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LE NOTIZIE DAL GIORNO Wednesday 20 May 2020 AL GIORNO Wednesday 27 May 2020 SU: economia




TITOLO: L’ecommerce si reinventa ai tempi del coronavirus: l’analisi di Casaleggio Associati |Live dalle 15
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OCCHIELLO: La pandemia ha sconvolto un settore che in Italia si basava su turismo e moda. La crescita dell’alimentare, i modelli dei piccoli che vendono in Rete e un diverso ruolo per i social, nell’ultimo rapporto Casaleggio Associati
TESTO: Casaleggio, come stanno reagendo le nostre imprese al coronavirus? «Tutte, dalle più piccole alle più grandi, si sono trovate a dover ripensare completamente l’organizzazione. Da inizio marzo milioni di italiani si sono riversati online a cercare prodotti. L’alimentare ha visto la domanda online aumentare di 20 volte, mentre gli ordini gestibili erano solo un quinto del totale. Gli operatori hanno dovuto risolvere il problema cambiando la logistica, o riducendo i prodotti in vendita. Carrefour, per esempio, ha creato una scatola con gli essentials, ovvero i prodotti essenziali, sganciati dal sito classico». Quali nuovi scenari ha aperto l’emergenza? «Di certo questa domanda esplosiva ha messo sul mercato i piccoli operatori. Ora le criticità, per chi ha puntato sull’ecommerce, sono triplici: gestione dell’inventario, del pagamento e logistica. Alcune piattaforme sono andate incontro ai negozianti mettendo a disposizione i loro servizi: i sistemi di pagamento offrono la possibilità di effettuare transazioni tramite cellulare, nella logistica c’è una condivisione del personale. Alcune catene di negozi hanno utilizzato gli store chiusi come magazzino da cui spedire i prodotti, perché costa meno». Le aziende che sono partite in questi mesi non abbandoneranno più l’ecommerce? «In certi settori arriveremo a un punto di non ritorno. Arriva un momento, non solo economico ma anche dettato dalle contingenze, in cui diventa più conveniente vendere online. In più, per molti utenti è definitivamente caduta la barriera culturale dell’acquisto online». C’è anche una riscoperta del made in Italy? «Sicuramente stiamo comprando sempre più prodotti italiani, se non altro per un discorso di praticità, e magari anche per un tema di patriottismo. Non va però dimenticato che gli operatori più forti sono stranieri, pensiamo ad Amazon. Le nostre aziende, a partire dai produttori, devono iniziare a investire sul contatto diretto con il cliente finale, per non finire esclusi dal mercato». Cosa devono fare, allora, per strutturarsi in modo continuativo? «Occorre definire la presenza online e ampliare i canali di vendita attraverso una gestione diretta o affidandosi a piattaforme di supporto. Chi non è online deve ripensare il posizionamento. Le catene del retail stanno progettando integrazioni per gestire spedizioni più rapide e meno costose, con più facilità nella consegna degli ordini locali e nella vendita dei prodotti in store, senza perdere il fatturato del punto vendita. Molti brand hanno puntato a modificare il target o i servizi o ad ampliarli». Il ruolo dei social media nell’ecommerce si rafforzerà ancora? «In Italia i social media sono utilizzati oggi dal 58% della popolazione, circa 35 milioni di italiani, che vi accedono per il 98% da mobile. Nel mondo oggi il 75% dei consumatori acquista un prodotto dopo averlo visto sui social: è chiaro che le aziende devono investire su Facebook e Instagram. Ma la strategia deve essere studiata con estrema attenzione». Qual è il cambiamento radicale che il commercio dovrà affrontare nel medio-lungo periodo? «Il gap che l’Italia aveva con gli altri Paesi sull’ecommerce continuerà ad assottigliarsi. Diventerà normale comprare qualunque oggetto online. In Paesi come la Gran Bretagna stiamo già vedendo scomparire i negozi fisici in settori come l’elettronica di consumo o i libri. Si vede poi chiaramente come stiamo passando da un’economia delle transazioni a una di flussi. Vuole dire che saranno sempre più diffuse formule di abbonamento a un prodotto, piuttosto che la lista della spesa. Entreranno così sul mercato retail direttamente i produttori, su richiesta diretta del consumatore. Chiederemo agli assistenti virtuali di comprarci quel prodotto e di farlo solo a determinate condizioni: se in promozione o una volta a settimana». Si va verso una estrema personalizzazione dell’acquisto? «Il prodotto sarà sempre più considerato un servizio. Acquistare online diventerà un gesto legato all’entertainment: compro perché, ad esempio, ho vissuto un’esperienza su Instagram. Su questo tipo di acquisto il produttore dovrà concentrarsi perché è qui che potrà avere un margine maggiore».
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TITOLO: Studi legali, la top 50 di chi guadagna di più nella consulenza d’affari
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OCCHIELLO: Il 2019 ha fatto registrare record di fatturati. La classifica, curata da Legalcommunity, vede un podio con BonelliErede, Pwc Tls e Gianni Origoni Grippo Cappelli & Partners
TESTO: Nelle 50 realtà che compongono la classifica (in cui appaiono i dati stimati da Legalcommunity) lavorano complessivamente più di 9.600 professionisti tra avvocati e commercialisti. I numeri dicono che mediamente, negli studi della Best 50 il rapporto soci/collaboratori è di uno a cinque, l’origine dei ricavi è suddivisa in media fra un 30% da attività estera e un 70% da attività nazionale, mentre la percentuale dei costi sul fatturato è del 54% (in calo di due punti percentuali rispetto al dato rilevato lo scorso anno). Anche in questo caso si tratta di un dato medio. In vetta BonelliErede che si conferma al primo posto della Best 50. L’organizzazione presieduta da Stefano Simontacchi ha chiuso il 2019 con un incremento del proprio giro d’affari del 17% rispetto al dato stimato per l’esercizio precedente ed è arrivata a totalizzare un fatturato di 194 milioni di euro. È l’effetto «with Lombardi». Infatti, nel corso dell’anno passato, lo studio ha realizzato l’integrazione della super boutique Lombardi e Associati, grazie a cui, ha visto aumentare non solo la propria squadra di soci (cresciuti complessivamente di 15 unità nel corso dell’anno grazie a 8 innesti dall’esterno e 7 promozioni interne) ma ha centrato l’obiettivo di rafforzare in maniera determinante alcune aree di attività strategiche (a cominciare dal contenzioso e dal restructuring) concretizzando una crescita per distacco rispetto al resto del mercato. In seconda posizione troviamo Pwc Tls che, mettendo a segno una crescita del 15% del proprio fatturato, ha realizzato un giro d’affari di 161,4 milioni di euro. Anche nel caso del tax & legal di Pwc, guidato da Fabrizio Acerbis, il 2019 ha consolidato gli effetti di una strategia sempre più mirata a posizionare l’organizzazione anche sul fronte delle grandi operazioni straordinarie. Terzo gradino del podio della Best 50, per Gianni Origoni Grippo Cappelli & Partners. Lo studio fondato da Francesco Gianni e GianBattista Origoni ha realizzato una crescita del 4,8% totalizzando ricavi pari a 152 milioni di euro. La cinquina di testa della edizione 2020 della classifica è completata da Chiomenti che totalizza un fatturato stimato pari a 141,5 milioni in crescita dell’8% sul 2018 e Pirola Pennuto Zei che si porta a 132,9 milioni.
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TITOLO: Btp Italia da record: raccoglie 22 miliardi, 14 miliardi dalle famiglie
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OCCHIELLO: Solo nella giornata di ieri acquisti per più di 5 miliardi, oggi l’offerta chiusa con gli operatori istituzionali, che sottoscrivono oltre 19 miliardi in 2 ore, ma il Tesoro ne assegna 8,3 miliardi
TESTO: Doppio record per il Btp Italia, che si chiude con una raccolta complessiva di 22 miliardi. Dopo una domanda da parte degli istituzionali, che ha ampliamente superato i 19 miliardi al termine della giornata a loro dedicata, secondo fonti di mercato il Tesoro avrebbe assegnato il titolo indicizzato all’inflazione per un ammontare di 8,3 miliardi. Sommato ai 14 miliardi dei risparmiatori, il valore del nuovo Btp Italia arriva oltre i 22 miliardi, superiore a tutte le precedenti emissioni. Il Btp Italia, a 5 anni e indicizzato all’inflazione, dedicato a finanziare l’emergenza coronavirus, ha segnato il primo record quando il collocamento ai piccoli risparmiatori si è chiuso con 14 miliardi di euro di richieste nei tre giorni di offerta, con 5,211 miliardi raccolti soltanto mercoledì. La domanda delle famiglie non è mai stata così alta. L’ultimo Btp Italia, a scadenza 8 anni, collocato lo scorso ottobre, aveva raccolto in tutto 6,75 miliardi, di cui 2,99 dal retail. Giovedì mattina poi è scattata l’offerta agli investitori istituzionali, con il collocamento sul mercato telematico delle obbligazioni e titoli di Stato di Borsa Italiana (Mot) dalle 10 alle ore 12.
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TITOLO: Batterie Ue? Un milione di posti di lavoro entro il 2023
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OCCHIELLO: Con l’elettrico l’Ue punta a conquistare un mercato del valore di 250 miliardi di euro. Per raggiungere l’obiettivo secondo la Commissione sarà necessario installare da 10 a 20 “gigafabbriche” nel ContinenteCon l’elettrico l’Ue punta a conquistare un mercato del valore di 250 miliardi di euro. Per raggiungere l’obiettivo secondo la
TESTO: La Commissione europea spera che l’industria delle batterie elettriche generi un milione di posti di lavoro nell’Unione nei prossimi due anni e mezzo. L’UE punta a conquistare un mercato delle batterie del valore di 250 miliardi di euro a partire dal 2025, e per farlo secondo la Commissione sarà necessario installare da 10 a 20 “gigafabbriche” in Europa tra il 2023 e il 2025. Secondo EIT-InnoEnergy, il piano di accelerazione potrebbe creare fino a un milione di posti nei prossimi due anni e mezzo. A rivelarlo è il vicepresidente della Commissione Maroš Šef?ovi? dopo un incontro con dodici presidenti di aziende coinvolte nel progetto Eu Battery Alliance. “La pandemia ha ulteriormente evidenziato l’importanza della principale filosofia alla base della EU Battery Alliance, ovvero la necessità di rafforzare la resilienza e l’autonomia strategica dell’Europa nei settori industriali critici e nelle tecnologie chiave”, ha dichiarato il commissario europeo per le Relazioni interistituzionali e prospettive strategiche. Sefcovic ha ricordato che ci sono molti fronti su cui lavorare, a partire dalle auto elettriche, sempre più diffuse tra gli europei. L’Europa sta facendo grandi passi avanti anche nel settore del litio: sono in corso quattro progetti minerari per un totale di 2 miliardi di euro, destinati a soddisfare fino all’80% del fabbisogno europeo di litio nel settore delle batterie entro il 2025. La Commissione intende anche creare un quadro normativo adatto a questa industria e implementare l’agenda economica circolare per tutte le batterie prodotte o vendute in Europa. “Siamo pronti a presentare la proposta entro ottobre con l’obiettivo di adottarla entro il 2022, ovvero in tempo per la prevista impennata della produzione di EV nel 2023”, spiega Sefcovic. Al termine dell’incontro il vicepresidente della Banca europea per gli investimenti Andrew McDowell ha annunciato che la Bei prevede di aumentare i finanziamenti ai progetti relativi alle batterie fino a oltre 1 miliardo di euro nel 2020. Una cifra che corrisponde al sostegno offerto dalla banca al settore negli ultimi dieci anni. “La crisi del Covid-19 ha messo in evidenza la vulnerabilità dell’Europa di fronte alle interruzioni nella fornitura di materiali e tecnologie strategiche. Con l’accelerazione della transizione verso l’energia verde, la creazione di un’industria europea delle batterie è vitale per proteggere la posizione competitiva dell’Europa nell’economia mondiale”, ha sottolineato McDowell. Questo sostegno, spiega la Bei, è frutto di un partenariato di successo con la Commissione europea, che ha permesso di creare nuovi strumenti di finanziamento come il programma dimostrativo InnovFin Energy Demonstration Programme.
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TITOLO: Le 150 multinazionali che chiedono ai governi di impegnarsi per una ripresa «green»
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OCCHIELLO: Carlsberg, H&M, Pernod Ricard e altre multinazionali hanno firmato un documento in cui affermano che la ripartenza post Covid non dovrà danneggiare l’ambiente e dovrà rispettare dei vincoli di sostenibilitàCarlsberg, H&M, Pernod Ricard e altre multinazionali hanno firmato un documento in cui affermano che la ripartenza post Covid non dovrà da
TESTO: Più di 150 colossi dell’imprenditoria, tra cui Carlsberg, H&M e Pernod Ricard, che insieme assommano 2,4 trilioni di capitalizzazione e rappresentano 5 milioni di lavoratori, hanno firmato una dichiarazione congiunta che invita tutti i governi a rispondere delle manovre economiche da adottare in seguito all’emergenza coronavirus alla luce degli studi sul clima. È quanto riporta il media partner di EURACTIV, edie. net. Riunite per l’iniziativa Science Based Targets (SBTi), 155 aziende che rappresentano più di cinque milioni di dipendenti a livello globale, hanno firmato una dichiarazione che invita i governi a concentrarsi su una ripresa “green” allineando le risposte economiche alla crisi  del Covid-19 alle più recenti strategie atte a mitigare le condizioni climatiche. Le aziende, che comprendono anche la Coca-Cola European Partners, JLL e Sky, chiedono politiche che sviluppino una tenuta contro futuri shock climatici, sostenendo gli obiettivi prefissati dall’accordo di Parigi, di limitare l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali. Questo, a sua volta, contribuirebbe a una transizione globale verso il traguardo delle zero emissioni entro il 2050, data in cui il Regno Unito e l’UE si sono prefissati l’obiettivo. Le aziende chiedono ai governi di allinearsi alle ambizioni aziendali, in particolare a quelle che si sono impegnate a limitare l’amento di temperatura entro gli 1,5 gradi. Questi colossi aziendali ritengono che tutto ciò porterà ad una ripresa “più rapida e più equa” dell’economia “green”. Le aziende si stanno affrancando dai combustibili fossili e stanno spostando la spesa verso soluzioni a basse emissioni di anidride carbonica creando, allo stesso tempo, figure professionali per il settore “green”. “I governi giocano un ruolo fondamentale per il raggiungimento di questo obiettivo, ma non possono guidare una trasformazione socio-economica sistemica da soli. Per affrontare le crisi interconnesse, bisogna lavorare insieme come comunità internazionale per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e l’Accordo di Parigi”, ha dichiarato Lila Karbassi, capo dei programmi del Global Compact delle Nazioni Unite, e membro del consiglio di amministrazione di SBTi. “Questo è uno dei più grandi tentativi di difesa del clima mai sostenuto prima dall’ONU, e queste aziende sono all’avanguardia in questa azione per la difesa del clima, atta a ridurne la vulnerabilità contro futuri shock e disastri”. Responsabilità scientifica L’appello della SBTi arriva mentre la politica si prepara a delineare pacchetti di ripresa economica per rispondere alle conseguenze causate dalla pandemia del Covid-19. Il piano di ripresa dell’UE sarà presentato in dettaglio la prossima settimana, mentre nelle prossime settimane sono attesi nuovi pacchetti di stimolo da parte degli Stati Uniti, dell’India e del vertice dei capi di Stato del G7. La riproposizione dell’obiettivo di limitare il surriscaldamento globale entro 1,5 gradi è tornata alla ribalta dopo la pubblicazione del Rapporto speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che sottolinea quale sarebbe il grave impatto planetario in caso di fallimento. Il documento del Rapporto Speciale dell’IPCC avverte che il mondo è già 1 grado più caldo rispetto ai livelli preindustriali e che un aumento a 2 gradi peggioreranno significativamente i rischi di siccità, inondazioni, ondate di caldo estremo e povertà per centinaia di milioni di persone. Il rapporto prevede che se nel mondo si raggiungesse l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2047,  potremmo avere il 66% di possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati dall’ambizioso accordo di Parigi. A dicembre, un rapporto di SBTi ha rivelato che 285 imprese hanno ora fissato obiettivi di emissioni in linea con l’Accordo di Parigi. L’ente stima che le azioni di queste aziende stimoleranno più di 18 miliardi di dollari in investimenti per il contrasto ai cambiamenti climatici e fino a 90TWh di produzione annuale di elettricità rinnovabile. “È imperativo non solo far ripartire l’economia mondiale – ma anche resettarla. Sarebbe una tragedia se, dopo aver speso 10-20 trilioni di dollari di denaro pubblico, ci limitassimo a ricostruire la stessa economia disuguale, vulnerabile e ad alto contenuto di emissioni nocive che avevamo prima”, ha affermato il membro del consiglio di amministrazione di SBTi e l’amministratore delegato del World Resources Institute, il dottor Andrew Steer.
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TITOLO: Taranto-Bagnoli, i commissari si «alleano» per le bonifiche
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OCCHIELLO: Intesa tra Corbelli e Floro Flores. L’esperienza del lavoro in Puglia dovrebbe accelerare il processo di recupero ambientale a Napoli
TESTO: Ma come si concretizzerà l’intesa siglata per i prossimi tre anni? Da quanto si capisce attraverso uno scambio di esperienze operative, di pareri (non si esclude il ricorso ad esperti) e anzi viene citato esplicitamente la creazione di un gruppo di lavoro. Tra i due commissari vi sarà lo scambio di «indirizzi» per concretizzare le operazioni di bonifica e di rilancio dei due territori. L’accordo firmato mira probabilmente anche a evitare fughe di notizie: pone infatti vincoli di riservatezza sull’intera materia e sui documenti che i due commissari esamineranno e vincola entrambi a dare comunicazioni all’esterno solo su reciproca «autorizzazione scritta». Insomma i lavori di bonifica, sia su Taranto che su Bagnoli, vengono in qualche modo blindati. L’intenzione evidentemente è quella di evitare annunci che potrebbero rivelarsi controproducenti, soprattutto nel caso di Bagnoli per i ritardi accumulati. Verrà comunque approntato un Programma tecnico generale dove si stabiliranno le modalità operative. Si tenterà quindi di utilizzare le migliori pratiche in corso a Taranto per l’accelerazione del processo di ripristino ambientale a Bagnoli. Nella città portuale pugliese infatti il commissario Corbelli è riuscita quasi a dimezzare i tempi per la realizzazione degli interventi di bonifica, con il partenariato per l’innovazione e seguendo l’intero percorso: dalla progettazione alla realizzazione delle opere quasi tutte utilizzando il personale ministeriale. In questo modo si è avuto anche un sensibile contenimento dei costi. «L’accordo stipulato — spiega Vera Corbelli — è l’occasione per dare vita ad un confronto costante e ad una collaborazione sugli approcci tecnico-scientifici e gestionali, ad oggi individuati ed applicati in aree vaste, fortemente compromesse, quali quelle di Taranto e di Bagnoli, anche con il fine di fornire, a valle della bonifica, una “piattaforma” di riferimento per la rigenerazione ambientale. Collaborazione ed attività sinergica — aggiunge Corbelli — che consentiranno di trasformare processi di bonifica in opportunità di sviluppo e di investimenti, valorizzando ulteriormente i contributi forniti per l’ambientalizzazione dell’area di Taranto e di Bagnoli».
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TITOLO: Licenziamenti alla Jabil, Re David: «Inaccettabile. E ora attenti a Whirpool»
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OCCHIELLO: La leader della Fiom Cgil: la multinazionale ha goduto degli ammortizzatori sociali per il Covid-19 e ora mette i dipendenti in mezzo a una strada
TESTO: «Il paradosso è che ai lavoratori dello stabilimento di Napoli durante la prima fase del lockdown è stato chiesto di lavorare più degli altri. C’è rispetto alle persone un atteggiamento imbarazzante di Whirlpool. La cultura americana ha molto da imparare sul rispetto dei diritti e delle persone che lavorano. E l’Europa non dovrebbe farsi colonizzare. Da una parte riteniamo che il futuro del sito di Napoli rientri in un quadro di completo disimpegno dell’azienda in Italia, visto che in tutte le fabbriche oggi c’è cassa integrazione. Il piano di Whirlpool ad oggi ed anche prima dell’epidemia Covid19 non è stato rispettato in nessuna delle fabbriche in Italia. In questo caso il Governo dovrebbe decidere che una voce in capitolo si deve avere, e che non si danno i soldi alle aziende che poi fanno quello che vogliono. È urgente la convocazione di un tavolo, nel quale deve essere ribadito il no alla chiusura del sito di Napoli».
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TITOLO: Il governo convoca Jabil: stop ai licenziamenti
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OCCHIELLO: Il ministro del lavoro: l’azienda ha fatto ricorso alla cig Covid e la procedura ci risulta viziata. Convocati per oggi il gruppo Usa e i sindacati
TESTO: All’apertura dei cancelli di ieri, nonostante lo sciopero proclamato, alcuni addetti sono entrati regolarmente in fabbrica. È stato così anche nel turno pomeridiano. Una minima parte dei 350 lavoratori al momento non colpiti dai provvedimenti di licenziamento, una procedura partita nel giugno dello scorso anno e che prevedeva la rinuncia alla metà della forza lavoro (700 le persone all’epoca impiegate). Nel frattempo in 160 hanno accettato la prospettiva della ricollocazione presso altre aziende, ancora oggi start up nel caso di qualcuna. Mentre una parte dei lavoratori ieri mattina era all’esterno del sito produttivo, le Rsu aziendali si sono portate in Prefettura a Caserta dove sono state ricevute dai collaboratori di Raffaele Ruberto. La richiesta: quella di intervenire sul governo. A pochi metri di distanza, dal suo studio del seminario, il vescovo D’Alise non nascondeva il suo stupore per la piega degli eventi. «Sono sconvolto», ha anche detto. «Cominciamo così la Fase 2? Allora vuol dire che si vuole davvero uccidere questo territorio», ha aggiunto. Quindi la stilettata: «Se è vero che c’è una situazione difficile per l’emergenza Coronavirus, e nessuno può negarlo, mi sembra però che sia stata fatta scoppiare questa bomba a tavolino. A me — ha accusato il presule — sembra una scusa perché con quello che sta accadendo si poteva trovare il modo di proseguire una trattativa e dar modo agli operai di trovare altre possibilità».
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TITOLO: Alesina, «Un italiano ammirato e influente nel mondo. Le sue ricerche? In anticipo di decenni»
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OCCHIELLO: Il professore di Harvard ed ex Segretario al Tesoro negli Stati Uniti, Larry Summers ricorda Alberto Alesina scomparso all’improviso sabato scorso: «Pochi altri, come lui, hanno saputo dimostrare nel tempo come intervenire in questioni politiche a partire dall’analisi economica»
TESTO: Nel corso della sua carriera, Alberto ha posto domande importanti, e fornito risposte adeguate, nel punto di interfaccia tra politica ed economia. Quali strutture istituzionali possono controllare l’inflazione? Alberto ha dimostrato che le banche centrali indipendenti sono lo strumento migliore per tenere a bada la tentazione politica a inflazionare. Perchè gli stati europei godono di settori pubblici più estesi e uno stato sociale più generoso rispetto agli Stati Uniti? In quelli che sarebbero diventati temi ricorrenti della sua opera, Alberto e i suoi collaboratori rimarcavano l’importanza dell’omogeneità etnica nel creare la spinta alla solidarietà, e il concorso degli atteggiamenti culturali nel misurare il successo e l’insuccesso, considerati in alcuni contesti come risultato dell’azione dell’individuo e pertanto meritati, in altri come effetto della fatalità. Le sue ricerche hanno previsto con decenni di anticipo i conflitti che si sono venuti a creare negli stati sociali, oggi esasperati dalla questione dell’immigrazione. Perché ci sono governi, in alcuni paesi e periodi storici, che accettano il disavanzo pubblico? Quando decidono di adottare misure per ridurlo e quali sono le diverse conseguenze della stabilizzazione innescata dal meccanismo basato sull’aumento della pressione fiscale e sul taglio della spesa pubblica? Negli ultimi due decenni, Alberto è sempre stato in prima linea nel dibattito globale su tali argomenti. Era convinto che in alcune circostanze, ma non in tutte, l’austerità possa stimolare l’economia, specie se impostata sui tagli alla spesa anziché sull’aumento delle tasse. Le sue opinioni erano molto meno keynesiane delle mie e spesso ci trovavamo in disaccordo, anche vigoroso, ma rispettavo enormemente la sua serietà nel raccogliere scrupolosamente tutti i dati e la sua disponibilità ad esaminarli oggettivamente. Ovviamente, da italiano appassionato di economia politica, Alberto aveva profondamente a cuore il progetto dell’Unione europea. Era pronto ad ammettere, tuttavia, che cancellare persino l’idea di un nuovo conflitto dopo un millennio di guerre incessanti tra gli stati europei e creare gli Stati Uniti d’Europa fossero cose molto diverse. Le sue intuizioni in materia di economia politica lo avevano portato ad esternare posizioni molto forti su come bilanciare gli interessi di una ricca Europa del nord con quelli di un sud più povero, tramite meccanismi che avrebbero favorito l’una e l’altra parte.
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TITOLO: Mittal, sciopero in tutte le fabbriche durante l’incontro al ministero
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OCCHIELLO: Lo stop a partire dalle 11. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli e quello del Lavoro, Catalfo vedono sindacati, azienda e tutte le componenti coinvolte.
TESTO: Sciopero oggi in tutti gli stabilimenti del gruppo ArcelorMittal nel giorno della conference call promossa dal ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e dal ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, il cui inizio è previsto per le 11, a cui sono stati invitati i dirigenti della multinazionale, i commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria e le organizzazioni sindacali. Nello stabilimento di Taranto è previsto lo sciopero dei lavoratori diretti e dell’appalto nelle ultime 4 ore dei primi due turni, cioè dalle 11 alle 15 e dalle 19 alle 23. «Il Governo e ArcelorMittal - sottolineano in una nota Fim, Fiom e Uilm - scoprano le carte e si apra un tavolo di trattativa con il sindacato. La situazione negli stabilimenti è sempre più insostenibile. La risposta alla crisi non può essere semplicemente più cassa per tutti e zero investimenti». Secondo le sigle metalmeccaniche, «meno salario, più incertezze ed insicurezze sull’occupazione, sull’ambiente, sulle prospettive industriali non sono più accettabili». Venerdì scorso a Taranto un migliaio di lavoratori ha partecipato al presidio davanti alla Prefettura organizzato da Fim, Fiom e Uilm dopo che l’azienda ha bloccato la ripartenza degli impianti dell’area a freddo ed esteso la cassa integrazione con casuale Covid ad altre mille lavoratori. Nella stessa giornata c’è stato lo sciopero di 24 ore dell’Usb con sit-in davanti alla direzione.
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TITOLO: Vaccini anti-Covid: il piano europeo rifiutato da Big Pharma nel 2017
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OCCHIELLO: Le grandi aziende farmaceutiche avrebbero respinto un progetto europeo per accelerare gli studi. Lo rivelano i rapporti di due Ong, ripresi dal quotidiano britannico Guardian.Le grandi aziende farmaceutiche avrebbero respinto un progetto europeo per accelerare gli studi. Lo rivelano i rapporti di due Ong, ripresi dal quotidiano britannico Guardian.
TESTO: Nel 2017 l’Unione europea aveva un piano per lavorare ai vaccini contro i coronavirus per consentirne lo sviluppo prima di un’epidemia, ma le grandi aziende farmaceutiche avrebbero respinto il progetto. Lo rivelano i rapporti di due Ong, letti dal Guardian. La rivelazione è contenuta in un rapporto pubblicato dalle associazioni non governative Global health Advocates e Corporate Observatory Europe (Coe), un centro di ricerca con sede a Bruxelles che esamina le decisioni prese dall’Imi, l’Iniziativa in materia di medicinali innovativi. Il rapporto del Coe accusa l’Imi di essersi concentrato “sulle priorità del mercato business as usual”, piuttosto che “compensare i fallimenti del mercato” accelerando lo sviluppo di farmaci innovativi, come da mandato. A spiegarlo è il quotidiano britannico Guardian che per primo ha dato la notizia. Secondo il Coe l’influenza delle grandi aziende farmaceutiche sull’agenda di ricerca dell’Imi l’ha portata ad essere “dominata” dalle priorità dell’industria e ad accantonare le malattie legate alla povertà e le malattie trascurate, compresi i coronavirus. Il verbale di una riunione del consiglio di amministrazione dell’Imi del dicembre 2018 svela che la proposta dell’Unione europea non è stata accettata. L’IMI, inoltre, secondo quanto riportato dal Guardian, avrebbe deciso di non finanziare progetti con la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, una fondazione che si occupa delle cosiddette malattie infettive prioritarie come Mers e Sars, entrambi coronavirus. L’Imi respinge l’accusa. “Il rapporto sembra suggerire che l’Imi abbia fallito nella sua missione di proteggere il cittadino europeo perdendo l’opportunità di preparare la società all’attuale pandemia di Covid. Questo è fuorviante per due motivi: la ricerca proposta dall’Ue  sul tema della biopreparazione era di portata limitata, e si è concentrata sulla rivisitazione dei modelli animali”, ha spiegato al Guardian un portavoce dell’Iniziativa in materia di medicinali innovativi. Anche per precedenti epidemie come Sars o Ebola gli investimenti sono stati scarsi e tardivi. La mancanza di investimenti è dovuta a diversi fattori, per esempio che le epidemie si sono verificate solo sporadicamente, in zone remote, e hanno colpito un numero limitato di pazienti. “Il fattore critico è stato che l’Ebola – una malattia che colpisce i paesi poveri – non è stato visto come un’opportunità di mercato redditizia dalle aziende farmaceutiche”, si legge nel rapporto di Global Health Advocates. “Questi esempi – sottolinea GHA – dimostrano che finché il finanziamento pubblico è guidato dagli interessi dell’industria farmaceutica saremo sempre impreparati alle “bombe a orologeria”, cioè alle malattie che sono di grande interesse per la salute pubblica ma di scarso interesse commerciale”.
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TITOLO: Jabil, choc tra i lavoratori «Azienda fa quello che vuole»
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OCCHIELLO: Dopo la trattativa saltata nella notte, quando sembrava sicuro un epilogo diverso, stamattina gli impiegati increduli davanti ai cancelli del sito di Marcianise
TESTO: Il tavolo della trattativa è saltato nella notte quando ormai sembrava possibile, concreto, un epilogo diverso. Ma non c’è stato. La multinazionale americana Jabil ha confermato i 190 licenziamenti nel sito di Marcianise. Oggi i lavoratori si sono svegliati con una dose di stupore e frustrazione in più, logorati da una vertenza iniziata quasi un anno fa. Stamattina i dipendenti licenziati e quelli che il posto lo hanno tenuto, si sono ritrovati questa mattina ai cancelli con tanti interrogativi, tutti comunque sotto choc per la decisione dell’azienda. Anna, licenziata, con marito e due figli, non ha mezze misure: «E’ uno schifo - dice - una multinazionale fa quello che vuole e nessuno può fare nulla. La politica doveva muoversi prima». Durante il tavolo di ieri, sembrava che l’accordo si potesse trovare sulla proroga della cassa integrazione per altre cinque settimane e il ricollocamento dei lavoratori presso altre aziende, ma la Jabil voleva che nel verbale si scrivesse che la ricollocazione era obbligatoria; un funzionario del Ministero del Lavoro ha spiegato che ciò era illegittimo, e così è saltato tutto. «Forse l’azienda non ha mai voluto davvero trattare» dice un altro dipendente non licenziato, «e comunque ha proposto la ricollocazione senza alcuna garanzia per gli addetti licenziati, ovvero senza la copertura dell’articolo 18 e la rassicurazione che il lavoratore mantenesse analogo stipendio e mansione anche nella realtà in cui veniva ricollocato».
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