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LE NOTIZIE DAL GIORNO Wednesday 18 November 2020 AL GIORNO Wednesday 25 November 2020 SU: economia




TITOLO: Vaccino anti-Covid: l’Ue avvia i colloqui con Moderna per 160 milioni di dosi
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OCCHIELLO: La Commissione europea ha avviato le negoziazioni per un contratto con la casa farmaceutica americana. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità i dati sulla sperimentazione sono molto incoraggiantiLa Commissione europea ha avviato le negoziazioni per un contratto con la casa farmaceutica americana. Secondo l’organizzazione mondiale della
TESTO: Continua l’impegno dell’Unione europea per assicurarsi un numero adeguato di dosi di vaccino contro il coronavirus. Bruxelles scommette su diverse soluzioni nella speranza di poter ottenere il prima possibile un vaccino efficace per quante più persone possibile. È in quest’ottica che la Commissione ha deciso di avviare una trattativa con Moderna dopo aver firmato un nuovo contratto con CureVac che premetterà all’Europa di comprare fino a 405 milioni di dosi del vaccino prodotto dall’azienda. La Commissione europea “ha concordato con Moderna la fornitura di fino a 160 milioni di dosi di vaccino, ma ora dobbiamo continuare a negoziare per tradurre tale volontà in un contratto”, ha spiegato un portavoce dell’esecutivo di Bruxelles. La società americana ha avvertito l’Unione europea che il prolungarsi dei negoziati rischia di rallentare la distribuzione del vaccino e che i Paesi che hanno già firmato da mesi avranno la priorità. Gli Stati Uniti hanno prenotato 100 milioni di dosi all’inizio di agosto. Moderna nei giorni scorsi aveva annunciato in un comunicato che il suo vaccino contro il Covid ha una efficacia del 94.5%. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità i primi dati sulla sperimentazione sono molto incoraggianti Il portafoglio Ue comprende già un contratto per 300 milioni di dosi di un vaccino prodotto dall’azienda tedesca BioNTech e dal gigante statunitense Pfizer, che entrambi i produttori affermano essersi dimostrato efficace al 90% contro il coronavirus. In un’intervista al Corriere della Sera l’immunologo Sergio Abrignani ha spiegato che il vaccino di Moderna potrebbe essere più facile da gestire rispetto a quello di Pfizer.   Quest’ultimo infatti deve essere conservato attorno ai 70-80 gradi sotto zero, mentre per il vaccino di Moderna bastano 20 gradi sotto zero.
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TITOLO: Sure, dall’Europa altri 6,5 miliardi di euro per la cassa integrazione in Italia
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OCCHIELLO: La Commissione europea ha versato la seconda rata dei prestiti previsti dal programma di sostegno per attenuare i rischi di disoccupazione, a seguito della crisi causata dalla pandemia di coronavirusLa Commissione europea ha versato la seconda rata dei prestiti previsti dal programma di sostegno per attenuare i rischi di disoccupazione, a seguito d
TESTO: Il 27 ottobre 2020 all’Italia erano già arrivati 10 dei primi 17 miliardi di Sure, altri 6 erano stati destinati alla Spagna e uno alla Polonia. Per l’Italia sono previsti complessivamente 27,4 miliardi di euro, la quota in assoluto più alta messa in campo, e la buona notizia è che buona parte dei fondi sono quindi già arrivati. Alcuni potrebbero controbattere che si tratta solo di prestiti. In realtà l’Unione europea ha una valutazione molto solida sui mercati finanziari e questo le consente di raccogliere risorse a tassi di interesse molto bassi: la differenza rispetto a un Paese come l’Italia, che ha invece tassi di interesse sui titoli di Stato molto più alti, è sostanziale in una fase di crisi economica. Il ministero dell’Economia ha calcolato che il risparmio per le casse italiane nell’arco dei 15 anni di durata del prestito potrebbe assestarsi intorno a 5 miliardi e mezzo di euro. Con questa seconda tranche di emissioni anche altri Stati potranno far fronte ad aumenti improvvisi della spesa pubblica per preservare l’occupazione e coprire i costi direttamente connessi al finanziamento dei regimi nazionali di lavoro a orario ridotto: la Croazia ha ricevuto 510 milioni di euro, Cipro 250 milioni di euro, la Grecia 2 miliardi di euro, la Lettonia 120 milioni di euro, la Lituania 300 milioni di euro, Malta 120 milioni di euro, la Slovenia 200 milioni di euro e la Spagna altri 4 miliardi di euro in aggiunta a quelli già ricevuti. In risposta alla crisi dovuta alla pandemia, infatti, in molti Stati sono state messe in atto misure di cassa integrazione e di sostegno per il lavoro, includendo anche i lavoratori autonomi. L’erogazione odierna segue la seconda emissione di obbligazioni sociali europee nell’ambito dello strumento Sure, che hanno richiamato un fortissimo interesse da parte degli investitori. I soldi arrivano nel pieno della seconda ondata della pandemia, che sta colpendo duramente tutti i Paesi europei. Non a caso von der Leyen ha commentato: “La seconda ondata sta colpendo duramente l’Europa. L’Ue è qui per dare sostegno. Vogliamo proteggere le persone da questo virus e vogliamo anche proteggere i loro posti di lavoro, perché questa crisi colpisce anche le imprese. Molti posti di lavoro sono a rischio. Con Sure, mobiliteremo fino a 100 miliardi di euro di prestiti ai paesi dell’Ue per contribuire a finanziare i programmi di cassa integrazione. Questa seconda erogazione di 14 miliardi di euro aiuterà i lavoratori a ricevere un reddito. Ne arriveranno altri”. Il sostegno a imprese e lavoratori, in questa fase, dunque è particolarmente importante: nell’Ue ad oggi si contano 1,7 milioni di disoccupati in più rispetto all’inizio della crisi da Covid-19, e secondo le stime della Confederazione europea dei sindacati (Ces), questa cifra potrebbe aumentare di 14 milioni se i governi dei Paesi membri optassero per un improvviso ritiro dei programmi nazionali di emergenza per il lavoro. Sure può mobilitare fino a 100 miliardi di euro di sostegno finanziario a tutti gli Stati membri e finora la Commissione ha proposto di mettere a disposizione di 18 Stati membri un sostegno finanziario pari a 90,3 miliardi di euro. I successivi esborsi avranno luogo nel corso dei prossimi mesi, dopo le rispettive emissioni obbligazionarie, e avranno, esattamente come questi, un’etichetta di obbligazione sociale che dà agli investitori la certezza che i fondi mobilitati serviranno esclusivamente per finanziare programmi con un impatto sociale positivo.
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TITOLO: Bozza legge di Bilancio, ok di Bruxelles. Ma attenzione a debito e coperture
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OCCHIELLO: Il documento programmatico presentato dall’Italia è in linea con le raccomandazioni Ue. Però la Commissione avverte che alcune misure anti-crisi non sembrano essere accompagnate da misure compensativeIl documento programmatico presentato dall’Italia è in linea con le raccomandazioni Ue. Però la Commissione avverte che alcune misure anti-cri
TESTO: Il documento programmatico di bilancio dell’Italia per il 2021 “è in linea con le raccomandazioni” adottate dal Consiglio il 20 luglio ma alcune delle misure di sostegno in risposta alla crisi rischiano di pesare nel tempo sull’economia italiana. “Dato il livello del debito pubblico italiano e le grandi sfide di sostenibilità nel medio termine prima dello scoppio della pandemia Covid-19, è importante per l’Italia assicurare che, quando prende misure di sostegno, preservi la sostenibilità di bilancio nel medio termine”, spiega l’esecutivo comunitario in un parere pubblicato mercoledì 18 novembre, nel contesto del pacchetto d’autunno del “semestre europeo”. “L’attuale crisi – scrive Bruxelles – ha esacerbato alcune sfide esistenti, e i rischi sono in aumento nei Paesi che già avevano squilibri macroeconomici eccessivi” come l’Italia. Per questo la Commissione Ue ha deciso di preparare “analisi approfondite” per l’Italia e altri undici Paesi “per identificare e valutare la severità di possibili squilibri macroeconomici”. L’Italia è in squilibrio eccessivo dal 2011, e due anni fa rischiò una procedura. “L’Italia è invitata a valutare regolarmente l’uso, l’efficacia e l’adeguatezza delle misure di sostegno e ad essere pronta ad adattarle alle circostanze che cambiano”, sottolinea la Commissione. “Il messaggio non riguarda il contenuto di queste misure che possono essere pienamente giustificate, ma riguarda il loro impatto sulla finanza pubblica a medio e lungo termine”, ha chiarito il commissario all’Economia Paolo Gentiloni. Il rischio di un aumento eccessivo del debito non vale solo per l’Italia ma anche per Belgio, Francia, Grecia, Portogallo e Spagna. “Questo pacchetto d’autunno mira a guidare le economie dell’Ue verso acque più calme e a fornire orientamenti politici per la nostra ripresa collettiva”, ha spiegato il vicepresidente esecutivo, Valdis Dombrovskis, ribadendo la necessità di arrivare quanto prima a un accordo sul pacchetto di bilancio e sul Next Generation Eu. A preoccupare la Commissione è soprattutto la disoccupazione. “Nel mercato del lavoro la crisi pandemica ha interrotto una tendenza positiva che durava da sei anni, colpendo tutti gli europei, soprattutto i giovani, e i lavoratori con contratti temporanei o atipici – ha dichiarato il commissario Ue per il Lavoro Nicolas Schmit – Dobbiamo concentrare le nostre energie sulle competenze e sulla formazione per adattarci al mercato del lavoro post-pandemia. In questa crisi è fondamentale raggiungere le persone più vulnerabili della società e porre l’accento sulla lotta alla povertà, all’esclusione e alle disuguaglianze. ”
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TITOLO: Bauli al test di Natale, nella ricetta vincente c’è la fiducia
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OCCHIELLO: Il cauto ottimismo di Michele, presidente del gruppo veronese che a fine anno vende in Italia il 40% di tutti i dolci. «A primavera eravamo impreparati, oggi ci sono più strumenti per reagire all’attacco della pandemia». E indica la strada: diversificazione e mercati esteri. Lo stabilimento in India guida le esportazioni, arrivate al 16% del f
TESTO: Vent’anni fa il fatturato maturava esclusivamente nel settore dei dolci da ricorrenza. Oggi, con l’arrivo dei prodotti a marchio Doria, dei croissant che vengono prodotti a Cremona e dei prodotti da forno della Alpipan di Altopascio, in provincia di Lucca, che sta puntando sulle linee senza glutine, la produzione ha trovato un nuovo equilibrio. Natale e Pasqua, assieme, valgono oggi il 47 per cento del business, il resto matura nei dodici mesi, dando più certezze, stabilità dei profitti e offrendo possibilità di programmazione, anche se il cuore, l’identità rimane lì, in quella linea produttiva che sforna 7 mila pandori all’ora e che il presidente non esita a definire «la più grande linea di pane al mondo». A Michele, nipote di Ruggero e figlio di Adriano, si deve anche la proiezione estera del gruppo. Nel 2011 iniziò una partnership a Calcutta per produrre croissant. Farciture diverse, per incontrare i gusti, medesima pasta. In un mercato dominato da una distribuzione polverizzata, i prodotti Bauli hanno trovato spazio e quattro anni fa quella partnership si è trasformata in una fabbrica di proprietà a Bombay, da cui escono oltre ai croissant le Girella. In nove anni, il contributo dei mercati esteri al business del gruppo è salito al 16 per cento ed è destinato ad aumentare. «Abbiamo acquisito un’azienda in Slovacchia, la Max Sport. Produce barrette e integratori alimentari. È un settore in pieno sviluppo, con cui entreremo nei mercati di Ungheria, Germania e Polonia, oltre che nella Repubblica Slovacca. In Italia arriveremo nel 2021». Scelte frutto di una visione imprenditoriale che ha compreso da tempo la necessità di un confronto maturo con il mercato. I manager, alla Bauli, sono entrati negli anni Ottanta. La famiglia, che ancora oggi controlla il 100 per cento del capitale, siede nel consiglio di amministrazione assieme a un consigliere esterno, Andrea Zocchi e all’amministratore delegato, Stefano Zancan, ex manager Mars. Il controllo si realizza attraverso la holding Ruggero Bauli, che ha in portafoglio la totalità dell’azienda produttiva e nel cui cda siedono uno zio, un fratello e un cugino di Michele. «La Borsa – dice Michele – al momento non ci interessa, anche se negli anni scorsi abbiamo molto apprezzato il programma Elite di Borsa Italiana».
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TITOLO: Google pagherà alcuni editori in Francia per indicizzare gli articoli
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OCCHIELLO: Google ha firmato un accordo con sei quotidiani e periodici francesi, dopo mesi di negoziazioni
TESTO: Google ha firmato un accordo con sei testate francesi — quotidiani e magazine — che garantirà loro un pagamento per i diritti degli articoli indicizzati dal motore di ricerca e mostrati nell’aggregatore Google News. Ad annunciarlo, al termine di mesi di negoziazioni — a volte molto tese — con gli editori francesi, è stata la stessa azienda, con un blogpost. I termini dell’intesa non sono ancora chiari, come non è stato precisato di che cifre si parla, ma si tratta di una svolta nell’approccio di Google, che fino a ora aveva sempre respinto le richieste degli editori in questo senso scegliendo di supportare economicamente il settore in altri modi, come i fondi per i progetti innovativi. Questa «prima mondiale» avviene nel contesto della legislazione europea sul copyright, varata nel 2019. La Francia è il primo Paese in Europa ad aver implementato le nuove norme europee. Il mese scorso, prima l’Authority per la concorrenza, poi la corte d’appello di Parigi, avevano chiesto a Google di continuare a negoziare con gli editori per trovare un «giusto compenso» per indicizzare le notizie sul suo motore di ricerca. La società ha sottoscritto «accordi individuali» — e non collettivi, dunque, per il momento — con Le Monde, Le Figaro, Liberation, L’Express, L’Obs e Courier International. Il capo di Google France, Sebastien Missoffe, ha dichiarato che sono in corso colloqui con altri gruppi editoriali, con l’obiettivo di raggiungere «un accordo quadro entro la fine dell’anno». La battaglia tra Google e l’editoria francese è cominciata alcuni anni fa. I media hanno criticato Google, accusandola di generare fatturato indicizzando contenuti soggetti a copyright. Mountain View ha sempre negato la veridicità di questa posizione: spiegando di non vendere pubblicità sulle pagine di risultati legate a notizie, di non farlo sulle pagine di Google News, e anzi di far guadagnare gli editori, spingendo i lettori a cliccare sui link e dunque generando traffico verso i loro siti. L’accordo sottoscritto con i media francesi, ha detto Google, si basa su criteri come il numero di articoli pubblicati, il traffico generato e il «contributo che l’editore dà all’informazione politica e generalista». Verranno pagati i cosiddetti diritti connessi, ovvero quelli che la legge riconosce ad altri soggetti comunque collegati all’autore che offrono l’opera alla fruizione del pubblico. Questi diritti sono previsti anche dalla legislazione italiana e quindi l’intesa si potrebbe ipoteticamente replicare nel nostro Paese.
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TITOLO: Rinnovabili offshore: l’Ue scommette sull’energia pulita da sole, vento e maree
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OCCHIELLO: La nuova strategia di Bruxelles mira ad aumentare la capacità eolica fino a 60 GW entro il 2030 e 300 GW nel 2050. Entro i prossimi 30 anni si prevede anche di ottenere 40 GW di energia dagli oceaniLa nuova strategia di Bruxelles mira ad aumentare la capacità eolica fino a 60 GW entro il 2030 e 300 GW nel 2050. Entro i prossimi 30 anni si prevede
TESTO: La Commissione europea ha presentato la sua strategia per le energie rinnovabili offshore, che sarà uno degli strumenti attraverso i quali l’Ue intende raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050. La strategia si pone come obiettivo l’aumento della capacità eolica offshore, per arrivare a produrre un livello di 60 GW entro il 2030 e di 300 GW nel 2050, rispetto agli attuali 12. Inoltre, sempre entro il 2050, si prevede di ottenere anche 40 GW di energia dagli oceani e altre tecnologie emergenti. Queste cifre ambiziose sono basate sul potenziale dei bacini marini europei e la posizione di leader delle compagnie dell’Ue nel settore. Saranno creati nuovi posti di lavoro, proteggendo nel contempo l’ambiente e la biodiversità. Il vice-presidente esecutivo della Commissione Ue responsabile del Green Deal, Frans Timmermans, ha dichiarato che “la strategia dimostra l’urgenza di potenziare gli investimenti nelle energie rinnovabili offshore. Grazie all’ampia disponibilità di bacini idrografici e alla leadership industriale, l’Ue ha tutte le risorse per eccellere nel settore, che è già di successo in Europa. Il nostro obiettivo è di trasformarla in un’opportunità ancora maggiore per l’energia pulita, lavori di alta qualità, crescita sostenibile e competitività internazionale”. “L’Europa è un leader a livello mondiale nell’energia rinnovabile offshore e può diventare una potenza trainante per il suo sviluppo globale”, ha dichiarato la commissaria per l’Energia Kadri Simson. “Dobbiamo sbloccare tutto il potenziale dell’eolico offshore, ma anche altre tecnologie come le maree, le onde e il solare galleggiante. Questa strategia garantisce un quadro stabile e termini temporali precisi per farlo”. Anche il commissario europeo per l’Ambiente, gli oceani e la pesca Virginijus Sinkevi?ius ha espresso soddisfazione: “Questa strategia dimostra che è possibile sviluppare le energie rinnovabili offshore in combinazione con altre attivitò umane, come la pesca, l’acquacoltura e il trasporto marittimo, e in armonia con la natura”. Per consentire il potenziamento della capacità di energia prodotta da tali fonti, sarà promossa la cooperazione tra gli Stati membri, in particolare per la pianificazione di lungo corso e il dispiegamento dei mezzi. Sarà perciò necessario integrare gli obiettivi rinnovabili offshore all’interno del Piano nazionale dello spazio marittimo che dovrà essere consegnato alla Commissione da ogni Stato entro marzo 2021. La Commissione stima un investimento necessario di quasi 800 miliardi di euro tra ora e il 2050 per raggiungere gli obiettivi proposti. Per raggiungere questa cifra, sarà creato un quadro legale più chiaro, sarà incoraggiato l’uso di Next Generation Eu per la transizione energetica, sarà promossa la collaborazione con la Banca europea degli investimenti (Bei) e altre istituzioni tramite lo strumento InvestEu. Per analizzare l’impatto ambientale, economico e sociale delle energie rinnovabili offshore sull’ambiente marino e sulle attività che vi dipendono, la Commissione europea consulterà regolarmente un panel di esperti, tra scienziati, autorità pubbliche e parti interessate.
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TITOLO: «Sono uscito dal tunnel del virus,il dolore e lo sconforto restano. Zona rossa? Andava fatta prima»
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OCCHIELLO: Maurizio Marinella: la città resta vivace, dopo le 17.30 il deserto
TESTO: «É un momento di tristezza, dolore, preoccupazione. . Non so neanche dire cose provo. E non aiuta pensare che sono state fatte scelte sbagliate. La chiusura andava fatta prima, ad ottobre: quando era già chiaro che i casi aumentavano in maniera esponenziale. Avremmo dovuto spiegare cosa succedeva e affrontare misure drastiche per poi tornare al lavoro a novembre e dicembre. Ora che si riaprirà, a due settimane dal Natale, cosa potremo mai fare? Veniamo già da un anno difficile e possiamo solo provare a difenderci. Nel 2021, vuoi per il vaccino vuoi per una forma mentis che abbiamo acquisito le cose andranno meglio. Ma quel che è terribile è che questo virus ci è entrato nella testa. Siamo tutti diversi, sfiduciati, incontriamo un amico da lontano e cerchiamo di scansarlo per evitare che ci saluti. Noi napoletani, che abbiamo sempre fatto del contatto fisico un modo di essere, ci troviamo straniati. Con un virus che ci è entrato nelle vite e ci sta pesantemente condizionando».
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TITOLO: Corte dei conti Ue: Antritrust inefficace contro Google, Facebook e Amazon
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OCCHIELLO: Secondo i revisori europei è necessario innalzare il controllo per tenere testa ai giganti del digitale. Malgrado la Commissione abbia inflitto multe molto elevate, queste non sono sufficienti a frenare aziende con fatturati giganteschiSecondo i revisori europei è necessario innalzare il controllo per tenere testa ai giganti del digitale. Malgrad
TESTO: Secondo i revisori la questione non riguarda solo le aziende che operano su Internet, ma anche le imprese che si occupano di innovazione digitale, come quelle che operano nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, dei servizi finanziari e dei trasporti. Parte del problema risiede nelle norme antitrust europee che permettono alle autorità di controllo di intervenire solo dopo che sono state commesse delle irregolarità. Inoltre il crescente volume di dati da trattare ha reso più lunghi e complessi i procedimenti. Google, ad esempio, ha fatto ricorso contro la sanzione da 2,4 miliardi di euro applicata dall’Antitrust nel 2017, al termine di un’indagine che è andata avanti per 10 anni. I funzionari dell’antitrust dell’Ue, tuttavia, hanno respinto tali argomentazioni. “Le regole di concorrenza dell’Ue sono abbastanza flessibili per affrontare i mercati digitali”, ha dichiarato Olivier Guersent, direttore generale della Commissione per la concorrenza, in occasione di un evento online. Il cambio di passo dovrebbe arrivare a inizio dicembre quando la Commissione presenterà il Digital Markets Act e il Digital Services Act.
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TITOLO: Confindustria: «Possibile una seconda recessione, rischio di nuova caduta, specie nei servizi»
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OCCHIELLO: I dati negativi del quarto trimestre arriveranno subito dopo il forte rimbalzo nel terzo (+16,1%), che aveva riportato l’attività al -4,5% rispetto ai livelli pre-Covid.
TESTO: C’è il rischio di una seconda recessione. Lo rileva l’analisi congiunturale del mese di novembre condotta dal Centro Studi di Confindustria. Le recenti misure restrittive adottate per arginare l’epidemia inducono il think tank dell’associane degli industriali a stimare che nel quarto trimestre 2020 si avrà di nuovo un Pil in calo. L’impatto sull’economia italiana dovrebbe tuttavia essere più contenuto rispetto al crollo che si era registrato nel primo e secondo trimestre (-17,8%), dato che molti settori produttivi restano aperti. I dati del quarto trimestre arriveranno subito dopo il forte rimbalzo nel terzo (+16,1%), che aveva riportato l’attività al -4,5% dai livelli pre-Covid. Peggiorano i servizi. Il PMI nei servizi (Purchasing Managers’ Index) segnala un ulteriore arretramento già in ottobre (46,7 da 48,8), con domanda indebolita. Dopo il recupero parziale del settore turistico fino ad agosto, a fine anno in vari segmenti le perdite saranno ancora vicine al 70% (stime Federturismo). Industria: risalita stoppata. Nell’industria, viceversa, il PMI in ottobre (53,8) ha fornito ancora segnali positivi. Tuttavia, la produzione già a settembre-ottobre ha visto interrompersi il suo rapido recupero, sui livelli pre-Covid: ciò potrebbe preludere a una nuova, moderata, caduta nel 4° trimestre. Domanda interna fragile. Gli indicatori segnalano fino a ottobre una tenuta, dopo il rimbalzo nei mesi estivi. Gli ordini interni dei produttori di beni di consumo sono risaliti a -28,3 (-34,4 nel 3° trimestre), quelli dei produttori di beni strumentali a -31,4 (da -42,8). La fiducia delle famiglie però diminuisce, con forte calo delle attese sull’economia: ciò alimenta la propensione al risparmio. Si segnala in ottobre un -8,1% annuo dei consumi: i dati peggiori sono per turismo, servizi per il tempo libero, trasporti. Stop dell’occupazione. L’occupazione si è di nuovo appiattita a settembre, dopo la risalita temporanea a luglio-agosto. La disoccupazione sembra ripuntare verso il basso, come a marzo-aprile, per la contrazione della forza lavoro. Il quarto trimestre anche per l’occupazione si preannuncia in negativo. Più debito per la liquidità. A settembre la dinamica del credito alle imprese ha accelerato ulteriormente (+6,8% annuo, da -1,0% a gennaio), per sopperire alla carenza di liquidità. I prestiti con garanzie pubbliche hanno superato i 110 miliardi a novembre (dati Task Force). Ciò peserà sul debito bancario (da 16,5% a 18,9% del passivo, stime CSC) e sugli oneri finanziari, riducendo le risorse per investimenti. Export in risalita. L’export di beni è rimbalzato del 30,3% nel 3° trimestre (-3,2% dai valori di febbraio). Il recupero ha riguardato tutti i principali tipi di beni e, con ritmi diversi, i maggiori mercati. Le indicazioni a inizio 4° trimestre erano positive: in risalita gli ordini manifatturieri esteri. Tuttavia, le probabilità di una nuova caduta a fine anno sono alte, a causa della pandemia, specie nelle voci legate al turismo. Scambi a rischio. Il recupero del commercio mondiale (-3,5% in agosto su fine 2019) è atteso proseguire qualche mese: ai massimi le spedizioni di container a settembre, sopra 50 gli ordini esteri globali in ottobre (PMI). Ma, con la seconda ondata di pandemia, è previsto un nuovo stop a fine 2020. Tassi stabili. Il tasso sovrano in Italia è rimasto basso (0,66% medio il BTP decennale a novembre), nonostante qualche volatilità. Anche lo spread sulla Germania ha tenuto, sui bassi valori di ottobre (+1,23%). Una buona notizia, rispetto al balzo di marzo quando l’Italia era percepita come più rischiosa. L’Eurozona frena. Dopo il rimbalzo del PIL nel 3° trimestre (+12,6%), si è avuta una frenata a ottobre: il PMI composito è sulla soglia neutrale di 50 e il sentiment è fermo lontano dalla media storica. Ciò è sintesi di dinamiche divergenti: negativa per i servizi, dove è atteso un ulteriore calo di domanda, per le nuove restrizioni; buona per l’industria, che è sostenuta da un ricco portafoglio ordini. In Germania l’impennata della produzione industriale ha alzato di 5 punti l’utilizzo degli impianti. Petrolio in risalita. Il prezzo del Brent, che era in calo, ha virato al rialzo a novembre (da 36,3 dollari per barile, a 43,1). Ciò grazie al sentiero di riduzione degli stock di greggio e sulla scia delle elezioni USA che hanno alzato le attese sulla domanda mondiale, nonostante il proseguire della pandemia.
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TITOLO: L’ambiente? E’ diventato un alleato del profitto e del made in Italy
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OCCHIELLO: Secondo gli obiettivi del Next generation Eu I Paesi devono elaborare piani per una riforma, uniforme, sostenibile, inclusiva ed equa
TESTO: Sta succedendo qualcosa che solo pochi anni fa sembrava impensabile. Non avviene in modo lineare, ma i segnali cominciano a essere più forti. Costanti. La pandemia ha aperto una situazione di emergenza che però non ha rallentato quello che stava accadendo prima di marzo: le imprese, le istituzioni, le persone, le comunità, stanno sempre di più ragionando (e agendo) su come tenere l’equilibrio tra profitto, responsabilità individuale e bene comune. Solo qualche anno fa la parola sostenibilità era confinata a pochi visionari dell’ambiente inteso come fattore di sviluppo. Visti anche con qualche sospetto da chi aveva subito i danni di un ecologismo estremo e di maniera. Ma qualcosa sta cambiando. E l’Europa, spesso considerata (a torto) la causa di tutte le fragilità che dobbiamo affrontare, si sta rivelando ancora una volta un motore di innovazione. Il punto non sono tanto le risorse del Next Generation Ue di cui il Recovery fund è il segno più tangibile, 209 miliardi disponibili per l’Italia. Ma la loro direzione, dove puntano a orientare le scelte dei Paesi di qui al 2026.Verso un’economia sostenibile e inclusiva. Che contribuisca a mitigare la crisi climatica. Ecco, quello che negli anni Settanta era il bivio tra semplice crescita del Pil e sviluppo, inteso come minori disuguaglianze e minori danni al Pianeta, è entrato nell’Agenda politica in maniera definitiva. E adesso, con l’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti, sarà decisivo vedere come la transizione da Donald Trump, che si era ritirato dagli Accordi di Parigi, sarà veloce e coerente con le promesse elettorali. Ma intanto l’Europa, con tutti i suoi fardelli burocratici, si è messa in testa di giocare la partita da leader. Certo, da sola, può fare poco per la decarbonizzazione, dal momento che le economie cinesi e Usa rappresentano una fetta molto più consistente di Co2, ma il segnale è forte. E i numeri, anche per i più scettici, cominciano a dare ragione ai visionari. Basta leggere il rapporto Symbola-Unioncamere: 432 mila imprese italiane hanno investito sulla green economy, 3,1 milioni di posti di lavoro, la percentuale di riciclo è al 79%, il livello più alto dell’Unione Europea. Numeri che raccontano un’altra cosa: la sostenibilità non è più solo un fattore morale, ma di profitto civile, che riduce i danni collaterali. E c’è un altro elemento da non sottovalutare: la pandemia, e con la seconda ondata questo è stato purtroppo ancora più evidente, ha fortemente indebolito le imprese. Chi ha continuato a insistere sull’economia circolare, continua a crescere (circa il 16% in più) o a perdere meno fatturato. L’ambiente può diventare un alleato del conto economico, non un costo. Certo, sono ancora molte le imprese che definiscono sostenibili e poi per le loro gare pretendono faldoni di documenti cartacei. Lo stesso fa lo Stato, che dovrebbe dare l’esempio. Ma questo fa parte di un processo di cambiamento, della transizione. Ecco la parola di questo tempo incerto, transizione. Climatica, ambientale, economica, politica, sociale. Il fatto che la presidente dell’Unione Europea, Ursula von Der Leyen abbia orientato il più grande piano di salvataggio dell’economia verso la sostenibilità, il fatto che la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, abbia deciso di accettare come titoli di garanzie anche i titoli verdi (cosiddetti green bond), vuol dire che questa svolta è irreversibile. Come l’euro. E’ un cambiamento nel quale poi ciascuna impresa, ciascun soggetto istituzionale, dovrà individuare il suo percorso, ma dentro una cornice europea. Gli obiettivi del 2050 sembrano lontani, ma anche questo è cambiato: il pragmatismo verde ha preso il testimone dei sogni irrealizzabili e lo ha fatto diventare obiettivi, misurabili, certificabili. Un passaggio decisivo, che ha accelerato un altro aspetto: essere sostenibili può significare essere più competitivi, attirare investitori istituzionali, clienti più responsabili. Dunque non è solo una questione morale, ma di affari. Un equilibrio nuovo, nel quale la spinta dell’ecologia integrale o della Francesco economy, con l’ultima enciclica Fratelli tutti, ha aperto un nuovo dibattito. Ma soprattutto nuove azioni concrete. Vale la pena rileggere quali sono gli obiettivi del Next generation EU: un piano per una “ripresa sostenibile, uniforme, inclusiva ed equa”. Nicola Saldutti
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TITOLO: Amendola: «Recovery plan, così la proposta italiana per i fondi»
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OCCHIELLO: Il ministro agli Affari europei: i problemi di esecuzione questa volta non ci devono essere
TESTO: Quando presenterete a Bruxelles il Recovery plan italiano? «A inizio 2021, come già indicato. Dunque appena dopo la pubblicazione del regolamento europeo, sempre che non ci siano slittamenti di calendario dovuti al veto di Polonia e Ungheria sul bilancio — risponde il ministro agli Affari europei Enzo Amendola —. In ogni caso un aggiornamento sul piano sarà presentato a fine mese: nasce dal voto di ottobre del Parlamento e si fonda su un dialogo continuo con la task force della Commissione. Nessun ritardo dunque, smettiamola di dare inutili allarmi in modo un po’ isterico. Qualcuno da giorni usa il Recovery come il cavallo di Troia per colpire il governo. Legittimo, ma per noi conta solo seguire il cronoprogramma deciso a Bruxelles e lavorare sodo con il Parlamento e con gli attori rappresentativi della società italiana». Chi è che vuole colpire il governo con l’argomento del Recovery plan? «C’è sempre qualcuno in Italia che pensa di beneficiare dall’instabilità. Ma non certo la maggioranza degli italiani, tantomeno in una fase drammatica come questa». Metriche astruse, calcoli algoritmici e dettagli difficili: è vero che i requisiti indicati da Bruxelles per come va scritto il Recovery plan sono complicati? «È vero che un piano di queste dimensioni presenta delle difficoltà, tanto più in una situazione economica e sociale incerta e con la pandemia in corso. Ma la Commissione ha indicato parametri coerenti con le priorità dell’Unione: green, digitale e coesione sociale. I dettagli sono importanti nella definizione dei singoli progetti e con il ministero dell’Economia lavoriamo per allineare Recovery, fondi europei del bilancio 2021-27 e legge di Bilancio nazionale, con un occhio alla crescita e l’altro alla sostenibilità del debito. Ora però è urgente accelerare gli investimenti pubblici e privati». C’è almeno un progetto che può anticipare? «Industria 4.0 molto rafforzato. Centrale per le imprese che si devono dotare di tecnologia. E corredato di un fondo competenze per la formazione dei lavoratori». La complicazione burocratica è frutto della diffidenza diffusa in Europa verso la nostra capacità di usare i fondi? Marco Buti, un alto funzionario di Bruxelles, su questo ha pubblicato analisi dettagliate. «Non parlerei né di complicazioni, né di diffidenza. Le regole valgono per tutti e l’interesse di tutti sta nello spendere risorse nella stessa direzione. Questo aspetto spesso sfugge, ma è centrale: parliamo di uno sforzo congiunto, non solo perché si è fatto debito comune, ma perché le risorse saranno investite da tutti i Paesi in modo coerente. Spingiamo tutti nella stessa direzione. Il fondo alimentato da bond europei è una novità anche per gli uffici di Bruxelles, che hanno dovuto organizzare una nuova macchina apposta. Ed è una sfida per la nostra amministrazione, abituata da anni a gestire tagli di spesa e meno a programmare investimenti». Gli esempi di progetti fatti da Bruxelles presuppongo riforme che toccano tanti interessi. Come fate a fare il Recovery plan nella segretezza? «Nessuna segretezza. Le linee guida e l’impiego dei fondi sono state votate in parlamento. Per esempio alcune riforme richieste sono, nero su bianco, nelle raccomandazioni della Commissione all’Italia 2019-20. Al primo posto ci sono giustizia e pubblica amministrazione». È una forma di condizionalità? «A me non paiono condizionalità. Mi paiono riforme urgenti». Ma a cosa si deve la scelta della totale riservatezza sui contenuti? «Alla necessità di preservare informazioni che a volte riguardano settori sensibili del Paese e delle sue aziende. Prima di rendere pubblici i risultati del lavoro di questi mesi, è necessario un nuovo passaggio dal Comitato interministeriale Affari europei e un aggiornamento del Parlamento. In seguito, prima della consegna formale a Bruxelles, ci sarà spazio per discutere e modificare il piano. Ascoltando tutti. Ma sulla base di una strategia chiara e ben definita, non di fughe di notizie più o meno infondate». Il commissario Paolo Gentiloni ha chiesto un meccanismo speciale di governance: cabina di regia esecutiva a Palazzo Chigi? «La governance di queste risorse avrà un meccanismo straordinario di attuazione ed esecuzione della spesa. Lo ha annunciato il premier Giuseppe Conte e stiamo lavorando per presentare in Parlamento le norme che definiscano la guida politica e tecnica del piano. Una soluzione mai sperimentata prima, ma necessaria per impiegare le risorse in pochi anni senza gli intralci burocratici o i ritardi del passato». Qualche dettaglio in più? «Quello decisivo: i problemi di esecuzione, frequenti nel nostro Paese, questa volta non ci devono essere». Quanto la preoccupa il veto di Ungheria e Polonia sul bilancio? «Se qualcuno pensava che cedessimo sui valori perché pressati dalla crisi, si sbagliava. Non si costruisce la nuova Europa senza difendere il rispetto dei Trattati. Siamo tutti uniti dall’accordo siglato con il Parlamento europeo e mi auguro che Ungheria e Polonia abbandonino la logica del veto». Ma questo ritardo può fare danni? «Sicuramente sì, al mercato comune e alle economie di ogni paese. A partire da Ungheria e Polonia». La preoccupa il passaggio della ratifica nei parlamenti di Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia? «Le ratifiche prenderanno molte settimane, chiaro. Ma stiamo facendo debiti comuni, dunque avranno anche il valore di un solenne impegno politico e rafforzeranno il senso della nuova Europa a cui tutti stiamo lavorando». Quando arrivano i primi fondi? «Noi seguiamo alla lettera le note di Bruxelles. Ci auguriamo che vengano rispettate le tappe e che i primi fondi arrivino a partire dalla tarda primavera».
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TITOLO: Giuliano Amato: «Le fondazioni? Hanno reso più forte il sistema bancario»
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OCCHIELLO: Il padre della riforma: ma 88 sono tante, in numero ridotto farebbero di più
TESTO: Le fondazioni hanno permesso al sistema bancario italiano di fare la prima traversata verso la stabilizzazione della loro cultura manageriale e dell’azionariato? «Sì, avendo una propensione al lungo termine, hanno aiutato la transizione delle nostre banche in termini che difficilmente altri azionisti avrebbero accettato. In questo senso il disegno di vederle al più presto perdere il ruolo di azionista di riferimento della banca era un prospetto che nella realtà ha avuto correttivi non inutili. Detto questo, è un fatto che oggi le fondazioni abbiano superato la fase del Giano bifronte, sono meno di 10 quelle con più del 50% della banca». Se oggi il sistema bancario italiano è più forte è anche merito della sua riforma? «Direi che è assolutamente più forte, ha acquisito la forza necessaria di esistere. Se abbiamo due banche di dimensioni non provinciali (Unicredit e Intesa Sanpaolo, ndr) lo dobbiamo a quella riforma e quell’articolo 7 scritto da Visentini». Si poteva fare di più? «In realtà lo hanno fatto interrompendo il loro percorso di abbandono della banca che avevano generato. Il metro con cui misurarle è quello che han fatto per il territorio e il Paese. È fuor di dubbio che per assolvere ai corrispondenti modelli stranieri dovevano rompere con l’istituto di credito». Le fondazioni hanno sviluppato la cultura del dono, diventando il fratello maggiore del terzo settore? «Così dovrebbe poter essere. Però aspetterei a giudicare per come si verranno a mettere le cose, stiamo parlando di riforme che abbiamo fatto 3-4 anni fa». Sono o no l’unico esempio di capitalismo paziente? «Sì. Oggi con l’impact investing, le società che fanno benefit e molto altro c’è un’evoluzione, che considero proficua, di una parte di capitalismo in una direzione non più orientata dal sovrano interesse dell’azionista e che non fa perdere il ruolo delle fondazioni». A giudicare Monte dei Paschi e Banca Carige la sua riforma non ha salvato dai rischi di malagestio. «No, questo no. Questa è una riforma legata al rafforzamento strutturale e alle aggregazioni, che però non cambiava le regole di funzionamento. Rispetto a tutto il resto è “colpevole perché non lo ha evitato e innocente perché estranea all’evitarlo”». Sui territori si pensa che si è persa un’attenzione e una presenza delle banche che aiutava lo sviluppo. «Ma sa quello è un nostro eterno problema che riguarda l’organizzazione e i rapporti tra centro e periferia tra grandi società. Il processo di aggregazione ha trasformato la banca locale in un terminale di un istituto che ha un suo cervello altrove e che potrebbe mandare lì qualcuno che non capisce le caratteristiche del territorio. Questo è un fatto accaduto e che imputo ai moduli organizzativi sbagliati di chi ha gestito le grandi banche, tanto è vero che lo ha largamente corretto». Che cosa riformerebbe oggi nelle fondazioni? «Non possiamo avere un’organizzazione per ciascuna entità: 88 fondazioni sono tante, praticamente corrispondenti alle nostro province, diciamo una via di mezzo tra queste e le camere di commercio. Può darsi che, organizzate in numeri un po’ più ridotti, con un ruolo di coordinamento per grandi progetti che può essere esercitato dall’Acri, le fondazioni possano rendere più di quanto non facciano ora. Ci sono disparità, se uno va a guardare le relazioni annuali, che potrebbero essere ridotte lavorando su alcune unificazioni». Ad esempio anche nella governance? «Questo è punto. Io sono stato molto vicino al credito cooperativo che si è riformato, però francamente molte entità che si chiamano Bcc io le avrei viste come agenzie o direzioni non come banche autonome con ciascuna il loro presidente». E lo stesso si può fare per le fondazioni? « (Ride). Questo lo ha detto lei».
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TITOLO: Pil, lavoro, imprese. Così il virus sta demolendo l’economia della Campania
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OCCHIELLO: Presentato ieri l’«aggiornamento congiunturale» 2020 redatto dalla sede di Napoli dell’istituto guidato da Ignazio Visco. Oltre il 70% delle aziende monitorate ha dichiarato un calo di fatturato e ha denunciato di operare in un clima di incertezza
TESTO: Al dato del prodotto fa da contraltare a quello sull’occupazione. Il -3,2% del primo semestre, va approfondito a livello settoriale. E infatti nei servizi peggiora non di poco, con un crollo del -5,4%, che si trasforma addirittura nel -6,9% nel commercio, nella ristorazione, nell’alberghiero. I comparti dell’economia cittadina e regionale maggiormente colpiti dalla pandemia. Non deve illudere nessuno quel -16,7% a giugno del tasso di disoccupazione, perché è solo il frutto dello scoraggiamento della ricerca di un nuovo lavoro. Sul lavoro a tempo indeterminato non si possono fare previsioni, finche dura il blocco dei licenziamenti che, per fortuna, il Governo Conte ha adottato. E finché si può ricorrere alla cassa integrazione, anche nei servizi: nella regione sono state autorizzate 140 milioni di ore, tra gennaio e settembre. Ma la spia sono i nuovi contratti, dove si legge in controluce lo sfacelo: le assunzioni nel privato sono scese del -37,3% rispetto al 2019, in particolare a termine, nei servizi e tra le aziende di medie e grandi dimensioni.
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TITOLO: Il Censis avverte: italiani più poveri, sono in 5 milioni senza pasti regolari
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OCCHIELLO: L’analisi elaborata dall’istituto presieduto da Giuseppe De Rita e da Tendercapital evidenzia i pesanti effetti della pandemia. Rispetto all’inizio dell’emergenza sanitaria ci sono 600 mila persone in più che vivono in condizione di povertà.
TESTO: Un quadro di riferimento a cui il governo cerca di dare risposta con il via libera a un nuovo scostamento di bilancio e il varo di un ulteriore pacchetto di misure in deficit per sostenere le imprese, le famiglie e le categorie più colpite dalla crisi. Il rapporto Censis-Tendercapital su «La sostenibilità al tempo del primato della salute» segnala, del resto, che «23,2 milioni di italiani hanno dovuto fronteggiare delle difficoltà con redditi familiari ridotti». Dall’analisi emerge il peso dell’effetto lockdown sull’occupazione femminile, evidenziando che le donne sono più penalizzate degli uomini, con un calo del tasso di occupazione che nel secondo trimestre è stato doppio rispetto agli uomini, ossia -2,2% a fronte di -1,3%. Dai dati emerge che con l’avvio della pandemia il 52,1% delle donne indica come il lavoro sia diventato più faticoso e più stressante, mentre è il 39,1% degli uomini a lamentare una difficoltà analoga.
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TITOLO: «L’università deve essere gratis. Così possono crescere i talenti digitali»
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OCCHIELLO: In Italia mancano almeno mezzo milione di giovani con competenze tech: facoltà «free» per chi si laurea in materie scientifiche. E più spazio alle donne. La ricetta di Salesforce
TESTO: Università gratis per chi si laurea in materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica): l’Italia ha troppo bisogno di queste competenze e pochi studenti. Vantaggi fiscali per i cervelli che rientrano dall’estero. Più donne occupate nel settore tech. Passa (anche) da qui la transizione all’economia del futuro, che ha bisogno di molti talenti. E non solo: le società devono accelerare il cammino verso il business digitale e nel rapporto con gli end user. Ne è convinto Federico Della Casa (foto), numero uno di Salesforce Italia, la piattaforma cloud che offre soluzioni per gestire la relazione coi clienti. La pandemia ha reso il digitale e la tecnologia driver fondamentali per il futuro di aziende e consumatori. Partiamo da loro: come sono cambiati, come cambieranno? «Per studiare l’evoluzione tra azienda e cliente, Salesforce realizza ogni anno una ricerca che si chiama State of the connected customer, con 12 mila rispondenti al mondo, 650 in Italia. Emerge che i consumatori cercano relazioni, empatia, vicinanza. E una identità di valori etici. Sempre di più, hanno una valutazione olistica del modo con cui vengono serviti. Ovviamente, molti fanno acquisti online, ma l’88% si aspetta che le aziende vadano sempre più verso il digitale». Veniamo proprio alle aziende, vostri interlocutori diretti: quali bisogni vi rappresentano? «Vogliono un confronto ampio, non interessa più sapere che cosa sta facendo il competitor ma capire cosa accade in altri comparti, anche molto diversi. È un momento di grande trasformazione. I clienti ci considerano consiglieri su vari aspetti: come intervenire nei processi di business interrotti con i lockdown. Come accelerare sulla parte digitale. Il Covid è un momento di sprint dentro una maratona». Si spieghi meglio. .. «La trasformazione digitale di una impresa è fatta di tre momenti: rivedere i processi, cambiare la cultura, dotarsi di piattaforme che permettano di agire. Non si fa in pochi giorni, occorre un allineamento organizzativo. I ceo capiscono che la dialettica tra business e information technology deve cambiare. Non esiste più un confine perché tutto è It: il business è diventato digitale». E Salesforce che cosa offre? «Dall’ultima settimana di febbraio, per intenderci dalla zona rossa a Codogno, abbiamo buttato via l’industry play book, il manuale dei nostri commerciali dove diciamo che cosa facciamo, cosa vendiamo. È cambiato tutto. Preminente è diventato l’ascolto delle aziende, per capire le necessità. Una volta trovata insieme l’idea, noi siamo concreti e veloci nel realizzarla. Il cuore di Salesforce è una piattaforma di applicativi con la quale è possibile gestire qualsiasi processo nella relazione con il cliente finale». Qualche esempio concreto? «Durante il lockdown la Coop supermercati si è rivolta a noi per affrontare il problema delle code negli accessi ai punti vendita: abbiamo realizzato CoD@Casa che permette di prenotare un ingresso prioritario ed evitare assembramenti. Per Vorwerk Folletto abbiamo trasformato le dimostrazioni pratiche in demo online, gli ordini dei prodotti vengono siglati con firma elettronica, il pagamento è digitalizzato. E ancora: per Cigierre group, l’azienda dei ristoranti multietnici come Old Wild West abbiamo creato un’applicazione che consente la prenotazione automatica del tavolo». Una ricerca della società di consulenza Idc prevede per l’intero indotto provocato da Salesforce in Italia una crescita importante del giro d’affari, con un fatturato che passa da 2,2 miliardi di dollari quest’anno a 4,9 miliardi nel 2024.«C’è un grande spazio di crescita: Salesforce Italia è la branch che lo scorso anno ha fatto meglio al mondo, nell’anno prima, meglio in Europa. Colmare il gap digitale del Paese è un’opportunità, non solo per noi. La ricerca parla di un ecosistema generato da Salesforce. Per esempio, chi mette in piedi una piattaforma di e-commerce totalmente integrata con il marketing digitale genera un indotto esterno a Salesforce, costituito dalla parte creativa, la raccolta dei dati, la loro gestione. ». Viene fatta anche una stima sulle opportunità di lavoro: 60 mila tra dirette e indirette. Ottima prospettiva ma il Paese è tra gli ultimi in Europa per competenze digitali del capitale umano. Che fare? «Anzitutto, occorre alzare il numero di donne che lavorano in questo settore. A livello europeo, soltanto l’1,4% dell’occupazione femminile è impiegata nel digitale. Ma se non aumenta questa quota, l’intero comparto non crescerà. Ci sono poi alcuni interventi che si possono fare per aumentare il numero di laureati Stem». Ha in mente qualche esempio? «Oggi il gap di talenti mancanti arriva a mezzo milione. Siccome queste persone sono talmente importanti per il futuro del Paese e le sue industrie, chi si laurea in materie come ingegneria, matematica, statistica, chimica, farmacia, non deve pagare l’università. Nulla. Bisogna spingere sulle borse di studio. Non è un problema di soldi: sono convinto che misure di questo tipo in buona parte possano essere finanziate dalle imprese stesse. Poi, dobbiamo pensare a fare rientrare i giovani cervelli andati all’estero a lavorare. Ne abbiamo bisogno qui. Il messaggio deve essere: se torni in Italia, potrai godere per un certo numero di anni degli sgravi fiscali. È una detassazione già prevista dalla legge: basta renderla ancora più incentivante». Alla Borsa di New York il titolo di Salesforce viaggia ai valori massimi di sempre. Come spiega questo successo? «Siamo visti un po’ come i vaccini per l’industria (sorride). Qual è quello contro il Covid? La digitalizzazione. Quindi, basta cercare i dieci o quindici player mondiali: Salesforce è uno dei protagonisti».
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TITOLO: Dopo le imprese, anche la Fit Cisl: «Spirito non va riconfermato»
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OCCHIELLO: Sindacato in campo, ma oggi arriverà una nota dei confederali di segno opposto Il presidente dell’Autorità si difende e a suo sostegno una petizione di oltre 100 firme
TESTO: La corsa alla presidenza vede in lizza, oltre a Spirito, anche altri quotati manager; questo giornale ha cominciato a seguire le vicende del cambio di guardia con il via libera al nome di Spirito da parte del Propeller Club (sezione partenopea), associazione che raggruppa importanti imprenditori e professionisti — a livello nazionale e locale — impegnati dallo shipping alla logistica. Il consiglio direttivo ha dichiarato: «Auspichiamo all’unanimità il rinnovo, per un secondo mandato, del presidente uscente nel segno della continuità e per portare a termine quanto iniziato in questi quattro anni». Nemmeno 24 ore dopo arriva in redazione la lettera inviata al ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli e al governatore Vincenzo De Luca da 26 concessionari demaniali attivi nello scalo partenopeo nel ramo commerciale e in quello industriale. Lettera per nulla tenera nei confronti dell’attuale presidenza. I 26 chiedono al ministro un cambio al vertice e anche un cambio di marcia. A dare loro manforte esce allo scoperto la Fit Cisl Campania, per bocca del segretario generale Alfonso Langella. «Siamo — riflette — passati dal porto delle nebbie al porto delle sabbie mobili: altro che Mare del Tirreno centrale. Uno degli obiettivi che doveva porsi questa Autorità, come previsto dalla legge di riforma Delrio, era fare sistema tra i porti di Napoli e Salerno. Invece ogni porto si autogestisce a suo piacimento e poca pubblicità si è fatta per rendere appetibile il prodotto “Porti della Campania”. La conseguenza? Ogni impresa, in mancanza di una governance forte e autorevole, è andata in giro per il mondo ad intercettare nuove fette di mercato oppure sono stati deviati traffici da un porto all’altro creando una paradossale concorrenza nello stesso ambito regionale».
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