La cosa interessante che stiamo riscontrando è che, già dopo il secondo anno, diversi di loro ricevono delle proposte di assunzione. Nonostante ciò abbiamo comunque organizzato un master post laurea che dà la possibilità di approfondire a chi vuole di farlo, anche lavorando; master che poi conferisce i crediti sia per entrare nella nostra magistrale, sia anche la possibilità di completare il quarto anno negli Stati Uniti grazie a un accordo che abbiamo con la University Of South Florida». In che condizioni versa il settore turistico, oggi? «La pandemia ha segnato una profonda svolta nel settore del turismo. Secondo i dati del nostro osservatorio, in realtà ha rappresentato una grande opportunità anche per il territorio di ampliamento dei segmenti di utenza e aumento i flussi. Il turismo è ovviamente è ricominciato anche in maniera un po’ schizofrenica, in seguito alle chiusure legate alle varie pandemie e alle battute d’arresto che ci sono state nel tempo. È anche vero che, ora, l’occasione di poter avere nuovi segmenti di turisti che arrivano da paesi che prima non visitavano l’Italia e alcuni territori in particolare del Sud ci dà l’occasione per una profonda trasformazione. Le imprese devono attrezzarsi, cogliendo due fondamentali sfide che sono diventate centrali: da un lato, quella della digitalizzazione, che investe diverse attività nell’ambito del turismo e dell’ospitalità; dall’altro, la grossa sfida della sostenibilità, che non è più un discorso solamente teorico ma che siamo chiamati ad attuare in maniera concreta. Questo significa anche nuove professionalità e noi, con il corso di laurea triennale in Hospitality Management, in realtà cerchiamo di preparare gli studenti a queste nuove sfide». Come ci si iscrive al corso: è a numero chiuso? «Il corso chiaramente non è aperto a tutti: i posti a disposizione sono in totale 60 e in fase di ammissione svolgiamo un’attività di selezione molto attenta. La valutazione si basa per il 50% sul voto di maturità e per il 50% su sul colloquio motivazionale, quindi è molto importante avere un colloquio in cui si mostra tutta quella che è la propria capacità e competenza. Nel concreto, il corso forma dei middle manager, quindi possono aspirare a delle posizioni intermedie e poi, se proseguono all’interno delle strutture o anche approfondendo ulteriormente gli studi, è chiaro che possono arrivare anche a posizioni più alte. È anche vero che, con la laurea che si consegue, è possibile lavorare anche in altri settori, dal reveneau management al desk relations, fino al resident management e al front office management. È chiaro che devono fare poi la loro esperienza, però di base sono ragazzi che vengono fuori molto qualificati, da quello che stiamo riscontrando».
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TITOLO: «Agostino», il transito dall’infanzia all’adolescenza
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OCCHIELLO: «Moravia quasi come un rifugio durante gli anni del liceo»
TESTO: Entrando nelle pagine moraviane, ho capito per la prima volta che la letteratura ha un potere straordinario: ti porta altrove, pur lasciandoti dove sei. Ti conduce verso un «oltremondo» che è autonomo, libero, indipendente, anche se è legato al mondo in cui vivi attraverso una fitta rete di fili. Apri un romanzo e ti imbatti in migliaia di dettagli umani che, spesso, hanno una forte valenza visiva. Una fitta sequenza di istanti fatti di parole che, posti uno dopo l’altro, attendono di essere trasformati in un cinema mentale. Tale processo, ha ricordato Orhan Pamuk, fa della lettura di un romanzo «un’esperienza più collaborativa, più personale del guardare un quadro». Chi legge sente il «vertiginoso piacere» di trovarsi in un universo che non riesce a vedere nella sua interezza: può solo focalizzarsi su piccoli dettagli, su minimi «quadretti», su «brevi istanti irriducibili», abbandonandosi a «un’attività piena di suspense». È per questa ragione che ancora oggi, pur occupandomi soprattutto di immagini, dedico intere giornate alla lettura di romanzi.
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