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LE NOTIZIE DAL GIORNO Friday 30 April 2021 AL GIORNO Friday 07 May 2021 SU: economia




TITOLO: Sud, il flop del fondo di coesione: speso appena il 5% delle risorse
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OCCHIELLO: Ecco a cosa si riferivano Draghi e Carfagna. Il dato in un documento che sarà allegato al Def e che il «Corriere» ha visionato in anteprima
TESTO: «Il Sud non è stato discriminato. Si potrà far meglio, certo, ma il punto è che le risorse saranno sempre poche se uno non le usa. C’è una storica inerzia che bisogna superare, soprattutto nella fase di progettazione. Il governo ha previsto la costituzione di gruppi di lavoro che possono essere di aiuto in questa fase se graditi». A queste parole del premier Mario Draghi, pronunziate martedì in Senato, in sede di replica nella discussione sul Recovery, ha fatto seguito una (immediata) nota del governatore della Campania, Vincenzo De Luca: «Ho tirato un sospiro di sollievo quando il presidente del Consiglio ha terminato questa parte del suo intervento. Se fosse andato avanti per qualche altro minuto, avremmo appreso che il Sud deve restituire qualche centinaio di miliardi al resto del Paese. Nessun riferimento al divario di spesa storica. E anche la colpa di non saper progettare e spendere. Nessuna analisi differenziata fra i diversi territori e istituzioni nel Sud, dove si ritrovano certamente aree di clamorosa inefficienza (e tollerate colpevolmente per anni dai governi centrali) ma anche realtà e classi dirigenti impegnate, in condizioni di pesante disparità, nella sfida dell’efficienza, dello sviluppo, della legalità e della sburocratizza-zione. E quanto ai consulenti offerti generosamente, vista l’esperienza fatta, dovremmo considerarla una chiara minaccia». Lo stesso Vincenzo De Luca, nei giorni precedenti — sulla falsariga di quello che aveva dichiarato il figlio Piero, vicepresidente dei deputati del Partito democratico — diceva: «Per quanto riguarda il Piano nazionale di resistenza e resilienza il Mezzogiorno è stato penalizzato. È stato comunicato che al Sud sono destinati 80 miliardi di euro su 220 e dunque il 40% delle risorse. Mi permetto di dissentire: noi siamo rimasti al 34%, altro che 40. Hanno alcuni miliardi di euro già destinati al Meridione, dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, e ci hanno raccontato che li anticipiamo in attesa che arrivi il Pnrr. Qui, quando i soldi vengono presi, non mi è mai capitato di vederli poi restituiti. ..». Un duro atto d’accusa all’impianto sudista del Recovery, sul quale invece si era spesa dapprima la ministra per il Mezzogiorno Mara Carfagna, che aveva annunciato risorse pari al 40% e un capitolo ad hoc per il Mezzogiorno, e poi (a evidente sostegno) direttamente l’inquilino di Palazzo Chigi.
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TITOLO: Mozzarella Dop, comitato scientifico con Lorito, Nicolais e Mucchetti
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OCCHIELLO: Le nomine ad opera del Cda del Consorzio di tutela. Il rettore della Federico II entra come presidente dell’organismo, affiancato dall’ex ministro e dal docente universitario
TESTO: «Riteniamo centrale l’interconnessione, in un confronto costante, tra accademia, Consorzio e aziende: ricerca, sviluppo e formazione vanno implementati su tutti gli anelli della filiera, è questa l’impostazione di lavoro che ci siamo dati», spiega Marco Nobis, consigliere di amministrazione del Consorzio di Tutela. «Sono lieto e onorato di ricevere l’incarico di presidente del Comitato Scientifico del Consorzio, compito che affronterò con entusiasmo, con l’obiettivo di incentivare una forte sinergia con il mondo accademico che rappresento. La mozzarella di bufala campana è un grande motore economico della regione ed è decisivo preparare giovani in grado far sviluppare il comparto. Porteremo avanti un approccio multidisciplinare, coinvolgendo i vari dipartimenti, da economia ad agraria e ingegneria», dichiara il rettore Lorito. «Ringrazio il presidente Raimondo e il Consorzio per la stima nei miei confronti e sono felice di poter dare il mio contributo a una filiera importante, con cui già stiamo portando avanti progetti legati ai temi della sostenibilità. Così scienza e uso della scienza si mettono insieme ed è fondamentale che vadano a braccetto», sottolinea il professor Nicolais. «Proseguo con piacere nel mio impegno di studio e ricerca nel comparto della bufala campana. Il lavoro di squadra con il Consorzio e gli altri colleghi consentirà di affrontare al meglio le tematiche di attualità di una delle principali filiere del Made in Italy», afferma il professor Mucchetti.
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TITOLO: Whirlpool non cambia idea:«A Napoli si chiude». I sindacati: Primo Maggio a via Argine
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OCCHIELLO: Ennesimo tavolo della vertenza. L’assessore regionale Marchiello: perché l’azienda ha questa linea solo qui? Todde: il governo troverà una soluzione
TESTO: Nel corso del vertice di ieri, l’assessore alle attività produttive della Regione Campania, Antonio Marchiello, ha chiesto il perché di questa linea che vale solo ed esclusivamente nei riguardi dello stabilimento di Napoli. Domanda che per ora non ha risposte. Fatto sta che dopo 23 mesi di vertenza le posizioni delle parti sembrano ormai cristallizzate: Whirlpool non fa dietrofront, i sindacati vogliono che continui a produrre lavatrici a Napoli e il governo promette un piano alternativo di sviluppo che finora nessuno ha ancora visto. Anche se la viceministra Alessandra Todde (foto) pare che da mesi stia lavorando ad un progetto più che concreto per lo sviluppo della fabbrica napoletana. E lo ha ribadito lei stessa ieri. «Fare un tavolo con l’azienda presente è una scelta importante. Non mi sono mai sottratta al confronto e confermo che stiamo lavorando a soluzioni fattibili e non a un libro di sogni». È «nostro dovere — ha proseguito — trovare una soluzione per i lavoratori e per Napoli, con un progetto di respiro che sia strutturato, solido e concreto». I sindacati, però, non ci stanno e le segreterie nazionali di Fim-Fiom-Uilm — che si riuniranno in coordinamento nazionale martedì 4 maggio per decidere le iniziative di lotta a sostegno della vertenza — chiedono «l’intervento del presidente del Consiglio Mario Draghi, che deve richiamare la proprietà americana alle sue responsabilità, impedendo alla multinazionale di smantellare gli stabilimenti italiani». Analoga richiesta fu fatta mesi fa al premier Conte, senza però sortire alcun effetto.
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TITOLO: Ci siamo persi la classe dirigente (e la colpa è solo nostra)
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OCCHIELLO: Il «Piano Vanoni», il «Rapporto Saraceno», il «Piano Giolitti» e il «Rapporto Ruffolo»: dall’esperienza del fondatore del Censis l’analisi del lavoro svolto da alcune figure - a metà tra la tecnica e la politica - nei momenti cruciali della storia repubblicana. E oggi quale elaborazione per la ripartenza post Covid?
TESTO: Se ripercorriamo il percorso dell’attuale nostro Erp, troviamo l’effetto della debolezza del lavoro di mediazione tecnico-politica che invece aveva sostenuto l’Erp degli anni ’50; e paradossalmente avvertiamo un’assoluta assenza della politica. Sulla urgenza di consegnare presto a Bruxelles il nostro Piano, singoli dipartimenti dei ministeri sono stati impegnati a scrivere un’ipotesi di intervento; l’insieme di quelle ipotesi, senza alcuna sintesi intermedia, è stata trasferita a Palazzo Chigi; da qui il voluminoso incartamento, magari tramite una società a partecipazione statale, è finito sui tavoli delle società di consulenza; e queste hanno rimesso in bella quel che avevano ricevuto; dopo di che il tutto è stato restituito ai primi estensori del testo, affinché scrivano un programma più stringato e operativo. Un andare e venire, probabilmente con poco valore aggiunto, nella speranza che alla fine della ronda ci siano al vertice teste pensanti capaci di fare una sintesi di alto potere contrattuale presso l’Unione europea. Il che però non copre il vuoto del tessuto intermedio di elaborazione che sta sotto il via vai dei documenti di lavoro, né il vuoto di adeguate formule di attuazione e rendicontazione degli interventi. La riflessione che precede potrà apparire a molti un getto di autobiografica nostalgia per un mondo ormai scomparso e di cui pochi sono i sopravvissuti. Ma lo si prenda anche come uno stimolo a rivedere una situazione chiaramente di inerzia culturale, oltre che di povertà programmatica. E quindi, in positivo, come un invito a reagire. La prima strada da seguire per una non rinviabile reazione è quella di rinsanguare il dibattito politico sul significato profondo dell’attuale Piano di Recovery. Non è un puro rinvio di sigle ricordare che l’attuale Erp ha la stessa sigla di quell’Erp che fra il ’45 e il ’55 andò sotto tanti nomi e tanti padri (il punto IV di Truman, il Piano Marshall, la Banca Mondiale del presidente Edge) e rappresentò una pietra angolare della nostra ricostruzione post-bellica, ma anche una esplicita pietra di scandalo politico. Tutti i leader politici di allora (De Gasperi, Nenni, Togliatti, per primi) si sentirono impegnati a capire, decifrare, accettare o negare quello che c’era dietro quel programma di aiuti; e anche i politici di caratura tecnica si gettarono nella mischia, da Rodolfo Morandi e Ugo La Malfa ad Amendola, fino ai molto settoriali Vanoni e Antonio Segni, tutti impegnati ad avviare ogni momento della pianificazione economica del dopoguerra. Erano evidenti le linee di contrasto politico di allora (la scelta occidentale, la scelta neocapitalistica, la scelta di un pesante intervento dello Stato, la liberalizzazione degli scambi commerciali, ecc. ), ma il dibattito sull’Erp di allora fu accompagnato da un forte calore politico. Non c’è chi non veda l’abissale differenza con la situazione attuale. Sull’Erp di oggi ci si dilunga su mirabolanti obiettivi innovativi (la digitalizzazione e la transizione ecologica) o ci si perde su questioni di bottega (quanti soldi sui singoli settori e come spenderli); ma nei verbali parlamentari e nei quotidiani non c’è una sola riga in cui si possa registrare un dibattito sulla dimensione politica degli obiettivi del piano. Sull’argomento è caduto un governo e ne è nato un altro, ma nell’assoluto silenzio della classe politica e dell’opinione qualificata. Per cui i documenti di pianificazione in corso d’opera rischiano di contenere elenchi di improbabili progetti di innovazione o banali agglomerati di intenzioni e di proposte, scritti da dirigenti ministeriali e da società di consulenza, in una dinamica di rimpallo e di eco destinata, a ogni passaggio, alla inevitabile perdita di vigore.
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TITOLO: Calano ricoveri e contagi, giallo vicino Negozi aperti nel Primo maggio
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OCCHIELLO: Lopalco: «I numeri indicano il cambio di fascia, ma aspettiamo il ministero». La Regione decide di non ascoltare l’appello dei sindacati e lascia aperti gli esercizi commerciali: «Quest’anno è diverso»
TESTO: Anche i calcoli della fondazione Gimbe lo confermano: i contagi sono in calo. Nella settimana tra il 21 e il 27 aprile, le nuove infezioni sono diminuite del 7,8% rispetto ai sette giorni precedenti. Il dato della settimana scorsa dava un decremento del 7,2%. Inoltre i casi attualmente positivi ogni 100 mila residenti sono passati da 1.260 a 1.231. Ancora sopra la soglia di rischio i letti occupati da malati di Covid in ospedale: in area medica sono al 46% (il limite è a 40) e in terapia intensiva a 39% (soglia a 30). Ma pure questi dati sono in miglioramento rispetto ai giorni scorsi. Non c’è tuttavia da farsi prendere dall’entusiasmo. Basti dire che il bollettino di ieri riferiva di 30 decessi e di 1.501 nuovi contagi su 12.290 tamponi (tasso di positività al 12,2%). Stiamo migliorando ma lentamente.
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TITOLO: Puglia, lidi aperti dal 15 maggio Pronta l’ordinanza della Regione «Qui le vacanze saranno sicure»
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OCCHIELLO: L’assessore al Demanio, Raffaele Piemontese, incontra le associazioni dei gestori, i rappresentanti dei sindaci e le associazioni dei diversamente abili
TESTO: L’ordinanza tanto attesa è già pronta sul tavolo per essere firmata. La decisione è maturata all’interno di un incontro tra il vicepresidente della Regione Raffaele Piemontese, il presidente dell’Anci Puglia Domenico Vitto e i rappresentanti di associazioni e organizzazioni di categoria. «Siamo alla seconda estate limitata dalle esigenze di tutelare la salute ma protesa a sprigionare le energie vitali di un settore, quello del turismo balneare, che è una delle principali voci dell’economia pugliese», ha detto il vicepresidente della Regione, Raffaele Piemontese, annunciando inoltre lo stanziamento contributi sino a 20mila euro ai comuni costieri per garantire una estate «ispirata ai valori della qualità ambientale e dell’accessibilità».
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TITOLO: «Primo Maggio di diritti, solo così si potrà rinascere e guardare al futuro»
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OCCHIELLO: La Confil (Confederazione Italiana Lavoratori): «La fine della pandemia segni l’inizio di un mondo più giusto e sostenibile, una nuova Europa meno finanziaria e più solidale»
TESTO: «La Festa dei Lavoratori non è un semplice ricordo storico, una sfilata di bandiere ora impedita dalla pandemia, una sterile e datata liturgia sindacale ma il rimettere al centro della vita di ogni stato democratico ed economicamente avanzato il ruolo principale e necessario del lavoro e dei lavoratori, un mondo vero fatto di uomini e donne, di sviluppo e crescita, di sogni e innovazione. Uomini e donne a cui bisogna ridare certezze e sicurezza, aumento dei salari e nuovi diritti, dopo il tanto cedere sul piano economico e sociale con la complicità di chi a parole doveva tutelarli e difendere! Difendiamo il lavoro e i lavoratori, diamo loro una nuova storia di rappresentanza e di progresso. La fine della pandemia segni l’inizio di un mondo più giusto e sostenibile, una nuova Europa meno finanziaria e più solidale, ci attende la sfida della transizione ecologica sperando che questo 1° Maggio sia la fine della lunga transizione del mondo del lavoro».
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TITOLO: Puglia, uno su tre è a rischio povertà Il Primo Maggio tra dolore e speranza
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OCCHIELLO: Per l’Istat l’occupazione maschile è al 64,8%, quella femminile al 35%. I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Puglia: «Più investimenti con il Recovery Plan»
TESTO: «L’emergenza sanitaria - afferma Giuseppe Gesmundo, segretario generale della Cgil Puglia - ha messo in evidenza un fenomeno che già era in atto. In Puglia esistono evidenti fragilità sociali ed economiche e il report ci dice che sono state inevitabilmente aggravate. C’è un problema di occupazione, di sviluppo e anche di sanità che va riequilibrata. Bisogna creare le condizioni affinché le donne partecipino in maniera più incisiva alla vita economico-sociale». Lo studio, infatti, spiega che in Puglia l’occupazione maschile è al 64,8% (a fronte di una media nazionale del 72%), mentre quella femminile è al 35,5%. Il risultato? La Puglia è maglia nera della classifica sul gap di genere. Le donne, riporta ancora il dossier, subiscono altre penalizzazioni legate al ruolo svolto nelle famiglie. La percentuale delle lavoratrici con figli in età prescolare è più bassa di quella delle donne senza figli. Per le donne il part time involontario è al 23%, per gli uomini è all’8%.
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TITOLO: Cingolani: «Servono tempi certi per il Recovery Plan o falliremo la transizione verde»
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OCCHIELLO: Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani: «La sostenibilità è sempre un compromesso, non si fa con la decrescita. Tutti accettino uno sforzo»
TESTO: Roberto Cingolani, fisico, 59 anni, ha appena finito un incontro (digitale) del G20 dei ministri dell’Ambiente. Ministro della Transizione ecologica, a capo di una nuova struttura con più dipartimenti, personale competente e nuovi poteri. Cingolani sta scrivendo il piano del nuovo ministero, che dovrebbe andare ben oltre il suo mandato. Intanto per l’Italia presiede gli incontri sul clima delle prime venti economie del pianeta e co-presiederà con il collega di Londra Alok Sharma la Cop26 di novembre a Glasgow, sugli impegni di riduzione delle emissioni da parte di decine di Paesi. Ministro, come si presenta il negoziato? «C’è grande consapevolezza delle sfide che ci aspettano. Dove dobbiamo andare, lo sappiamo tutti: va ridotta la CO2, perché crea una coltre che fa sì che la Terra, in sostanza, si comporti come un’auto al sole che si surriscalda. Bisogna evitare che la temperatura media aumenti di più di 1,5 o 2 gradi entro fine secolo. E questo non risolve il problema, lo mitiga. Se ci va bene, blocchiamo la situazione com’è adesso. In Europa e in Italia ci siamo impegnati ad abbattere le emissioni entro il 2025, ridurle entro il 2030 del 55% sui livelli del 1990, per arrivare alla completa decarbonizzazione nel 2050». L’Europa rappresenta poco più del 9% delle emissioni globali. Basterà? «Stiamo facendo un enorme sforzo di cambiamento tecnologico, produttivo, sociale. E supponiamo di essere virtuosi, quindi di essere del tutto decarbonizzati tra 30 anni. Basta che le grandi economie emergenti abbiano una piccola deviazione dalla loro traiettoria e il nostro 9% si vanifica. Se lo mangiano in poco tempo». La Cina e gli altri Paesi emergenti diranno: “Voi emettete CO2 nell’atmosfera da due secoli, noi da quarant’anni. Ora tocca a noi”. «È comprensibile, tuttavia la decarbonizzazione è uno sforzo collettivo a cui non tutti partecipano con la stessa intensità. Dobbiamo arrivare a un obiettivo condiviso, ma da punti di partenza oggi diversi. Per l’Italia e per l’Europa la transizione è un po’ meno difficile, perché partiamo da una buona base. Ma alternative non ce ne sono, per nessuno». Ministro, l’Italia si è impegnata a passare 428 milioni di tonnellate di CO2 all’anno a zero entro il 2050. Giappone, Cina, Corea del Sud, Stati Uniti hanno preso impegni meno stringenti. Non sarà a costo zero per noi… «No, il costo è elevatissimo». Il mondo produttivo teme di dover correre nei mercati globali con una palla al piede. Sbagliato? «Non abbiamo alternative: nessuno nel mondo ne ha. Non ci possiamo più permettere un ulteriore degrado. Se la temperatura media aumenta di un grado e mezzo nel mondo, ai poli sale di 4 o 5 gradi e scioglie i ghiacci là dove si trova quasi il 70% dell’acqua dolce. I mari salgono di livello e si acidificano, creando un impatto sulla biodiversità. Ci sono già il 6% di specie aliene nel mare, che rappresenta una sorgente primaria di cibo per oltre tre miliardi di persone. Quando il mare riscaldandosi cambia i cicli dell’umidità e della pioggia, dunque gli assetti dell’agricoltura. In più il riscaldamento globale sta sciogliendo il permafrost dei poli, dove sono intrappolati batteri che sono lì da tempo indefinito e magari non conosciamo. Per non parlare del dissesto idrogeologico e degli eventi climatici estremi: in base ai dati dell’Onu, in dieci anni hanno causato 400 mila morti e danni per almeno 1.200 miliardi di dollari». Ma i cinesi e gli altri governi asiatici accettano di fare la loro parte? «La Cina sta sviluppando il trasporto a batteria elettrica e ha cominciato a fare promesse interessanti, con l’obiettivo di emissioni nette a zero nel 2060. Ma altri Paesi dell’Asia orientale e del Sudamerica reclamano il loro diritto di crescere e intanto sono diventati collettori di rifiuti dei Paesi ricchi. Oggi i fiumi asiatici sono grandi pipeline di plastica che finisce in mare, dove si degrada in inquinamento organico microscopico. La quantità di plastica nei mari tra poco uguaglierà la massa di pesce, che poi noi mangiamo. Inoltre l’uso di antibiotici e anticrittogamici nell’agroalimentare, necessario a un pianeta sovrappopolato, può generare batteri resistenti. E l’esplosione delle megalopoli rende più probabili i passaggi dei virus fra specie diverse. Tutto questo può provocare crisi sanitarie più frequenti. Eppure tanti Paesi in via di sviluppo non hanno una politica ambientale, quindi è nostro dovere aiutarli in quella direzione». Anche con forti trasferimenti finanziari? «Anche. Lo abbiamo già promesso, dovremo farlo. Dal G20 e dal vertice del Cop26 a novembre non mi aspetto svolte radicali, non sarebbe realistico. Ma ci sarà un lento avvicinamento, va creata una cultura mondiale condivisa». Lei deve stilare un piano che andrà nel decreto di costituzione del ministero della Transizione ecologica. Cosa ci metterà? «I nostri obiettivi sulle emissioni comportano una trasformazione anche sociale. Ovviamente sono possibili aggiustamenti, perché un altro evento inatteso come Covid potrebbe cambiare le condizioni. Ma con il Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr, il progetto per il Recovery, ndr) abbiamo cinque anni per partire lanciati in questa corsa di fondo che durerà trent’anni e sappiamo cosa vogliamo: nuove infrastrutture, mobilità elettrica, protezione del territorio, acqua, natura, mari. Prendiamo l’idrogeno. Vogliamo una società in cui i mezzi di trasporto, le acciaierie o le cartiere usino idrogeno verde, prodotto con energia completamente rinnovabile». Già, ma come ci arriviamo? «Dobbiamo aver installato entro il 2030 settanta Gigawatt di potenza per la produzione di rinnovabili, oltre ad aver preparato le auto, le stazioni di rifornimento, i forni delle acciaierie». Quanti Gigawatt stiamo installando all’anno, per il momento? «L’obiettivo è di 6, ma finora ne abbiamo installati 0,8 all’anno. Di questo passo ci mettiamo novant’anni, non nove». Dunque come intendete intervenire? «Stiamo costruendo una legge di accelerazione, più che semplificazione, del Pnrr. Senza quella, non c’è niente. Ma il ministero della Transizione ecologica dovrà anche dotarsi di una componente tecnica capace e di una internazionale che durino oltre il mio mandato, per seguire lo sviluppo dei progetti. E quando il governo ogni anno farà la legge di bilancio, il ministero dovrà poter bollinare in maniera vincolante la sostenibilità ambientale di ogni misura. In futuro ci verrà richiesto, se dobbiamo convincere i mercati a investire nel nostro debito. Ma ora la cosa più urgente è cambiare le procedure autorizzative». Sta pensando al modello ponte di Genova? «Ha funzionato, quindi va analizzato con attenzione. Capisco chi dice che quella era una procedura d’emergenza e non si può gestire così un piano di cinque anni come il Recovery. La Commissione europea ci dà tempi certi, con il rischio di perdere i soldi se non li spendiamo. Ed è a partire da lì che possiamo pensare a un nuovo sistema stabile, competitivo, che duri anche dopo i cinque anni del Pnrr. Se poi non dovessimo riuscire, allora possiamo passare a piani di emergenza sul modello Genova». Sta pensando a procedure con tempi certi di autorizzazione? «Sì, vanno dati tempi precisi. E a un certo punto si può iniziare a calcolare il costo dei ritardi, se tutto si blocca, perché la perdita di tempo rappresenta un danno all’erario esattamente come lo è fare male un’opera. È troppo comodo bloccare una procedura per mille o duemila giorni, pur di non rischiare. Così si paralizza tutto. Se qualcuno crede che i ritardi non siano un costo, perdiamo decine di miliardi. Questo è danno erariale, o no? ». Poi però i comuni e le regioni non vogliono le reti o i parchi eolici nei loro territori. ..«Ci vuole molta consapevolezza. Tutti gridano al cambio climatico e vogliono che siano prese misure al più presto, ma non molti si mettono in gioco e rinunciano a qualcosa. Poiché dobbiamo installare rinnovabili a questa intensità, per forza è inevitabile che ci sia un po’ di impatto sul sistema e sul paesaggio. Si cercherà di fare al meglio, ma se non lo facciamo potrebbe non esserci più un paesaggio da tutelare. Non ci sono soluzioni facili: va curata la generazione di energia, va curata la rete elettrica. Tutti devono capire che la sostenibilità ha dei costi, che non sono solo economici. Alcune strutture magari non saranno bellissime. Ma se si rifiutano la cattura delle emissioni, l’idrogeno grigio da metano perché produce troppa CO2, il nucleare perché è pericoloso, allora alla fine un’altra riposta va trovata». Dunque niente soluzioni verdi a costo zero? «Esatto. Anche perché credo che nessuno sia così folle da pensare che la risposta sia la decrescita. Non si può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto dev’essere verde, tantomeno dopo questi anni drammatici. La sostenibilità è sempre un compromesso, non può essere un valore assoluto. Dunque deve mediare fra istanze diverse. È illusorio pensare che esista un’unica soluzione automatica». In Francia la si cerca tramite reattori nucleari da 340 Megawatt piccoli come container, che l’Unione europea sta valutando di rendere ammissibili fra i progetti verdi. «Questa decisione potrebbe cambiare le strategie di molti Paesi. Se cambierà la definizione stessa di energia rinnovabile, lo scenario competitivo fra economie europee cambia completamente. Valuteremo il da farsi, se questo succederà davvero».
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TITOLO: Vaccino in azienda in Toscana, così si rischia il flop: tante le incognite, sarà una corsa a ostacoli
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OCCHIELLO: Cinquecento imprese hanno già dato la loro disponibilità a Confindustria ma tra rinunce dei medici e protocolli mancanti sarà una corsa a ostacoli. Di cui ancora non ci sono neppure i blocchi di partenza
TESTO: Le imprese che intendono avventurarsi nel percorso verso la vaccinazione preparare un vero e proprio piano interno, un documento che il medico aziendale deve presentare all’Asl di riferimento. E già qui ci sono non pochi problemi: secondo quanto riferito da Confindustria Toscana, alcuni medici aziendali si sono già dichiarati indisponibili a condurre le operazioni di vaccinazione. Niente medico, niente piano vaccinale. E in quel caso salterebbe anche la possibilità di affidarsi a un istituto privato, come pure il protocollo nazionale prevede. Per coloro che hanno un medico disponibile a guidare la vaccinazione il conto (burocratico) si presenta nell’organizzazione del piano. Dopo aver comunicato ufficialmente ai dipendenti che esiste questa possibilità, gli imprenditori devono garantire la presenza di un numero adeguato di operatori del personale sanitario per le varie fasi della vaccinazione (anamnesi preventiva, somministrazione, permanenza post-vaccinazione, registrazione dei vaccini sul portale regionale). Poi vanno garantite la presenza uno spazio idoneo alla somministrazione che sia «facilmente accessibile», la presenza delle attrezzature e dei farmaci necessari allo svolgimento in sicurezza delle attività, di aree per la permanenza post-vaccinazione con la supervisione di personale sanitario. Confindustria conferma sul proprio sito che ci vorrà almeno un mese per dirimere queste questioni organizzative e che l’associazione si sta «muovendo per raccogliere la disponibilità delle strutture sanitarie private ad offrire in convenzione il servizio», così come chiarisce di «aver avviato l’interlocuzione con Inail per capire le modalità di costituzione dei centri vaccinali di loro competenza».
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TITOLO: L’Unione europea sospende l’accordo sugli investimenti con la Cina
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OCCHIELLO: Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis: «Nella situazione attuale, con sanzioni Ue contro la Cina e viceversa, l’ambiente non è favorevole alla ratifica»Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis: «Nella situazione attuale, con sanzioni Ue contro la Cina e viceversa, l’ambiente non è favorevole alla ratifica»
TESTO: Dopo l’autorizzazione da parte dell’Efsa, l’ente per la sicurezza alimentare, arriva anche l’accordo tra gli Stati membri per la vendita nel mercato europeo delle larve di tarme della farina essiccate. La Commissione europea adotterà il regolamento nelle prossime settimane. Le larve di tarma della farina (Tenebrio molitor, un coleottero) essiccate hanno ricevuto il via libera da parte degli Stati membri per entrare nel mercato europeo come ‘novel food’, i nuovi alimenti che richiedono una verifica di sicurezza da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Si tratta del primo insetto a entrare ufficialmente nel mercato alimentare e potrà essere consumato intero, oppure come ingrediente. Ci sono altre 11 richieste in attesa di approvazione da parte dell’Efsa per quanto riguarda insetti come alimento umano. Gli insetti sono già consumati da un numero significativo di persone in tutto il mondo, ma non vi è mai stata traccia di una loro presenza importante sulle tavole degli europei prima del 1997, quando è entrata in vigore la prima normativa sui nuovi alimenti. Da allora, ogni nuova fonte di cibo deve essere sottoposta alla verifica dei possibili rischi alla salute per essere autorizzata a entrare nel mercato europeo. Successivamente, gli Stati membri votano la richiesta di autorizzazione inoltrata da un produttore per permettere la commercializzazione del prodotto, che viene definitivamente sancita in una legge emessa dalla Commissione. “L’uso degli insetti come cibo e fonte alternativa di proteine è diffuso e regolare in altre parti del mondo”, ricorda la Commissione in un comunicato. L’Efsa ha ritenuto sicuro il consumo delle tarme della farina essiccate, ricordando anche che potrebbero provocare reazioni allergiche nelle persone che hanno problemi con i crostacei e gli acari, oltre che con il glutine.
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TITOLO: Recovery plan, migliorare la governance
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OCCHIELLO: Il nuovo Recovery plan partorito dal governo Draghi è meglio di quello lasciato da Conte. Ma restano alcuni nodi da chiarire
TESTO: Molto significativo è poi il forte aumento di risorse sull’istruzione per potenziare edilizia e dotazione di strumenti didattici dei nostri istituti, asili nido e scuole dell’infanzia, recupero dell’abbandono scolastico e lotta alla povertà educativa, qualità delle nostre università. E penso, infine, all’incremento della dotazione per gli interventi di rigenerazione urbana e di housing sociale. Altre voci sono rimaste sostanzialmente invariate ma la loro articolazione interna in linee di intervento mostra una migliore definizione delle azioni da attuare. È questa in generale la seconda novità positiva del nuovo Pnrr, che andrà però vagliata a fondo quando saranno disponibili le schede che forniscono il dettaglio di ogni singola linea di azione. Saranno poi sempre le schede a permettere di valutare nel merito quali interventi avranno un impatto più diretto sul Mezzogiorno, traducendo in realtà l’impegno dichiarato a destinarvi il 40% della Rrf. Le premesse sembrano esserci: la riallocazione delle risorse che ho sintetizzato sopra va in direzioni che sono fondamentali per il futuro dell’economia e della società meridionali e che valorizzano potenzialità presenti nel nostro Sud. Reti energetiche per dare sbocco alle energie rinnovabili prodotte nel Mezzogiorno, sperimentazione dell’idrogeno, impatto degli investimenti nella mobilità sostenibile sulla filiera dell’automotive meridionale, reti di telecomunicazione per la connettività di tutto il territorio nazionale, piano asili nido e scuole dell’infanzia, rigenerazione urbana e housing sociale, solo per fare alcuni esempi. Continuano peraltro a essere assenti anche nel nuovo Pnrr alcune linee di azione importanti, come il rifinanziamento del credito d’imposta per gli investimenti al Sud e uno stanziamento più consistente per gli impianti di chiusura del ciclo rifiuti. Su questi e su altri temi – come reti idriche e depurazione, logistica e portualità, manutenzione delle infrastrutture esistenti - sarà ora necessario lavorare per integrare le risorse di Next generation Eu con altre risorse nazionali e comunitarie.
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TITOLO: Ex Ilva, per il ministro Giorgetti la situazione è complicata: «ma sono ottimista»
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OCCHIELLO: Il ministro dello Sviluppo economico rassicura: «In tempi brevi presenteremo puzzle coerente sul sistema acciaio, prendendo in considerazione i problemi di Taranto, Piombino e Terni»
TESTO: Su Taranto e Piombino, «il governo ha un progetto che si avvarrà sia delle risorse del Pnrr sia delle capacita tecnologiche offerte dai cosiddetti campioni nazionali che abbiamo. Sono molto ottimista, al netto della situazione decisamente complicata, basti pensare all’aspetto giudiziario». Lo afferma il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ricordando la decisione del Consiglio di Stato sullo stop dell’area a caldo dell’acciaieria. «Noi abbiamo un mondo produttivo legato all’acciaio privato che funziona benissimo - ricorda - che è eccellenza, non faccio nomi. Abbiamo dei problemi grandi in particolare a Taranto e a Piombino, limitatamente a Terni». Secondo Giorgetti, il sistema dell’acciaio ad uso dell’industria italiana, è «parte di un puzzle che deve essere coerente. Stiamo ascoltando tutti e in tempi relativamente brevi, saremo in grado di presentare un puzzle coerente. Abbiamo tante debolezze ma anche capacità, lo Stato deve fare la sua parte».
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