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LE NOTIZIE DAL GIORNO Tuesday 11 June 2019 AL GIORNO Tuesday 18 June 2019 SU: esteri




TITOLO: Pakistan, arrestato per riciclaggio l'ex presidente Asif Ali Zardari
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OCCHIELLO: Vedovo della defunta premier Benazir Bhutto. Proteste da parte dei sostenitori del suo partito
TESTO: L'ex presidente pachistano Asif Ali Zardari, 63 anni, copresidente del Partito del popolo pachistano, è stato arrestato oggi a Islamabad con l'accusa di riciclaggio di denaro. Per protesta, stando a quanto riportato da Associated Press, i suoi sostenitori hanno bloccato le strade e si sono scontrati con la polizia, mentre i vertici del Partito del popolo pachistano hanno esortato alla calma. Zardari, vedovo della defunta premier Benazir Bhutto, rimasta uccisa in un attentato nel 2007, e parlamentare della camera bassa del Parlamento, e sua sorella Faryal Talpur, sono accusati di avere una serie di conti bancari fasulli. Zardari fu presidente del Pakistan dal 2008 al 2013. La libertà su cauzione concessa dal marzo 2016 all'ex presidente e a sua sorella, non è stata estesa dall'Alta corte di Islamabad ed è quindi partito l'arresto: gli agenti dell'autorità nazionale per la lotta alla corruzione (Nab) hanno prelevato Zardari all'interno della sua residenza.
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TITOLO: La prima pagina per Golunov: la scelta di tre quotidiani russi
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OCCHIELLO: Le testate Kommersant , Vedomosti e Rbk denunciano il trattamento intimidatorio nei confronti del giornalista di Meduza arrestato con l'accusa di spaccio pubblicando la stessa prima pagina: "Io/noi siamo Ivan Golunov"
TESTO: I tre principali quotidiani economici russi Kommersant, Vedomosti e Rbk si sono opposti all'arresto del giornalista 36enne di Meduza, Ivan Golunov, accusato di tentato traffico di stupefacenti. Le tre importanti testate nazionali hanno pubblicato oggi la stessa prima pagina, con la scritta a caratteri cubitali "Io/noi siamo Ivan Golunov". A loro parere l'arresto è un atto di intimidazione contro le libertà russe e un'indebita interferenza nelle attività giornalistiche. I quotidiani hanno chiesto un'indagine sugli agenti che hanno proceduto all'arresto. Il più rinomato tossicologo russo, Evgenij Brjun, ha affermato domenica alla televisione di Stato che l'analisi di un campione di urina di Golunov non ha evidenziato tracce di droghe.
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TITOLO: Brasile, le chat private tra giudice e procuratore: ombre sulla condanna di Lula
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OCCHIELLO: Lo scandalo che coinvolge l'ex magistrato ora ministro della Giustizia, Sergio Moro, portato alla luce dal sito The Intercept di Glenn Greenwald, che ora annuncia nuove rivelazioni clamorose
TESTO: Una bomba mediatica si abbatte su "Lava Jato", la più grande inchiesta sulla corruzione in Brasile, che rischia di essere inquinata da un rapporto di dipendenza e di guida tra il pool dei pm e il giudice che avrebbe dovuto approvare o respingere le loro richieste. Ne risulta scalfita l’obiettività e soprattutto l’imparzialità di un processo che ha scosso in profondità le istituzioni brasiliane, scoperchiato un sistema di tangenti che intossica l’industria e il mondo della politica, avviato un processo di rivolta, portato all’impeachment di una presidente eletta democraticamente, condotto all’incriminazione e poi all’arresto del padre della sinistra del Brasile definito, in una conferenza piena di numeri, grafici, linee e caselle tutti mostrati in un power point, il “capo di un’organizzazione criminale”. Merito della stampa se questa palese violazione quantomeno etica, se non proprio costituzionale, esce allo scoperto. The Interceptor, quotidiano on line di giornalismo investigativo, mette in rete decine di screenshot con lo scambio di messaggi sulla messaggeria protetta Telegram tra l’allora giudice Sergio Moro, oggi nominato ministro della Giustizia del governo Bolsonaro, e il capo dei sostituti procuratori di Lava Jato, Deltana Dallagnol. La sequenza temporale dei colloqui scritti è inquietante. Si intensificano alla vigilia di incriminazioni e arresti importanti. Moro all’inizio è cauto ma con il passare delle settimane diventa sempre più invasivo. Chiede e spinge sui colleghi della Procura a battere alcuni filoni di indagini piuttosto che altri, a scegliere quali siano i momenti migliori per emettere certi provvedimenti. Dallagnol risponde e spesso esegue. I due valutano le conseguenze di alcune azioni. Si concordano le mosse per evitare reazioni delle parti coinvolte. Dialoghi brevi, frasi criptiche che trovano però immediata applicazione nelle fasi dell’inchiesta. Fino a uno tra i più clamorosi casi: quello che portò all’incriminazione di Lula per l’attico di Guarujá che gli è costata una condanna a 12 anni e 1 mese di carcere. Il 7 dicembre 2015, Moro scrive a Dallagnol: “Una fonte mi ha informato che la persona di contatto sarebbe stata infastidita dal fatto di essere stata invitata a redigere bozze per il trasferimento di proprietà di uno dei figli dell’ex presidente. La persona credo sia disposta a fornire informazioni. Sto andando avanti. La fonte è seria”. “Grazie! !”, gli risponde il procuratore, “ci metteremo in contatto”. “E sarebbero dozzine di immobili”, replica quasi entusiasta Moro. La fonte alla fine non vuole parlare. I pm pensano alla possibilità di un esposto anonimo per giustificare la convocazione di Lula per un interrogatorio. Moro potrebbe respingere la proposta o tacere. Fa di più. Appoggia la soluzione: “Meglio formalizzare”, suggerisce. La piena collaborazione tra accusa e giudice terzo si intensifica il 13 marzo del 2016 quando la piazza invoca la destituzione della Rousseff. Moro scrive a Dallagnol: “Il Congresso va ripulito”. Dallagnol replica: “Congratulazioni per l’enorme supporto pubblico”. Moro: “Ho fatto una dichiarazione ufficiale. Congratulazioni a tutti noi”. Infine, la decisione che destò all’epoca più scalpore. Uno sgarbo al limite della legalità. Il giudice Moro decide di rendere pubblica la telefonata, coperta dal segreto dell’indagine, in cui la Rousseff propone a Lula di nominarlo ministro della Casa Civile - carica che in Brasile corrisponde più o meno a quella di primo ministro - e metterlo quindi al riparo da un possibile arresto. Dallagnol chiede: “La decisione di renderla pubblica è confermata? ”. Moro si cautela: “Qual è la posizione della Polizia federale? ”. Dallagnol risponde: “Metterla in rete”. Scoppia la tempesta, sei giorni dopo il tema è di nuovo al centro dello scambio di chat su Telegram. Dallagnol: “Il rilascio dell’audio è stato un atto di difesa. Analizzare le cose con il senno di poi è facile ma continuo a non capire. Avevamo altre opzioni”. Moro replica: “Non rimpiango la revoca della segretezza. E’ stata la migliore decisione. Ma la reazione è pesante”. La pubblicazione delle chat private durate due anni ha provocato la protesta di Sergio Moro. L’ex giudice ha denunciato l’intrusione di un hacker sulla memoria del suo cellulare ricordando che lo aveva già segnalato una settimana fa. La direzione di The Intercept e i tre giornalisti investigativi autori dello scoop hanno spiegato che i file erano da tempo in loro possesso, che gli erano arrivati al giornale in maniera anonima, che li avevano analizzati, messi in ordine, verificati e poi pubblicati. La presunta violazione della privacy è poca cosa in questo caso. Emerge con chiarezza la stretta collaborazione in un processo imponente e delicato tra pubblica accusa e magistrato giudicante. Sergio Moro poteva parlare con i pm come spesso accade. Ma qui si va oltre. Salta il ruolo del giudice terzo, imparziale, che decide solo sulla base degli atti che gli vengono trasmessi da chi indaga. Valuta e pondera le scelte. Spesso le respinge, chiede maggiori prove. Non sta lì a concordare la linea di azione, a indicare cosa e quando fare. Il processo perde la sua indipendenza e la sua imparzialità. Lo stabilisce il codice etico dei giudici la stessa Costituzione che garantisce così l’equilibrio tra poteri. Proprio Sergio Moro spiegava in una conferenza nel marzo del 2016: “Chi indaga e decide cosa fare è il pubblico ministero e la polizia federale. Il giudice è reattivo. Il giudice deve coltivare queste virtù passive. Mi infastidiscono le critiche infondate sul mio lavoro dicendo che in realtà sono un giudice istruttore”. Quelle critiche vedevano giusto. Avevano colto nel segno e l’attuale ministro della Giustizia lo sapeva.
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TITOLO: Il Salvator Mundi di Leonardo sarebbe sullo yacht dell'erede al trono dell'Arabia Saudita
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OCCHIELLO: Secondo un sito d'arte, il controverso dipinto, acquistato nel 2017 per la cifra record di 450 milioni di dollari è sul panfilo da 500 milioni di dollari del principe saudita Mohammed bin Salman
TESTO: Il quadro più costoso della storia, il "Salvator Mundi" di cui si erano misteriosamente perse le tracce dopo una clamorosa vendita all'asta da Christiès nel 2017 a New York, sarebbe finito su un lussuoso mega-yacht di 134 metri. Secondo il sito ArtNet. com, che cita due fonti non identificate "coinvolte nella transazione", il dipinto, attributo con molti dubbi a Leonardo Da Vinci, è approdato sul panfilo "Serene" di proprietà del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Un altro principe saudita, Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud, avrebbe acquistato il quadro per conto di Salman per la cifra stratosferica di 450 milioni di dollari. Mohammed bin Salman, chiamato colloquialmente MbS, è membro della famiglia reale Al Saud, primo vice primo ministro e ministro della Difesa dell'Arabia Saudita. Il 21 giugno 2017 è stato nominato erede da suo padre, re Salman e, come principe ereditario, è il primo nella linea di successione al trono dell'Arabia Saudita. Più giovane ministro della Difesa nel mondo, è anche presidente del Consiglio per gli Affari economici e di sviluppo. Lo yacht dell'uomo forte di Riad, costruito da Fincantieri e nel 2015 pagato 500 milioni di euro, si trovava alla fine di maggio nel Mar Rosso al largo di Sharm el-Sheik, secondo informazioni raccolte dall'agenzia Bloomberg. Non è inconsueto che un super-ricco decori con fragili opere-trofeo la sua imbarcazione extralusso: l'uomo d'affari britannico e padrone della squadra dei Tottenham, Joe Lewis, ha appeso un "Trittico" di Francis Bacon stimato 70 milioni di dollari a bordo del suo yacht "Aviva". ArtNet sostiene che il "Salvator Mundi" resterà a bordo del "Serene" fino all'inaugurazione di un nuovo polo museale (una "Disneyland dell'arte" nella definizione del sito web) che i sauditi intendono creare nella regione di Al-Ula: il progetto sarebbe ancora nelle sue fasi preliminari. Il quadro era stato battuto da Christiès nel novembre 2017. Un mese dopo l'asta, il ministero della Cultura degli Emirati aveva annunciato che sarebbe stato esposto nel nuovo Louvre di Abu Dhabi disegnato da Jean Nouvel, ma a sorpresa lo scorso settembre l'attesa presentazione era stata cancellata. Mentre cresceva il giallo, sono aumentati anche i dubbi sull'attribuzione del quadro a Leonardo: secondo Carmen Bambach del Metropolitan Museum, una delle massime esperte al mondo del maestro toscano, il quadro sarebbe opera di Giovanni Antonio Boltraffio, un assistente, con "solo pochi ritocchi" di mano di Leonardo. L'attribuzione della Bambach, contenuta in un monumentale saggio in quattro volumi che uscirà negli Usa il 25 giugno, si basa su vari fattori, incluso quello di aver visto il dipinto durante l'ultimo restauro nel 2007: "So quanto fosse danneggiato". La storica dell'arte ha contestato anche la tesi che il quadro avrebbe potuto far parte del collezioni di re Carlo primo: "Non c'è documentazione fino a metà Ottocento"
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TITOLO: Inizia la corsa per il dopo May: a sorpresa la ministra del Lavoro Amber Rudd appoggia il ministro degli Esteri Jeremy Hunt
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OCCHIELLO: Oggi la presentazione ufficiale delle candidature: in tutto saranno una dozzina. Giovedì i nomi verranno sottoposti a una prima votazione, da parte dei deputati Tories alla camera dei Comuni, e si saprà effettivamente chi è in testa, chi al secondo posto e chi più distanziato
TESTO: L'ammissione del ministro dell'Ambiente Michael Gove di avere fatto uso in passato di cocaina, e ancora di più la sua apparente ipocrisia, per avere pubblicamente e più volte criticato chi fa uso di droga, mentre in privato sniffava polvere bianca, sembra avere compromesso la sua candidatura, che inizialmente appariva la più insidiosa per il favorito Johnson. Era stato Gove a costringere Johnson a ritirarsi dalla corsa, tre anni fa, dopo le dimissioni di David Cameron all'indomani del referendum sulla Brexit, dichiarando che il suo collega nella campagna referendaria non era "all'altezza" di fare il premier. Poi aveva a sua volta tentato brevemente di succedere lui stesso a Cameron, ma era stato battuto da Theresa May. Adesso chiede che gli sia data "una seconda chance", ma i quadri dirigenti del partito premono perché si faccia subito da parte. Anche se ben otto degli undici finora candidati hanno confessato di avere fatto uso di cocaina, marijuana o oppio. Un altro possibile aspirante a Downing Street con qualche chance di farcela è il ministro degli Interni Sajid Javid, che se eletto premier sarebbe il primo di origine pachistana: anche lui, come Hunt, ha ricevuto il sostegno di un autorevole esponente moderato del partito, Ruth Davidson, la carismatica leader dei Tories in Scozia, pure lei considerata - come Amber Rudd - una possibile futura premier, ma come Rudd ha deciso di fare un passo indietro e non presentarsi. Ma Javid e Hunt hanno un "peccato originale": nel referendum sulla Brexit, entrambi erano schierati con l'allora premier Cameron per restare nell'Unione Europea. Oggi hanno cambiato idea, eppure l'opinione dominante nel partito è che, dopo Theresa May, altra pro-Ue nel referendum, i Tories debbano essere guidati da un brexitiano. E quale brexitiano sarebbe migliore di Boris Johnson, che fu il leader della campagna per la Brexit? L'ex-ministro degli Esteri ed ex-sindaco di Londra ha un altro punto a suo favore, anzi due: sondaggi e commentatori lo giudicano l'unico conservatore in grado di battere alle urne Nigel Farage, leader del neonato Brexit Party vincitore delle recenti elezioni europee in Gran Bretagna, e il laburista Jeremy Corbyn, quando si terranno le prossime elezioni britanniche, formalmente previste per il 2022 ma destinate verosimilmente a essere di molto anticipate. Sul biondo BoJo, come viene chiamato dai tabloid, permangono gravi dubbi. Un altro candidato premier, il moderato Rory Stewart, lo accusa di "avvelenare" la politica britannica; e un editorialista del Financial Times lo definisce niente di meno che "un pericolo per la democrazia liberale". Frecciate che per ora non lo impensieriscono. Facendo tesoro del soprannome di "Trump inglese" affibbiatogli dai giornali, Johnson lancia la sua campagna con un'iniziativa degna del presidente americano: promette di abbassare le tasse ai ceti più ricchi, facendo salire da 40 a 80 mila sterline (circa 90 mila euro) il reddito annuo a partire dal quale bisogna pagare l'aliquota del 40 per cento invece del 20. E come pagherebbe il "buco" lasciato nelle casse dello stato? Con parte dei miliardi di euro per i preparativi per il "no deal" (l'uscita dalla Ue senza accordi), che Johnson minaccia ma poi spera di evitare strappandonuove concessioni a Bruxelles. Con il che si ritorna al punto di partenza: tutto continua a girare attorno alla Brexit.
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TITOLO: In India come 38 anni fa a Vermicino, bambino muore in un pozzo
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OCCHIELLO: In un villaggio del Punjab si è ripetuta la tragedia che vide protagonista il piccolo Alfredino Rampi, stavolta la vittima aveva due anni
TESTO: BANGKOK – E’ successo in India negli stessi giorni durante i quali, 38 anni fa, il piccolo Alfredino Rampi passava dentro un pozzo incustodito i suoi ultimi giorni in attesa di soccorsi inefficaci e in ritardo. Sono due storie parallele nel tempo con la stessa tragica fine e gli stessi inquietanti interrogativi sui limiti delle nostre grandi tecnologie del 2000. Nemmeno Fatehvir Singh, che aveva compiuto due anni proprio ieri e ne aveva 4 in meno di Alfredino, ce l’ha fatta a uscire dal buco nella terra del suo villaggio del Punjab dov’era rimasto da giovedì scorso: non tre ma quattro giorni e mezzo, 110 ore. Lo hanno tirato fuori ieri all’alba già privo di vita anche se un’ambulanza l’ha trasportato di corsa in ospedale dal villaggio della tragedia, Bhagwanpura a Sangrur. Anche il piccolo indiano era caduto per caso più che per gioco camminando sulle zolle attorno alla casa dei genitori. L’apertura larga meno di mezzo metro era infatti coperta solo da una stoffa dentro la quale Fatehvir è scivolato fino a restare incastrato a 38 metri, quasi esattamente la stessa profondità dove si fermò all’inizio il suo compagno di sventura italiano, sprofondato tra due tavolette di legno del pozzo illegale di Vermicino. Anche le similitudini nelle sequenze dei soccorsi fanno rabbrividire per gli analoghi dettagli tecnici d’ostacolo al salvataggio. In entrambi i casi si è scavato inutilmente un foro parallelo che ha creato più problemi ai bambini, e altrettanto inutilmente delle mani adulte si sono unite a quelle delle piccole vittime in un ultimo disperato tentativo di portarli fuori. Come avvenne quando Angelo Licheri “perse” la presa di Alfredino, anche i vigili del fuoco indiani “hanno stretto per un momento le mani di Fatehvir”, ma “per disgrazia era bloccato da una balaustra”, ha rivelato il commissario di polizia che ha coordinato i soccorsi. Dall’inizio del quarto giorno, nel villaggio di quest’ultima tragedia i mugugni e i malumori per il passare delle ore senza risultati sono diventate proteste dure con le strade bloccate, nonostante l’invito del nonno del bimbo a restare calmi per non complicare ancora di più le cose. Il picco della rabbia è stato raggiunto quando si è scoperto che il tunnel laterale scavato per far uscire il piccolo indiano con speciali macchinari fatti venire dal governo dello Stato era stato tracciato troppo in basso rispetto alla sua posizione. E’ un’altra analogia con gli incidenti che hanno accompagnato le operazioni di soccorso per Alfredino. Molti ancora ricordano le parole rivolte dall’ex presidente Sandro Pertini a sua madre Franca Rampi: "Signora, sono sconcertato, non ho parole, possibile che ci sia stata tutta questa confusione? Possibile che niente abbia funzionato? ". Dopo alcuni mesi Pertini le telefonò per dirle che aveva creato per lei un Ministero, quello della Protezione Civile. Forse era solo una mezza bugia bianca. Infatti il Dipartimento - a sua volta ripetutamente sotto accusa - nacque soprattutto sull’onda emotiva del terremoto in Irpinia del 1980.
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TITOLO: Single fino a 44 anni, l'attrice era considerata in Cina simbolo delle "donne scarto"
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OCCHIELLO: La taiwanese Lin Chi-ling era il simbolo delle donne oltre 27 anni non sposate, considerate "scarti". Ma ora si è sposata con un ballerino giapponese
TESTO: Wikipedia deve ancora aggiornare la sua pagina dedicata alle “sheng nu”, agli scarti, dove compare proprio una foto di Lin Chi-ling come esponente delle donne di “qualità A” rimaste senza marito dopo i 30. Epiteti e classificazioni sono espressione del crudele cinismo con cui a volte in Cina vengono giudicate le persone, identificate per censo e stato civile. Lin è nata a Taiwan, ma ha studiato in Canada, dove si è laureata in Storia dell’Arte e Economia, prima di intraprendere una carriera da modella e attrice che dall’inizio degli anni 2000 l’ha resa uno dei volti più famosi, ammirati e corteggiati dell’Asia. Il suo accento di Taiwan suona così dolce anche al di là dello stretto, nella Cina continentale, che molti hanno impostato la sua voce nei navigatori delle automobili.
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TITOLO: Attentati alle Torri Gemelle di New York: identificata la vittima numero 1.643
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OCCHIELLO: L'ultimo riconoscimento era avvenuto un anno fa, circa il 40% delle vittime resta ancora senza identità
TESTO: È la vittima 1.643 ed è stata identificata quasi 18 anni dopo l'attentato alle Torri Gemelle di New York, l'11 settembre 2001. La conferma sulla sua identità è arrivata attraverso i test del Dna sui resti recuperati nel 2013, ma il nome non è stato reso noto. L'ultima identificazione risale al luglio 2018. Finora non si è riusciti a dare un nome a circa il 40% dei resti delle 2.753 persone scomparse nell'attentato. E nonostante i grandi progressi tecnologici nell'analisi del Dna, il processo di identificazione delle vittime è complesso e molto lento: negli ultimi 5 anni ne sono state identificate 5, l'ultima a luglio del 2018, Scott Michael Johnson, che aveva 26 anni e lavorava come operatore finanziario all'89mo piano della Torre Sud. L'identificazione di questi giorni è arrivata grazie alle tecniche più avanzate di analisi del dna. Tra coloro che sono morti durante gli attacchi e nel successivo crollo delle torri, ci sono anche 343 vigili del fuoco di New York City, 23 poliziotti di New York e 37 ufficiali dell'Autorità Portuale. Le vittime avevano un'età compresa tra 2 e 85 anni. Circa il 75-80% erano uomini.
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TITOLO: I Radiohead gabbano gli hacker: in beneficenza le 18 ore di registrazioni inedite rubate
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OCCHIELLO: La musica trafugata dall'archvio minidisc di Thom Yorke e che risale alla fine degli anni Novanta pubblicata su Bandcamp. Il ricavato andrà al nuovo movimento ambientalista Extinction Rebellion
TESTO: LONDRA. "Hail to the thief", "salve al ladro", cantavano a inizio millennio i Radiohead contro l'ex presidente americano George W. Bush. Ora i ladri però sono entrati a casa della band del cantante inglese Thom Yorke, anzi, nel suo database. Perché qualcuno - non si è ancora capito chi - è riuscito a trafugare diciotto ore di materiale inedito dei Radiohead, roba da far impazzire i fan e gli appassionati di musica. I ladri però non hanno pubblicato alcunché in Internet ma "soltanto" chiesto un riscatto alla band: 150mila sterline per riavere indietro la loro musica inedita, segreta. Ma I Radiohead non hanno assecondato i delinquenti. Anzi, hanno deciso di anticiparli, o meglio gabbarli, pubblicando online la musica trafugata la settimana scorsa dall'archivio minidisc di Thom Yorke e che risale alla fine degli anni Novanta, coincidente con la pubblicazione dell'album capolavoro della band Ok Computer. Roba che i Radiohead "non avrebbero mai pubblicato" ha rivelato il chitarrista Jonny Greenwood e che, secondo lui, "è soltanto vagamente interessante". Dunque le 18 ore integrali di musica inedita sono state rilasciate dalla band su Bandcamp, una piattaforma per condividere canzoni online. E visto che sono 18 ore di materiale, ascoltare tutto in streaming nei prossimi 18 giorni costerà 18 dollari, hanno deciso i Radiohead.
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TITOLO: Usa: Trump rivela per sbaglio accordo su migranti con Messico
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TESTO: Se, dopo 45 giorni, il governo degli Stati Uniti "determina a sua discrezione" che i risultati non sono sufficienti, il documento dice: "il governo del Messico prenderà tutte le misure necessarie secondo il diritto interno per mettere in vigore l'accordo". L'accordo dà al governo messicano altri 45 giorni per raggiungere questo obiettivo. Non era chiaro quali misure specifiche avrebbe dovuto adottare il governo messicano. Washington aveva detto la settimana scorsa che voleva che il Messico accettasse una politica di "paese terzo sicuro": offrire ai centroamericani che sperano di ottenere asilo negli Stati Uniti la possibilità di farne richiesta all'interno del Messico e di rimanere lì mentre i loro casi vengono esaminati. Ha anche detto che il Messico deve applicare in modo più rigoroso le proprie leggi ai migranti privi di documenti nel suo territorio. Washington ritiene che il concetto di Paese terzo sicuro potrebbe essere un deterrente per i migranti, ma la settimana scorsa il Messico aveva rifiutato di accettarlo. L'accordo iniziale sembrava ripetere gli impegni presi in precedenza dai messicani. Ma Trump ha ripetutamente sottolineato che c'è un'altra parte segreta dell'accordo che impegnerebbe di più Messico.
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TITOLO: Ungheria, "Orban sta distruggendo l'Accademia delle Scienze"
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OCCHIELLO: Lettera aperta di 125 membri del celebre istituto che denunciano l'ultima prevaricazione dell'autocrate sovranista. "Non sopporta gli intellettuali e noi siamo l'ultimo scudo contro la sua dittatura".
TESTO: La lettera aperta dei 125 membri della Magyar Tudományos Akadémia, l´illustre Accademia delle scienze ungheresi, inviata al capogruppo del Ppe Manfred Weber e diffusa come petizione online, si definisce "un grido d´aiuto". In nome dei valori europei, contro l´autocrate sovranista liberamente eletto Viktor Orbán che un passo dopo l´altro, un centimetro al giorno, sta abilmente distruggendo libertà e Stato di diritto. Al potere dal 2010, forte della maggioranza assoluta, ha portato in Parlamento leggi che aboliranno la storica autonomia di cattedrale del pensiero e della scienza che la Mta ha sempre avuto, dai tempi asburgici alla dittatura di Horthy, dal totalitarismo comunista al dopo-Muro. Via un centimetro di libertà al giorno: ecco la strategia del piú creativo leader sovranista europeo, amico e ammirato modello di Matteo Salvini. Ricorda la "tattica del salame" del tiranno comunista postbellico Mátyás Rákosi: una fetta alla volta fare a pezzi la democrazia e le sue strutture. La Fidesz, il partito di Orbán, si difende: vogliamo modernizzare l´Accademia, renderla piú efficiente e utile all´economia. Ma togliendole gli istituti di ricerca e studio piú importanti, affidandoli a un´autorità governativa. E tagliarle i fondi pubblici – minoranza rispetto a sponsoring di aziende globali e pari al 10 per cento del costo del nuovo stadio Puskas voluto dal premier. "Sentiamo una pressione lenta ma coerente del governo, deciso a conquistare settori che ancora non controlla", dice Zsolt Boda, direttore del centro studi sociali della Mta. Non è bastato incatenare i media con epurazioni in tv e quasi tutte le maggiori testate in mano a una fondazione di oligarchi. Né normalizzare la Giustizia, né trasformare l´economia di mercato in sistema con le principali 400 aziende sono in mano agli oligarchi. E nemmeno chiudere la Central european university sponsorizzata da George Soros sopravvissuto ad Auschwitz, troppo critica verso la "democrazia illiberale". Adesso tocca all´Accademia, tempio di eccellenze cui dal 1825 l´Ungheria deve tanti geni, inventori del carburatore o di alcune delle prime lampadine, costruttori del secondo metró al mondo dopo Londra, aristocratici riformatori come István Széchenyi, scrittori quali György Konrád incarcerato dai comunisti o Péter Nádas, musicisti come Zoltán Kodály o registi di fama mondiale da Miklós Jancsó a István Szabó a Károly Makk. Il centimetro al giorno va distrutto. "La Fidesz non sopporta gli intellettuali e il pensiero critico", dice il docente Attila Antal. "L´Accademia è l´ultimo scudo che vogliono distruggere". Dopo insulti personali ai suoi colleghi, dopo le liste nere del giornale filogovernativo Figyelö con accademici definiti incompetenti, la cancellazione di due conferenze sulla sottorappresentazione delle donne e sul controllo sui media, e lo stop alla materia gender equality negli atenei. Gli accademici cercano di trattare, ma hanno di fronte il ministro della Ricerca scientifica László Palkovics, "il bulldog di Orbán". Molti di loro, nota il professor András György Deák, "non aspettano piú, preferiscono emigrare".
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TITOLO: Trump: "Pronti a inviare altri 2 mila soldati in Polonia". Incontro con Putin al G20
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OCCHIELLO: La richiesta di Varsavia di nuovi militari in funzione anti-russa. La Casa Bianca valuta anche sanzioni per bloccare la costruzione del gasdotto russo-tedesco Nordstream 2
TESTO: WASHINGTON - Gli Stati Uniti sono pronti a inviare 2mila soldati in Polonia, spostando una parte del loro attuale contingente in Germania e assecondando così le richieste di Varsavia che vuole scoraggiare potenziali aggressioni da parte della Russia. "Ne stiamo parlando", ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale mercoledì dopo il bilaterale con il presidente polacco Andrzej Duda. Gli Stati Uniti hanno già truppe in Polonia come parte di un accordo del 2016 con la Nato in risposta all'annessione della Crimea da parte della Russia, nel 2014. I 2mila potrebbero essere spostati dal contigente americano in Germania che conta 50 mila soldati. "Si fanno male purtroppo troppo spesso", ha detto Trump dei polacchi. "Sono nel mezzo di tutto, quando accadono cose brutte sembra che la Polonia sia la prima. .. Spero che Russia, Polonia e Germania andranno d'accordo", ha aggiunto il Presidente degli Stati Uniti, che è stato spesso criticato dai democratici per essere troppo vicino alla Russia e al presidente Vladimir Putin. L'annuncio è stato fatto in occasione della seconda visita alla Casa Bianca del presidente polacco, che ha anche fatto 'shopping', ordinando una trentina di caccia F-35. Le nuove truppe andrebbero ad aggiungersi alle forze di rotazione americane, circa 5.000 militari che si alternano nel quadro delle operazioni Nato. I media Usa parlano di un accordo che comprenderebbe anche l'invio di uno squadrone di droni 'Reaper' per fornire maggiori informazioni di intelligence alla Polonia. L'accordo per rafforzare la presenza militare americana in Polonia si unisce a un altro annuncio fatto dal Trump nello Studio ovale: la Casa Bianca sta considerando la possibilità di imporre sanzioni per bloccare la costruzione del Nordstream 2, il nuovo gasdotto russo-tedesco da tempo nel mirino del presidente americano, che oggi è tornato a mettere in guardia la Germania contro la dipendenza energetica da Mosca. Non è chiaro ancora contro chi potrebbero scattare le sanzioni, ma è certo che il progetto è da tempo fortemente osteggiato dagli Stati Uniti. Il Nordstream 2 divide anche l'Unione Europea: i paesi dell'Europa dell'Est, del Nord e del Mar Baltico vedono il gasdotto di 1.225 km come crescente dipendenza dell'Unione da Mosca, mentre quelli nel Nord Europa, in particolare la Germania, danno la priorità ai benefici economici. Il Segretario per l'energia degli Stati Uniti, Rick Perry, aveva anticipato il mese scorso che un disegno di legge sulle sanzioni contro società coinvolte nel progetto sarebbe arrivato "in futuro non troppo lontano". Anche di questo con molta probabilità si parlerà al prossimo G20 in Giappone, il 28 e 29 giugno: Trump ha annunciato che in quella occasione vedrà vedrà Vladimir Putin, anche se il Cremlino dice non c'è stato nessun "segnale ufficiale" da parte di Washington a proposito di un incontro tra i due leader. "La parte americana non ha sfruttato i canali ufficiali, non è cambiato nulla sotto questo aspetto", ha detto il portavoce Dmitri Peskov.
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TITOLO: Catalogna, chiuso il processo ai leader indipendentisti. L'accusa chiede condanne fino a 25 anni
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OCCHIELLO: L'ultima difesa dei politici imputati: "Nessuna violenza, il nostro è un movimento pacifico". Ma il pm insiste sulla tesi della "ribellione" con la quale avrebbe cercato di provocare la rottura dell'unità della Spagna. La sentenza in autunno
TESTO: Quattro mesi, 52 udienze e più di cinquecento testimoni: con la formula di rito “visto para sentencia” (pronto per la sentenza) pronunciata dal controverso presidente Manuel Marchena, si è concluso davanti al Tribunale Supremo spagnolo il processo a dodici leader indipendentisti catalani, 9 dei quali in carcere, alcuni da oltre un anno e mezzo. Il verdetto verrà pronunciato solo in autunno, probabilmente in ottobre, ma nell’ultima sessione della fase dibattimentale i pubblici ministeri hanno confermato le pesantissime accuse che prevedono pene fino ai 25 anni di reclusione. La più grave è quella di “ribellione”, che secondo il codice dovrebbe essere una sollevazione violenta per sovvertire l’ordine costituzionale. A giudizio della procura, l’organizzazione del referendum secessionista del 1° ottobre 2017 (dichiarato illegale dalla Corte costituzionale) e, il giorno 27 dello stesso mese, la dichiarazione unilaterale d’indipendenza approvata dal Parlamento catalano, sarebbero state un tentativo di colpo di Stato, un attentato contro l’unità nazionale della Spagna. Molti giuristi ritengono assolutamente sproporzionata l’accusa di ribellione, anche perché nel corso del processo non sono state portate prove del fatto che ci sia stata violenza (se non quella esercitata dalla polizia contro elettori inermi nella giornata referendaria del 1° ottobre, per la quale sono in corso in altri tribunali procedimenti contro diversi agenti e ufficiali di polizia). Alcuni degli imputati sono stati nel frattempo eletti deputati alle legislative del 26 aprile scorso. Ma dopo aver preso possesso del loro seggio alle Cortes sono stati successivamente sospesi. Ora si ripropone lo stesso problema in vista della seduta inaugurale del Parlamento europeo, in programma il 2 luglio a Strasburgo. Oriol Junqueras, il leader di Esquerra republicana per il quale il pm chiede la pena più alta – 25 anni di carcere – è stato eletto eurodeputato ma non sa ancora se potrà effettivamente occupare il seggio: è possibile che venga autorizzato a ritirare le credenziali, ma poi nuovamente sospeso, in attesa che in autunno arrivi la sentenza. E’ stato proprio Junqueras il primo degli imputati a rivolgersi al tribunale per le considerazioni finali, ricordando che un conflitto politico come quello in corso da anni in Catalogna non sarebbe mai dovuto arrivare davanti alla giustizia: “La cosa migliore per tutti sarebbe restituire la questione alla politica, al dialogo e all’accordo”. Raül Romeva, ex “ministro” degli Esteri del governo catalano, ha assicurato che, “qualunque cosa succeda, continueremo a tendere la mano”, mentre Jordi Sànchez, all’epoca presidente dell’Assemblea Nacional Catalana, la più importante organizzazione civica dell’indipendentismo, ha difeso il carattere pacifico della giornata referendaria: “Fu un atto di protesta e di disobbedienza, non fu una giornata di violenza”. In serata centinaia di manifestanti sono scesi in piazza a Barcellona per chiedere l'assoluzione dei politici imputati.
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TITOLO: Brexit, Johnson parla già da leader: “Il 31 ottobre si esce dall’Ue, con o senza accordo"
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OCCHIELLO: Il favorito per la leadership del partito conservatore e possibile nuovo premier britannico lancia la sua campagna: "Non cerco il No Deal, ma dobbiamo prepararci. Porteremo a termine la Brexit il prima possibile, ne va della nostra sopravvivenza". Ma la sua strategia può...
TESTO: LONDRA - “Non cerco il No Deal, ma dobbiamo prepararci. Avremo un atteggiamento assolutamente amichevole con le autorità europee, ma il 31 si esce”. Finalmente Boris Johnson ha parlato. Dopo giorni e giorni di tattica del “sottomarino”, come viene chiamata a Londra, ovvero testa sotto la sabbia, forte dei sondaggi che lo danno favorito alla leadership conservatrice e con lo staff timoroso di qualche sua gaffe distruttiva, finalmente il biondo ex sindaco di Londra ha lanciato ufficialmente la sua campagna per diventare leader dei Tory e, conseguentemente, molto probabile prossimo premier britannico. Johnson ha confermato quello che Repubblica aveva anticipato qualche giorno fa ascoltando un suo discorso a porte chiuse in Parlamento. E cioè: “Dobbiamo portare a termine la Brexit il prima possibile, altrimenti ne va della nostra sopravvivenza”, intesa come partito conservatore. Un po’ come era successo con l’approvazione del referendum del 2016 sulla Brexit per placare l’indomabile frangia euroscettica, anche ora a tratti il destino dei Tories sembra venire prima di quello del Paese. Ma il discorso di Johnson è centrato sul fatto che è a rischio anche la politica britannica come la conosciamo, con il Brexit Party di Farage sempre più aggressivo. E dunque, Brexit a tutti i costi. L’ex sindaco di Londra, sostenuto dalle truppe più euroscettiche del partito, ha confermato che il 31 ottobre, con o senza accordo, il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea. Ha tenuto a precisare il fatto che “io non voglio il “No Deal”, ma non si può toglierlo dal tavolo perché altrimenti la nostra posizione negoziale verrebbe indebolita. E poi neanche l’Ue vuole un’uscita senza accordo”. Insomma, Boris Johnson, nonostante le parole zuccherate, fa capire che andrà quasi certamente allo scontro con l’Ue, che ha già sottolineato che l’accordo firmato da 27 Paesi membri e il governo di Theresa May non si tocca di una virgola. Inoltre, quello dell’ex sindaco di Londra è un chiaro tentativo di inseguire Farage fino all’ultimo centimetro dello strapiombo del “No Deal”, cioè l’uscita senza accordo che secondo molti analisti avrebbe conseguenze catastrofiche per l’economia britannica, ma anche per quella irlandese e in parte per gli stessi paesi membri Ue più esposti, come la Germania. I suoi assicurano a Repubblica che “non arriveremo all’ultimo giorno”, cioè il 31 ottobre, “per decidere il nostro destino". Ma il rischio è evidente: il 31 ottobre Johnson dovrà decidere se saltare nel burrone del “No Deal" con Farage, come promette di fare se l’Ue non cambia atteggiamento. Altrimenti, se l’ex sindaco di Londra decidesse di chiedere un’ulteriore rinvio, Farage lo accuserebbe di essere “l’ennesimo politico bugiardo che tradisce il popolo”. E a quel punto il Brexit Party potrebbe davvero vincere, clamorosamente, anche le elezioni generali, dopo quelle europee (LINK). Per il resto Boris Johnson durante la conferenza stampa ha detto che lui è il miglior candidato possibile, che bisogna evitare “la catastrofe di Jeremy Corbyn a Downing Street” con i suoi provvedimenti “socialisti” e non ha risposto a diverse domande dei giornalisti, come quella sulla sua passata ammissione di aver sniffato cocaina. Intanto, l’Unione Europea risponde già per le rime: anche in caso di No Deal, il Regno Unito dovrà pagare i 39 miliardi di euro pattuiti per il “divorzio”. E l’accordo firmato lo scorso novembre non si tocca. Insomma, lo spettacolo - o forse la tragedia - è appena iniziato.
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TITOLO: Hong Kong, migliaia di persone circondano il parlamento contro legge che permette l'estradizione verso la Cina
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OCCHIELLO: La riunione del Consiglio legislativo prevista per oggi è stata rinviata. Per rompere l’assedio la polizia usa spray urticante, manganelli e proiettili di gomma. Alcune persone sono state arrestate, altre portate via in ambulanza.
TESTO: PECHINO - Stesso posto, stessi ombrelli, stessa voglia di non cedere, stessi lacrimogeni, cinque anni dopo. Hong Kong rivive una nuova Occupy, il movimento che nel 2014 paralizzò il centro della città per chiedere più democrazia. Dall’alba migliaia di persone, molti giovanissimi, con mascherine e occhiali protettivi, hanno occupato le strade che circondano il governo e il consiglio legislativo, dove oggi doveva riprendere la discussione della contestatissima legge che consentirebbe l’estradizione dei sospetti verso la Cina, vista come una minaccia all’autotomia della città. Ma nel pomeriggio, dopo ore di stallo e la paralisi del centro, la polizia in tenuta antisommossa ha iniziato a sparare lacrimogeni, avanzando compatta con le maschere antigas per rompere l’assedio e le barricate improvvisate, usando spray urticante, manganelli e proiettili di gomma contro i manifestanti, alcuni dei quali armati con pietre e bastoni. Alcune persone sono state arrestate, 72 sono rimaste ferite e altre portate via in ambulanza. Una escalation attesa, vista l’evoluzione delle ultime ore. Dopo l’enorme marcia contro la legge che domenica scorsa ha portato in strada un milione di persone, la chief executive Carrie Lam, la leader filo-cinese della città, ha annunciato che l’iter va comunque avanti con procedura espressa: il voto finale è stato fissato entro giovedì 20. Di fronte a questa accelerazione il campo democratico aveva annunciato nuove manifestazioni in settimana, ma nella giornata di ieri tra gli attivisti si sono diffusi appelli ad organizzare scioperi e proteste, che tra questa notte e le prime ore della mattina si sono tradotti nella nuova occupazione del centro. Una mobilitazione a cui nel corso della mattina si sono unite sempre più persone e sigle del variegato universo pro democrazia. Nelle retrovie, è ricomparso tutto l’apparato di supporto già visto nel 2014, preludio per una lunga occupazione: rifornimenti di cibo e acqua, distribuzione di mascherine e ombrelli, palchi improvvisati per i comizi. “Avevamo detto che saremmo tornati, siamo tornati”, gridavano gli esponenti più combattivi nel campo democratico. La seduta del consiglio legislativo controllato dalle forze filo-Pechino prevista per la mattina è stata rinviata, a ora e giorno non definiti. Ma dopo l’avanzata della polizia il consiglio legislativo è tornato accessibile. La legge della discordia regola le procedure di estradizione tra Hong Kong e i governi con cui oggi non ha accordi in materia. Tra questi c’è anche la Cina continentale, dove i tribunali dipendono dal Partito comunista: se entrasse in vigore Pechino potrebbe ottenere la regolare estradizione dei sospetti (o dei nemici) da processare. Carrie Lam ha detto che la norma serve a colmare un vuoto normativo, impedendo che Hong Kong diventi un rifugio per i criminali. Ma per il campo democratico il testo è stato dettato da Pechino, che del resto lo ha esplicitamente appoggiato: per molti è un nuovo tentativo da parte della Cina di Xi Jinping di cancellare libertà e stato di diritto garantiti all’ex colonia britannica dal principio “un Paese, due sistemi”. Contro la legge si sono espressi avvocati, organizzazioni imprenditoriali, anche internazionali, e diversi governi stranieri, tra cui quelli di Stati Uniti e Regno Unito. Che succederà ora? Il rinvio della seduta del Parlamento, anch’esso dominato da forze pro Pechino, è una vittoria dei manifestanti. Nel 2003, di fronte a proteste simili, una legge molto restrittiva sulla sicurezza fu ritirata. E rispetto al fallimento del movimento pro democrazia degli ombrelli, questa volta il campo progressista sembra molto più coeso. Eppure la risolutezza con cui Lam ha difeso questa norma non lascia sperare in un passo indietro. Soprattutto perché nelle ultime ore il governo cinese ha continuato a esprimersi pubblicamente in suo favore, accusando i manifestanti, attraverso i quotidiani di regime, di essere manipolati da forze straniere. Così questa legge, dopo essersi trasformata in una lotta per l’identità di Hong Kong, si sta caricando di un valore ulteriore, diventando un simbolo dell’effettiva autorità esercitata dal Partito comunista sulla città. Se dovesse essere ritirata, sarebbe una grave sconfitta non solo per Carrie Lam ma anche per Xi Jinping e per la sua politica nazionalista e assertiva. Una sconfitta che il leader cinese, in questo momento di tensioni, difficilmente si può permettere.
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TITOLO: Germania, Merkel era una spia della Stasi, leggenda nera tra fake news e storia
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OCCHIELLO: L'ex direttore del memoriale del carcere dell'organizzazione tenta di fare ordine
TESTO: BERLINO - Angela Merkel era una spia della Stasi, era lei a nascondersi dietro la presunta “Erika” come sostengono miriadi di siti di fake news che diffamano la cancelliera da anni? Su internet le teorie complottiste impazzano. E si basano sempre sugli stessi dettagli, sulle stesse leggende metropolitane. Così lo storico ed ex direttore del memoriale del carcere della Stasi di Hohenschoenhausen, Hubertus Knabe, ha tentato di fare un po’ di ordine sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Spazzando via molte sciocchezze. Ma sollevando anche qualche interrogativo. Non esistono documenti della Stasi, attualmente, che menzionino Angela Merkel come ”informatrice informale”. Certo, scrive Knabe, “ciò non significa che quei documenti non siano mai esistiti”. Nei turbolenti mesi post-caduta del Muro, nell’inverno del 1989, gli ufficiali del ministero dell’Interno (Stasi ne è un’abbreviazione) distrussero enormi quantità di carte prima di essere fermati dalla folla inferocita che occupò gli uffici e salvò quel patrimonio dalla devastazione. Ma ad oggi la meticolosa e paziente ricostruzione di quei preziosissimi archivi non riesce a venire a capo di 15mila sacchi pieni di carte ridotte a coriandoli. Knabe ha esaminato una ad una le leggende nere attorno alla cancelliera. Lei stessa ha raccontato una volta che la Stasi tentò di reclutarla, nel 1978. E uno dei problemi di una ricostruzione senza ombre della sua biografia pre-Muro è che la sua scheda, quella in cui la Stasi registrò quel tentativo di reclutamento, così come il suo rifiuto, possono essere visti solo ed esclusivamente dalla cancelliera. E’ una regola generale: negli archivi si può chiedere solo di visionare la propria scheda, nessun altro può farlo. Quindi, ammette Knabe, quel momento cruciale della biografia di Merkel resta effettivamente “un buco nero”. E, come per il resto delle storie su di lei, si può solo tentare di illuminarlo di lato. L’ex direttore di Hohenschoenhausen aggiunge però che “starebbe a lei fare trasparenza su questo punto”. Intanto, uno dei dettagli che emerge più spesso nelle fake news su Merkel è che avrebbe viaggiato varie volte all’estero e due volte nella Germania ovest negli anni ’80. Un privilegio riservato a pochi, sicuramente ai fedelissimi del regime. Ma i suoi viaggi, scrive Knabe, coincidono con un momento particolare, in cui i bonzi di Honecker allentarono la morsa sui cittadini che produsse un’impennata delle ‘scappate’ di là del Muro. Insomma, da quei viaggi di Merkel “non si può assolutamente dedurre l’appartenenza alla Stasi”. Un viaggio in particolare torna, nei racconti degli untori: quello in Polonia nel 1981, quando al ritorno le trovarono addirittura dei volantini di Solidarnosc, il sindacato anticomunista di Lech Walesa. Perché non le successe nulla? Per due motivi, azzarda Knabe: perché era in un visita ufficiale con il dipartimento della sua università. E perché era un membro della Fdj, della Gioventù comunista. E un’ altra ossessione che ritorna spesso nei complottisti è che Merkel fosse responsabile per la Propaganda in quell’organizzazione giovanile. Dunque, di default, una spia. Anche questa è una sciocchezza, argomenta Knabe, così come la presunta notizia che sarebbe stata incaricata di sorvegliare il grande dissidente Robert Havemann. Oppure che fosse letteralmente circondata da spie. E quindi, inevitabilmente, un’informatrice informale anche lei. Invece, argomenta Knabe, il fatto che nessuno di loro l’abbia mai menzionata come collega fa pensare che davvero non lo fosse. Infine, il presunto nome di copertura, Erika. Anch’esso è una bufala. Sarebbe tratto da un romanzo su di lei, “Roberts Reise”, scritto da un ex spia. Peccato che la protagonista di quel romanzo, una scienziata alle prese col dottorato, non si chiami Erika, ma Renate.
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TITOLO: Chernobyl: "Qui c'è stata una tragedia, abbiate rispetto", il monito del creatore della serie tv
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OCCHIELLO: Selfie e pose sconvenienti stanno diventando l'ordine del giorno. Secondo dati diffusi dalla Cnn , dopo la trasmissione a maggio della miniserie, sul sito le visite sono aumentate del 35% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno
TESTO: Per questo motivo è intervenuto lo stesso creatore della serie, Craig Mazin, su Twitter: "E' magnifico che la serie abbia generato un'ondata di turismo nella zona di esclusione, ma ho visto alcune delle foto in circolazione. Se la visitate, per cortesia ricordatevi che una terribile tragedia è successa proprio lì. Comportatevi con rispetto per tutti coloro che hanno sofferto e che si sono sacrificati" e ha invitato i visitatori al rispetto e al contegno. 'Chernobyl' è una miniserie televisiva statunitense e britannica creata e scritta da Mazin, diretta da Johan Renck, con 5 puntate da 60-70 minuti che raccontano la storia del disastro di Chernobyl a oltre 30 anni dall'accaduto, seguendo gli uomini e le donne che si sono sacrificati per salvare l'Europa da un disastro nucleare. La maggior parte dei turisti affluiti nelle ultime settimane, si mettono in posa in luoghi di morte e devastazione come se fossero su un set fotografico, sfoggiando anche pose sexy, in alcuni casi quasi nudi, presentandoli come scatti artistici. Oggi l'area compresa entro i 30 km dal luogo dell'incidente alla centrale di Chernobyl è conosciuta come "zona di eclusione": il suo accesso è strettamente regolato e sulla carta è vietato viverci o svolgere attività commerciali. Un'eccezione riguarda i frequenti tour turistici organizzati da vari operatori, di un giorno o più giorni, che da quest'estate saranno anche dedicati specificamente ai luoghi della serie Hbo.
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TITOLO: Francia: separati dalla guerra, si ritrovano dopo 75 anni. La storia d'amore di Jeanine e Kara
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OCCHIELLO: Lui è un veterano americano della Seconda Guerra Mondiale. Lei un'elegante signora che vive in una casa di riposo a Montigny-lès-Metz. 75 anni fa si sono incontrati a Briey. Si sono innamorati e poi separati. L'8 giugno Jeanine e Kara si sono ritrovati
TESTO: Jeanine Pierson aveva 17 anni quando incontrò "il bel soldato" Kara Troy Robbins nella cittadina di Briey, nel Dipartimento della Meurthe e Mosella. Era il 1944. L'esercito americano avanzava verso Est. Robbins, che allora aveva 23 anni, era in licenza e incontra il fratello più piccolo di Jeanine: "Stava cercando qualcuno che gli lavasse i vestiti", ricorda Jeanine "Mia madre accettò di aiutarlo. " E sbocciò l'amore. Il primo grande amore. Che durò troppo poco: due mesi. Kara Troy dovette partire e una notte all'improvviso scomparve e non ritornò mai più. Jeanine e Kara Troy ora hanno rispettivamente 92 e 98 anni. Sposati entrambi, sono rimasti vedovi. Si sono ritrovati dopo 75 anni grazie alla commemorazione dello sbarco in Normandia e all'emittente France 2, che dopo avere intervistato Robbins in America in vista delle celebrazioni, e avere raccolto il racconto della sua storia d'amore, è andata alla ricerca di Jeanine. Quando Robbins è arrivato in Francia per presenziare all'anniversario, ad attenderlo c'era lei. Non ci poteva credere, "pensavo che fosse morta". Le telecamere hanno ripreso il loro abbraccio e le loro lacrime. Lui dichiara che non l'aveva mai dimenticata. Il filmato ha fatto il giro del mondo suscitando commozione.
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TITOLO: Tensione nel Golfo Persico, chi ha interesse allo scontro
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OCCHIELLO: L'attacco alle due petroliere potrebbe essere una nuova provocazione e dare il via a una escalation imprevedibile
TESTO: L'altra fazione che vedrebbe con soddisfazione una nuova escalation è naturalmente quella dell'Arabia Saudita, che vedrebbe con piacere ogni contributo alla tensione purché ovviamente compiuto "con falsa bandiera", cioè non attribuito direttamente alla monarchia. Difficilmente Riyadh potrebbe contare sull'entusiasmo degli alleati emiratini: al contrario dell'Arabia, gli Emirati non hanno una conduttura che permetta di vendere grandi quantità di greggio fuori del Golfo. In altre parole, un blocco sul Golfo sarebbe una catastrofe mondiale, strangolerebbe l'Iran ma metterebbe in seria difficoltà anche gli Emirati, mentre Riyadh potrebbe reggere, almeno per un breve periodo, con il terminale di Yanbu sul mar Rosso, finora sottoutilizzato. C'è infine una terza possibile spiegazione, avanzata anche nelle scorse settimane dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif: secondo il capo della diplomazia di Teheran il tempismo dell'attacco è quanto meno "sospetto". L'ipotesi che Zarif propone è quella di una manovra di Israele, destinata proprio a rovesciare le responsabilità sulla Repubblica islamica e aumentarne così l'isolamento internazionale.
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TITOLO: Hong Kong, torna la calma ma le polemiche non si placano. La governatrice: "Si va avanti"
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OCCHIELLO: Torna incerto l'esame della legge su estradizioni in Cina dopo le proteste di massa contro la norma
TESTO: HONG KONG - Il giorno dopo le barricate, i lacrimogeni, gli scontri, il centro di Hong Kong sembra tornato alla normalità. Le strade di Admiralty attorno ai palazzi del potere, che ieri sono state prima occupate da decine di migliaia di giovani e poi sgomberate con la forza dalla polizia, sono state liberate dai blocchi e restituite alla automobili. Al momento resta solo qualche decina di irriducibili con le mascherine a tenere alti i cartelli “Retract”, ritirare la legge sull’estradizione verso la Cina, vista come una minaccia per l’autonomia della città. Le polemiche però, su quanto accaduto ieri e sulla norma contestata, non si placano. Il campo democratico ha condannato l’eccessiva violenza usata dalla polizia, che per la prima volta nella storia di Hong Kong ha sparato dei proiettili di gomma su una folla di manifestanti. “La maggior parte delle persone erano giovani disarmati”, ha detto il presidente del Partito democratico Wu Chi-wai. Ovviamente la versione delle autorità è diversa: di fronte a una “sommossa”, come l’ha definita la Chief e executive filo-cinese Carrie Lam, è stato necessario reagire. I feriti risultano 79, di cui due considerati gravi. Il più giovane ha 15 anni. Ci sarebbero stati almeno due arresti.
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TITOLO: Charlie Hebdo, vignetta sessista sui Mondiali femminili
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OCCHIELLO: La copertina della rivista mostra una donna nuda con un pallone incastrato nella vagina
TESTO: PARIGI - Fedeli alla loro reputazione, i vignettisti di Charlie Hebdo ne hanno combinato un'altra delle loro. Questa volta, la copertina che provoca scandalo è dedicata al Mondiale femminile che si sta giocando in Francia. L'immagine è quella di una donna nuda che ha un pallone incastrato nella vagina. "Ne mangeremo per un mese", è il titolo che accompagna il disegno del vignettista Biche, ispirato al famoso quadro di Courbet "L'origine del mondo". Ad aprire le polemiche è stata la redazione di CNews, il canale di informazione del gruppo Vivendi, con il giornalista sportivo Pascal Praud che si è rifiutato di mostrare il disegno in diretta. "E' di una volgarità inaudita! " si è giustificato Praud. E su questo ha senz'altro ragione, anche a giudicare dalle aspre critiche pubblicate sui social contro la rappresentazione delle donne e in particolare delle calciatrici impegnate nelle gare di questi giorni. In Francia però molti sono abituati al famoso "esprit Charlie", irriverente, disturbante e politicamente scorretto. E così altre trasmissioni francesi hanno invece mostrato la copertina del settimanale satirico, aprendo il dibattito. La centrocampista americana Samantha Mewis ha commentato: "Ovviamente non è il tipo di articolo che avremmo voluto vedere. Spero che attraverso il nostro gioco, le persone capiscano che quello stiamo facendo è fantastico, e che meritiamo rispetto". Meno dura la reazione dell'ex calciatrice francese Laure Boulleau. "Se dovessi dire che la vignetta mi ha fatto ridere, direi di no. Ma non importa - prosegue Boulleau - non sono scioccata più di tanto. Non mi fa ridere ma potrebbe far ridere altri. E' così che libertà di espressione continua ad avanzare". Molti sottolineano la necessità di difendere la satira in un momento in cui è sempre più minacciata. Il ricordo degli attentati contro i vignettisti di Charlie Hebdo nel 2015 è ancora vivo. E così la popolare conduttrice sportiva Nathalie Iannetta cerca di assolvere il vignettista accusato di sesssimo perché, spiega, "non è la stessa cosa essere insultate o finire al centro di una caricatura". La redazione di SoFoot fa notare in un lungo articolo come non sia la prima volta che Charlie decida di attaccare, anche in modo pesante, tifosi e sportivi. Ai tempi dei Mondiali del 1998 il giornale satirico aveva mandato in edicola un numero speciale intitolato: "L'orrore calcistico, il supplizio dei Mondiali". Nel 2016 l'idolo Antoine Griezmann era stato disegnato come un enorme vibratore. Nel suo editoriale di questa settimana, il direttore della rivista Riss accompagna il disegno dello scandalo, chiedendosi se "il calcio femminile dovrà partecipare all'abbrutimento delle folle per essere preso sul serio alla pari di quello maschile". E per paradosso, quando vennero uccisi i famosi vignettisti di Charlie, da Wolinski a Cabu, la solidarietà arrivò anche dal mondo del calcio, con giocatori che indossarono la maglietta "Je suis Charlie".
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TITOLO: Gran Bretagna, all'asta statua di Tutankhamon. L'Egitto: "No alla vendita. E' stata rubata"
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OCCHIELLO: Il Cairo chiede a Christie's di bloccare tutto. La testa di quarzite sarà battuta il prossimo mese a Londra
TESTO: LONDRA. Tutankhamon potrebbe far scoppiare un caso diplomatico tra Regno Unito ed Egitto. E non è l’ennesima maledizione di chi sostiene che la sua mummia punisca severamente chiunque la disturbi. Stavolta si tratta una testa di quarzite scura, altezza circa 29 centimetri, parte di una statua della divinità egizia Amon-Ra, con i lineamenti facciali proprio del giovane e leggendario faraone. Un’opera di assoluto rilievo risalente a circa tremila anni fa, che andrà in asta a Londra per Christie’s il prossimo 4 luglio e che, secondo le prime stime, dovrebbe raccogliere circa 5 milioni di euro. Insomma, un tesoro archeologico, in ogni aspetto. Ma c’è un problema: l’Egitto sostiene che la statua sia stata rubata. Già, proprio così. Secondo le autorità del Cairo, questo piccolo Tutankhamon sarebbe stato trafugato negli anni Settanta dal Complesso templare di Karnak, dove si trova anche il Grande tempio di Amon, poco fuori la città di Luxor. “Faremo di tutto per fermare immediatamente l’asta”, ha dichiarato Mustafa Waziri, a capo del Consiglio supremo egiziano che si occupa delle Antichità e del patrimonio archeologico del Cairo: “Bisogna prima controllare l’origine di questo Tutankhamon. " Secondo Zahi Hawass, 72 anni, ex ministro delle Antichità, istituzione mondiale tra gli studiosi dell’Antico Egitto (ha ricostruito anche la genealogia di Tutankhamon) nonché l’archeologo più famoso di tutto il Paese, “è impossibile che Christie’s possegga i documenti per mostrare che abbia acquisito legalmente la statua” ha commentato in questi giorni dopo che il caso è partito proprio da una sua denuncia, “la casa d’aste non avrà mai le prove. Sarebbe quindi moralmente giusto che l’opera d’arte torni in Egitto”, le cui autorità già invocano l’aiuto dell’Interpol. Ma Christie’s non molla e difende l’asta della statua che appartiene alla collezione privata Resandro insieme ad altri reperti provenienti dall’Egitto ma anche dall’antica Roma: “Quest’opera”, quella di Tutankhamon, “è stata acquisita nel 1985 da Heinz Herzer, un mercante d’arte di Monaco”, ha stabilito un portavoce, “precedentemente un altro mercante, l’austriaco Joseph Messina l’aveva ottenuto dal Principe Guglielmo di Thurn und Taxis, che l’avrebbe posseduto sin dagli anni Sessanta del Novecento”. Insomma, prima del presunto furto dell’opera, aggiungendo però che “questo tipo di reperti non possono essere tracciati per millenni e comunque Christie’s è in prima linea nella difesa del patrimonio culturale e archeologico mondiale”. Ma Waziri non ci sta: “Christie’s può dire quello che vuole. Ma dalle foto quella statua potrebbe provenire da Karnak e quindi dobbiamo prima appurarne l’origine. Faremo il possibile per bloccare l’asta di Londra”. Eppure era stato proprio un archeologo britannico, Howard Carter, a scoprire la tomba praticamente intatta di Tutankhamon nel 1922, un evento colossale che spalancò così le porte al rinnovato mito dell’Antico Egitto oltre a un fiume di turisti e soldi per il Cairo. Ma stavolta non è tempo di riconoscenza.
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TITOLO: Assange, il governo inglese dà il via libera all'estradizione negli Usa
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OCCHIELLO: Ma la decisione finale spetta al giudice
TESTO: LONDRA – L’estradizione negli Stati Uniti è più vicina per Julian Assange. Il ministro degli Interni britannico Sajid Javid ha reso noto stamane di avere firmato la richiesta di estradizione nei confronti del fondatore di Wikileaks presentata dal dipartimento della Giustizia americano. A maggio Assange era già stato incriminato per violazione dell’Espionage Act e per aver cospirato nell’azione di hackeraggio di un computer governativo in relazione alla guerra in Afghanistan e in Iraq. “Ora la parola è al tribunale”, afferma il ministro Javid. “Ma Assange è giustamente dietro le sbarre, c’è una legittima richiesta di estradizione e io l’ho firmata. Vogliamo che sia fatta giustizia”. Domani è prevista la prima udienza davanti a un giudice di Londra per decidere se l’estradizione, approvata dal governo del Regno Unito, può effettivamente essere concessa. La corte doveva riunirsi già la settimana scorsa, ma Assange era risultato malato e impossibilitato a partecipare al dibattimento, che è stato perciò rinviato a questo venerdì. A seconda delle condizioni di salute dell’imputato, il giudice valuterà se l’udienza è possibile e se potrà svolgersi in tribunale o presso la Belmarsh Prison, il carcere in cui è rinchiuso il giornalista australiano. In un primo tempo anche la Svezia sembrava in procinto di richiedere l’estradizione di Assange per accuse di stupro. Era stata proprio questa causa a provocare il primo processo di estradizione, che si era concluso con la sentenza che approvava il suo trasferimento a Stoccolma, non avvenuto perché Assange aveva ottenuto asilo politico dall’Ecuador, restando per sette anni chiuso nell’ambasciata del Paese latinoamericano a Londra: asilo politico che gli è stato tolto recentemente, permettendo alla polizia britannica di entrare nella sede diplomatica e arrestarlo. Successivamente un tribunale lo ha condannato a 50 settimane di carcere per violazione dei termini della libertà vigilata che gli era stata concessa durante il processo. Ora, tuttavia, una corte svedese ha bloccato la richiesta di estradizione, sostenendo che Assange potrebbe essere interrogato anche a Londra e non è dunque necessario farlo arrivare a Stoccolma per decidere se debba essere incriminato o meno per le accuse di abusi sessuali. Accuse che il fondatore di Wikileaks ha sempre respinto, sostenendo di essere innocente e definendole una montatura con il vero scopo di farlo poi estradare in America. Svanita per il momento la necessità di estradarlo in Svezia, è dunque l’estradizione negli Stati Uniti a ricevere la priorità. “La parola definitiva spetta al tribunale”, ripete Javid, “ma il ministro degli Interni aveva un ruolo importante da giocare e così è stato fatto”. Una decisione, la sua, forse non estranea alla candidatura a leader del partito conservatore e primo ministro nelle “primarie” dei Tories che proprio oggi hanno il primo giro di votazioni: un modo per attirare l’attenzione su di sé, per dimostrarsi amico dell’America e per mostrare il pugno di ferro. L’ex-direttore del Guardian Alan Rusbridger, che all’epoca contribuì a diffondere le rivelazioni di Wikileaks sull’operato delle forze americane in Afghanistan e Iraq, ha dichiarato nei giorni scorsi che processare Assange negli Usa per spionaggio sarebbe “una grave minaccia alla libertà di stampa”.
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TITOLO: In Germania i pulcini maschi potranno ancora essere uccisi
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OCCHIELLO: Gli allevatori non interessati al test pre-nascita potranno continuare a sopprimerli. Ogni anno nel paese vengono uccisi 45 milioni di pulcini
TESTO: BRUTTE notizie per i pulcini maschi in Germania: fino all'introduzione di tecniche alternative per la determinazione del sesso negli incubatori di uova, prima che esse si schiudano, per una sentenza del Tribunale di Lipsia potranno continuare ad essere uccisi. La sentenza arriva dopo una causa intentata dagli animalisti, secondo cui uccidere i pulcini maschi dopo la loro nascita non è conforme alla legislazione tedesca a tutela degli animali. Non essendo utili per la produzione di uova, non appena nati vengono soppressi: è il destino che in Germania tocca ad almeno 45 milioni di pulcini all'anno. Una sofferenza che però i teneri animaletti, colpevoli solo del fatto di non poter deporre uova e quindi di non essere utili al ciclo produttivo, devono continuare a subire. Proprio in Germania hanno debuttato lo scorso gennaio le uova Respeggt, processate in base a un sistema in grado di individuare il sesso del pulcino nascituro così da evitare la ''strage'' degli esemplari maschi. Nel 2016 il governo tedesco aveva dato il via libera alla sperimentazione dell'incubatrice per la quale sono stati stanziati 5 milioni di euro. Le uova erano già state immesse sul mercato. Ora la sentenza del Tribunale di Lipsia autorizza di fatto gli allevatori, non interessati all'investimento a causa dei costi, a proseguire lo sterminio.
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TITOLO: Charlie Hebdo, vignetta sessista sui Mondiali femminili
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OCCHIELLO: La copertina della rivista mostra una donna nuda con un pallone incastrato nella vagina
TESTO: PARIGI - Fedeli alla loro reputazione, i vignettisti di Charlie Hebdo ne hanno combinata un'altra delle loro. Questa volta, la copertina che provoca scandalo è dedicata al Mondiale femminile che si sta giocando in Francia. L'immagine è quella di una donna nuda che ha un pallone incastrato nella vagina. "Ne mangeremo per un mese", è il titolo che accompagna il disegno del vignettista Biche, ispirato al famoso quadro di Courbet "L'origine del mondo". Ad aprire le polemiche è stata la redazione di CNews, il canale di informazione del gruppo Vivendi, con il giornalista sportivo Pascal Praud che si è rifiutato di mostrare il disegno in diretta. "E' di una volgarità inaudita! " si è giustificato Praud. E su questo ha senz'altro ragione, anche a giudicare dalle aspre critiche pubblicate sui social contro la rappresentazione delle donne e in particolare delle calciatrici impegnate nelle gare di questi giorni. In Francia però molti sono abituati al famoso "esprit Charlie", irriverente, disturbante e politicamente scorretto. E così altre trasmissioni francesi hanno invece mostrato la copertina del settimanale satirico, aprendo il dibattito. La centrocampista americana Samantha Mewis ha commentato: "Ovviamente non è il tipo di articolo che avremmo voluto vedere. Spero che attraverso il nostro gioco, le persone capiscano che quello stiamo facendo è fantastico, e che meritiamo rispetto". Meno dura la reazione dell'ex calciatrice francese Laure Boulleau. "Se dovessi dire che la vignetta mi ha fatto ridere, direi di no. Ma non importa - prosegue Boulleau - non sono scioccata più di tanto. Non mi fa ridere ma potrebbe far ridere altri. E' così che libertà di espressione continua ad avanzare". Molti sottolineano la necessità di difendere la satira in un momento in cui è sempre più minacciata. Il ricordo degli attentati contro i vignettisti di Charlie Hebdo nel 2015 è ancora vivo. E così la popolare conduttrice sportiva Nathalie Iannetta cerca di assolvere il vignettista accusato di sesssimo perché, spiega, "non è la stessa cosa essere insultate o finire al centro di una caricatura". La redazione di SoFoot fa notare in un lungo articolo come non sia la prima volta che Charlie decida di attaccare, anche in modo pesante, tifosi e sportivi. Ai tempi dei Mondiali del 1998 il giornale satirico aveva mandato in edicola un numero speciale intitolato: "L'orrore calcistico, il supplizio dei Mondiali". Nel 2016 l'idolo Antoine Griezmann era stato disegnato come un enorme vibratore. Nel suo editoriale di questa settimana, il direttore della rivista Riss accompagna il disegno dello scandalo, chiedendosi se "il calcio femminile dovrà partecipare all'abbrutimento delle folle per essere preso sul serio alla pari di quello maschile". E per paradosso, quando vennero uccisi i famosi vignettisti di Charlie, da Wolinski a Cabu, la solidarietà arrivò anche dal mondo del calcio, con giocatori che indossarono la maglietta "Je suis Charlie".
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TITOLO: Golfo dell'Oman, due petroliere a fuoco. Una delle navi: "Colpiti da un siluro"
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OCCHIELLO: I 44 membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo dalla Marina iraniana e dalla marina militare americana, che ha inviato sul posto la Quinta Flotta. Gli Usa accusano l'Iran. Mosca: "No a conclusioni affrettate". Riunione urgente del consiglio di sicurezza dell'Onu. Un mese...
TESTO: Le cause dell'incidente non sono ancora note, ma il segretario di stato Usa Mike Pompeo nella serata di giovedì ha accusato l'Iran per l'attacco: "Sono loro i responsabili, per colpire gli alleati degli Stati Uniti. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell'Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica", ha detto Pompeo, anche se la Russia frena: "Nessuno ha informazioni sulle cause di questi incidenti e cosa ci sia dietro e quindi non si possono trarre conclusioni avventate", ha detto il portavoce del presidente russo Dmitri Peskov. Ma l'Iran nega ogni responsabilità. L'Iran, ha comunicato la missione iraniana all'Onu, "respinge categoricamente" le affermazioni degli Usa della responsabilità di Teheran per gli ultimi attacchi alle petroliere. E "condanna nei temi termini più forti" tali affermazioni. "La guerra economica degli Stati Uniti e il terrorismo contro il popolo iraniano, nonché la loro massiccia presenza militare nella regione sono stati e continuano ad essere le principali fonti di insicurezza e instabilità nel Golfo Persico". Subito dopo l'attacco il ministro del Commercio nipponico, Hiroshige Seko, aveva detto che "le due petroliere nel Golfo di Oman sono state attaccate", confermando che le due imbarcazioni trasportavano carichi "collegati al Giappone". "Ho avuto informazioni che le due navi con carico diretto in Giappone sono state attaccate vicino allo Stretto di Hormuz", ha detto Seko. L'incidente coincide con il quarto e ultimo giorno della visita in Iran del premier giapponese Shinzo Abe, primo leader nipponico in visita dal 1979, che sta tentando di trovare una mediazione sul dossier nucleare tra Iran e Stati Uniti. "Almeno una delle due petroliere sarebbe stata colpita da un siluro", così riporta il quotidiano britannico Telegraph, che cita la compagnia petrolifera statale taiwanese. La nave in questione è la Front Altair, di proprietà norvegese. L'altra petroliera, la Kokuka Courageous, battente bandiera panamense, è stata danneggiata in un "sospetto attacco" che ha aperto uno squarcio nello scafo sopra la linea di galleggiamento.
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TITOLO: Polizia uccide un 20enne afroamericano, proteste e guerriglia urbana a Memphis
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OCCHIELLO: Secondo la versione della polizia, il giovane era ricercato e stava cercando di scappare, armato. Ma i familiari e alcuni testimoni contestano la ricostruzione degli agenti. Il cugino: "Gli hanno sparato 20 colpi". Negli scontri nella notte sono rimasti feriti 25 agenti e tre...
TESTO: Notte di tensione e scontri a Memphis, nello stato del Tennessee, dopo che un agente della task force regionale dei Marshals, un'agenzia federale di polizia penitenziaria, ha ucciso un ragazzo afroamericano, Brandon Webber, 20 anni, in un quartiere operaio della città, Frayser. L'uomo, scrive il quotidiano locale Daily Memphian, sarebbe stato raggiunto da venti colpi d'arma da fuoco, secondo quanto hanno raccontato il cugino della vittima e alcuni testimoni, ma la ricostruzione della vicenda viene contestata dalla polizia. Stando a quanto riportato da Reuters, poco prima della sparatoria mortale, Webber avrebbe pubblicato un video su Facebook Live mentre si trovava in automobile. Dopo aver avvistato una volante della polizia nei paraggi, il giovane si sarebbe rivolto alla camera avvisando: "Have to kill me" ("Devono uccidermi"). Il video sembra sia stato poi rimosso dalla sua pagina Facebook. L'assassinio ha scatenato le proteste dei cittadini che si sono radunati nella notte tra mercoledì e giovedì e hanno lanciato pietre e mattoni contro le forze dell'ordine: al momento il bilancio è di 25 agenti e due giornalisti feriti e tre persone arrestate.
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TITOLO: Tensione nel Golfo Persico, chi ha interesse allo scontro
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OCCHIELLO: L'attacco alle due petroliere potrebbe essere una nuova provocazione e dare il via a una escalation imprevedibile
TESTO: L'altra fazione che vedrebbe con piacere una nuova escalation è naturalmente quella dell'Arabia Saudita, rivale dell'Iran. Ma Riyadh difficilmente prenderebbe in considerazione un intervento, se non compiuto "con falsa bandiera", cioè non attribuito direttamente alla monarchia. Difficilmente la monarchia saudita potrebbe contare sull'entusiasmo degli alleati emiratini: al contrario dell'Arabia, gli Emirati non hanno una conduttura che permetta di vendere grandi quantità di greggio fuori del Golfo. In altre parole, un blocco sul Golfo sarebbe una catastrofe mondiale, strangolerebbe l'Iran ma metterebbe in seria difficoltà anche gli Emirati, mentre Riyadh potrebbe reggere, almeno per un breve periodo, con il terminale di Yanbu sul mar Rosso, finora sottoutilizzato. C'è infine una terza possibile spiegazione, avanzata anche nelle scorse settimane dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif: secondo il capo della diplomazia di Teheran il tempismo dell'attacco è quanto meno "sospetto". L'ipotesi che Zarif propone è quella di una manovra di Israele, anche questa con falsa bandiera, destinata proprio a rovesciare le responsabilità sulla Repubblica islamica e aumentarne così l'isolamento internazionale.
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TITOLO: Il riscaldamento della Terra causò un'estinzione di massa già 180 milioni di anni fa
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OCCHIELLO: Studio italiano corrobora questa teoria: fa emergere che circa 180 milioni di anni fa, nel Giurassico inferiore, un'intensa attività vulcanica provocò l'immissione nell'atmosfera di grande quantità di anidride carbonica che causò un aumento delle temperature, fino a 7 C, su...
TESTO: FIRENZE - E' già successo in passato e ora aumentano le prove che lo dimostrano: il riscaldamento del clima ha conseguenze devastanti per la biodiversità del pianeta. Anzi, ha avuto visto che il nuovo studio realizzato dai ricercatori dell'Università di Firenze mostra che uno sconvolgimento del clima con un riscaldamento repentino di oltre sette gradi, ha comportato, nel periodo Giurassico inferiore, una generalizzata scomparsa di specie viventi dalla faccia del pianeta. Lo studio realizzato da Silvia Danise, ricercatrice di Paleontologia e paleoecologia dell'Università di Firenze, e da ricercatori del Museo di Storia Naturale svedese e del Museo di Storia Naturale di Londra è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Geoscience. Emerge che circa 180 milioni di anni fa un'intensa attività vulcanica provocò l'immissione nell'atmosfera di grande quantità di anidride carbonica che causò un aumento delle temperature, fino a 7 C, su tutto il pianeta. I ricercatori hanno ricostruito per la prima volta la successione degli effetti sugli ecosistemi terrestri studiando i resti del polline e delle spore che si sedimentarono nei fondali marini giurassici e che ora affiorano sulle scogliere della costa nord-orientale del Regno Unito. "Abbiamo osservato che già dalle prime fasi dell'attività vulcanica, ancor prima del raggiungimento del picco di riscaldamento, si ebbe una crisi di biodiversità - spiega Silvia Danise - e dense foreste lussureggianti di conifere e felci vennero sostituite da poche specie, adatte a climi aridi e caratterizzati da forte siccità". Lo studio si è basato sull'analisi di spore e polline delle piante che, trasportati dal vento, sono confluiti nei sedimenti marini costieri, poi fossilizzati. Questa condizione rappresenta un vantaggio per gli studiosi perchè la stratificazione congiunta di reperti relativi all'ambiente terrestre e degli oceani permette di confrontare direttamente i cambiamenti sui due ambienti. "La crisi di biodiversità sulla terraferma anticipò quella marina - racconta la ricercatrice -. Il plancton proveniente dalle stesse rocce indica infatti che negli oceani essa avvenne successivamente e coincise con il picco delle temperature, quando fioriture algali innescarono la creazione di zone a basso tenore di ossigeno negli oceani; ciò provocò anche l'estinzione di molte specie marine". Si tratta di un dato significativo - commenta la ricercatrice -, perché "suggerisce che gli ecosistemi terrestri sono più vulnerabili degli oceani alle prime fasi di cambiamento climatico". "Episodi di riscaldamento globale si sono verificati più volte nella storia geologica del nostro pianeta - conclude Danise - Lo studio della risposta degli ecosistemi a tali eventi ci può dare importanti informazioni per comprendere le conseguenze a lungo termine dei cambiamenti climatici e della crisi di biodiversità attuali".
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TITOLO: Hong Kong: il governo si divide e pensa a un rinvio della discussione sulla legge per l'estradizione
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OCCHIELLO: La Chief executive Carrie Lam resta inflessibile, ma diversi membri del campo governativo filo-Pechino chiedono una pausa. La Cina convoca un diplomatico Usa per proteste. Domenica un'altra grande manifestazione
TESTO: HONG KONG - Dopo un milione di persone scese per strada a protestare, dopo gli scontri di mercoledì tra la polizia e gli studenti, con una nuova marcia già programmata per domenica, il governo di Hong Kong mostra per la prima volta qualche segno di ripensamento rispetto alla legge sull'estradizione verso la Cina. Finora la Chief executive Carrie Lam è stata come suo costume inflessibile, rilanciando e anzi perfino accelerando l'iter della norma a ogni manifestazione di dissenso. Negli ultimi tre giorni però, quello dei disordini e i due successivi, le sedute del consiglio legislativo che avrebbero dovuto discuterla sono state cancellate. E oggi diversi membri di spicco del campo governativo filo-Pechino hanno suggerito una pausa. Tra di loro il più influente è Bernard Chan, membro del cabinetto di Lam: ''Credo che sia impossibile discutere (la proposta di legge, ndr) in un clima di confronto del genere - ha detto in una intervista radiofonica - come minimo dobbiamo evitare di accentuare l'antagonismo''. Sembra un riferimento alle durissime condanne indirizzate da Lam e dalla polizia agli studenti che mercoledì hanno occupato con le barricate le strade di Admiralty, definiti dei ''rivoltosi''. La legge sull'estradizione intanto sta diventando un nuovo fronte di scontro anche tra Cina e Stati Uniti. Oggi il ministero degli Esteri di Pechino ha annunciato di aver convocato un diplomatico americano, il vice capo missione Robert Forden, per una protesta formale contro le interferenze americane nelle sue questioni interne. Più che le parole di Trump sulla vicenda, molto generiche e poco informate, a scatenare la reazione del Partito comunista è stata una bozza di legge bipartisan presentata ieri al Congresso, che obbligherebbe il Segretario di Stato a certificare l'autonomia di Hong Kong ogni anno, per giustificare lo status speciale concesso nei suoi confronti. "Non è una buona cosa che gli Stati Uniti si immischino negli affari di Honk Kong - ha detto un portavoce del ministero cinese - non abbiamo paura di minacce o intimidazioni" Il South China Morning Post scrive che nel governo è in corso un acceso dibattito su come uscire da questo stallo e far scendere la tensione. In nessun caso, bisogna chiarirlo, si ipotizza di ritirare la legge, una marcia indietro che per Carrie Lam e i suoi avrebbe del clamoroso, oltre a costituire una enorme vittoria per i manifestanti. Una serie di esponenti del campo pro-Pechino chiedono piuttosto di metterla in pausa e ridiscuterla più a fondo, al limite modificandone alcune parti per renderla più digeribile per la città, mentre altri tengono la linea dura e spingono per viaggiare spediti verso l'approvazione. Dopo la marcia di domenica, il leader del consiglio legislativo aveva cerchiato sul calendario giovedì prossimo, il 20, come data limite per il via libera definitivo. Un termine imperativo che di certo non ha aiutato a rasserenare gli animi. Il campo democratico ha convocato una nuova marcia per domenica, con lo stesso percorso di quella che lo scorso weekend ha colorato di bianco le strade della citta, e uno sciopero per lunedì. Se approvata, la legge della discordia permetterebbe l'estradizione dei sospetti verso Paesi con cui al momento Hong Kong non ha accordi in materia. Tra questi c'e anche la Cina continentale, il cui sistema giudiziaario è piegato alle logiche del Partito comunista. Per le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato nei giorni scorsi, ma anche per buona parte della comunità d'affari internazionale e per diversi governi occidentali che sono intervenuti, la norma rapresenterebbe un attacco all'indipendenza di Hong Kong e al suo Stato di diritto. Carrie Lam invece l'ha definita necessaria per colmare un vuoto normativo, esplicitamente appoggiata dal governo cinese. Entrambi sembrano aver sottovalutato la reazione che questa norma poteva generare tra i cittadini: nei giorni scorsi si sono viste le più grandi manifestazioni nella storia recente della città, e scontri di una violenza senza precedenti. Un clima di tensione e di esasperazione, che se la legge dovesse essere spinta avanti potrebbero crescere ancora.
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TITOLO: Perse ex moglie e figlio nell'attentato di Nizza, muore di dolore
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OCCHIELLO: Tahar Mejri aveva visto la ex compagna morire il 14 luglio del 2016 travolta dal camion guidato contro la folla dal jihadista Mohamed Lahoueij-Bouhlel. Aveva vagato per due giorni in cerca del piccolo Kylan di 4 anni finché non seppe che aveva perso anche lui
TESTO: Il suo cuore non ha retto e quasi tre anni dopo aver perso nel terribile attentato della Promenade des Anglais, a Nizza, il figlioletto e la ex moglie, Tahar Mejri ha voluto seguire la stessa sorte: "Non aveva alcun istinto suicida - testimoniano quelli dell'Associazione delle vittime che lo conoscevano bene - ma si è lasciato morire, talmente era triste e svuotato". Tahar Mejri, 42 anni, aveva perso il figlio di 4 anni e la ex moglie il 14 luglio 2016 nell'attentato che fece 86 morti fra la gente che stava seguendo i fuochi d'artificio. "E' stata aperta un'inchiesta per verificare le cause della sua morte - ha detto Seloua Mensi, presidente dell'associazione Promenade des Anglais, di cui fanno parte i familiari delle vittime - ma per la famiglia è morto di dolore. Se non fosse stato musulmano, si sarebbe suicidato". Dopo aver visto morire la ex moglie, Olfa, uccisa dal camion guidato contro la folla dal jihadista Mohamed Lahoueij-Bouhlel, Taher Mejir aveva vagato due giorni per le strade di Nizza alla ricerca disperata del bambino, Kylan. Soltanto due giorni dopo, davanti a un ospedale della città, gli era stata comunicata la morte del piccolo. La sua disperazione commosse i media e i francesi, e da allora Taher andava in giro indossando sempre una t-shirt con la foto del figlio scomparso. L'uomo sarà sepolto a fianco del bambino in Tunisia, ha precisato Mensi.
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TITOLO: Lotta alla zanzara tigre, Bologna punta sui maschi sterili
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OCCHIELLO: Esperimento: 500 mila esemplari liberati dal Comune per bloccare la riproduzione
TESTO: BOLOGNA - A Bologna scatta la lotta biologica alla zanzara tigre: il Comune annuncia che sperimenterà l'introduzione di 500mila esemplari di maschi sterili per bloccare la proliferazione degli insetti. Un intervento che sarà scadenzato: comincerà lunedì 17 giugno e durerà 16 settimane (30mila esemplari immessi alla settimana). Sono le femmine di zanzara tigre a pungere e a provocare, nel migliore dei casi, un fastidioso prurito, e nel peggiore, la trasmissione di infezioni e virus potenzialmente pericolosi. Sono le femmine perché il sangue serve loro per far maturare le uova. Nell'area scelta per la sperimentazione - 40 ettari nel quartiere Navile - saranno immessi ogni settimana 30mila maschi sterili che, accoppiandosi con le femmine, le renderanno sterili a loro volta, annullando la necessità di pungere. Per questo è richiesta la collaborazione dei cittadini: per ridurre la densità di maschi fertili e aumentare l'efficacia della metodologia, sottolinea il Comune, sarà necessario trattare anche le aree private di questa zona con prodotti larvicidi specifici. Trattamenti che saranno effettuati in maniera gratuita, porta a porta, da personale del Centro Agricoltura Ambiente con tesserino di riconoscimento. Immettere maschi sterili, assicura l'amministrazione comunale, "non ha alcun impatto negativo sull'ambiente, sugli animali e sulla salute pubblica". Contestualmente ci saranno analisi per verificare l'efficacia del metodo e per calibrarne l'utilizzo nei prossimi anni.
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TITOLO: Hong Kong, sospesa la controversa legge sull'estradizione
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OCCHIELLO: L'annuncio della governatrice Carrie Lam
TESTO: HONG KONG – Carrie Lam la dura alla fine si piega. Al “no” di milioni di cittadini scesi in strada, alla combattività degli studenti mascherati, alla pressione della comunità legale e d’affari, ai dubbi del suo stesso campo pro-Pechino. Sabato pomeriggio alle 15 entra nell’auditorium del palazzo del governo, beve un sorso amaro di acqua e annuncia leggendo senza inclinazioni nella voce un testo scritto, prima in cantonese e poi in inglese, che la legge sull’estradizione è “sospesa, senza nessuna data ultima” per l’approvazione. “C’è stata una polarizzazione che ha fatto sorgere violenze, la priorità ora è ristabilire la calma, prevenire nuovi infortuni alla polizia e ai cittadini”, ha detto la chief executive di fronte a un’immagine dello skyline di Hong Kong, mentre fuori dal palazzo gruppi di manifestanti seguivano il suo discorso in streaming. “Abbiamo deciso di fare una pausa, riflettere e confrontarci con la società”. Una vittoria parziale per il campo pro democrazia, che vuole la legge ritirata per sempre. Una sconfitta completa per Carrie Lam, che si è ostinata fino all’ultimo a portarla avanti. Si piega, ma prova a non spezzarsi, di fronte alle domande dei giornalisti che le chiedono se ora si dimetterà, se riconosce i suoi errori, se chiederà scusa. Rivendica che la norma aveva “un obiettivo lodevole”, permettere l’estradizione verso Taiwan di un uomo accusato dell’omicidio della fidanzata, impedire che Hong Kong diventi un rifugio di criminali. Ammette che “non siamo stai efficaci a comunicare questi obiettivi”, ma l’autocritica si ferma lì. Non ritratta sulla definizione degli studenti come rivoltosi: “E’ una definizione data dalla polizia, che io supporto e condivido”. Difende l’operato degli agenti durante i disordini, spiegando che i ragazzi erano armati. E di certo non pensa alle dimissioni, rivendicando di aver agito nell’interesse di Hong Kong. Nessuna scusa. La versione ufficiale è che non c’è più urgenza di approvarla, visto che Taiwan ha annunciato che non l’avrebbe usata per chiedere l’estradizione dell’uomo. Peccato che questo Taiwan lo avesse detto già settimane fa. Nelle ultime ore la pressione nei confronti di Lam era arrivata anche da alcuni dei collaboratori più stretti e da esponenti del campo pro Pechino. Anche dal Partito comunista cinese? “Ho comunicato la decisione al governo cinese, che la condivide e la supporta”, si è limitata a dire Lam. In uno dei passaggi più significativi spiega che il ripensamento non è scattato dopo la pacifica marcia di domenica scorsa, quella che ha visto partecipare un milione di persone, ma dopo gli scontri di mercoledì tra polizia e studenti, riconoscendo di fatto che solo una protesta più aggressiva è riuscita nell’intento di bloccare la legge. Parole “pericolose”, sottolineano i parlamentari del campo pro democrazia, nella conferenza stampa che tengono subito dopo a pochi metri di distanza, all’interno del Consiglio legislativo. “Rifiutiamo la proposta di sospendere la legge – hanno detto alternandosi al microfono – deve essere ritirata”. La nuova marcia prevista per domani è confermata, “speriamo che la partecipazione sia ancora maggiore”. La domanda è se i cittadini di Hong Kong si accontenteranno di questo mezzo successo: il numero di persone per strada darà una prima risposta.
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TITOLO: Dramma in Gujarat, sette persone muoiono rimuovendo escrementi dalla vasca settica di un hotel
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OCCHIELLO: In India la rimozione manuale degli escrementi umani è una pratica vietata ma ancora comune. Le esalazioni uccidono circa 1370 persone l'anno
TESTO: BANGKOK – La legge lo vieta da sei anni, ma è pratica comune in India la rimozione manuale degli escrementi umani non trattati da fogne, servizi igienici, latrine e fosse settiche. E’ un lavoro lasciato sempre ai più poveri tra i fuoricasta “intoccabili”, e appartenevano a questa categoria anche le sette vittime dell’ultimo clamoroso incidente avvenuto venerdì sera in un noto hotel della città di Dabhoi in Gujarat. Tre di loro erano dipendenti dell’albergo, gli altri erano stati assunti a giornata per ripulire gli escrementi dei clienti raccolti nella profonda vasca settica fuori da ogni parametro igienico e privi di maschere o ossigeno. Il primo operaio armato di soli guanti è sceso restando in basso un tempo troppo lungo per non allarmare i compagni. Gli altri tre giornalieri – di certo poco pratici del mestiere - si sono calati tutti insieme per riportarlo fuori pensando fosse scivolato, ma i gas esalati all’interno erano talmente micidiali da asfissiare tutti. Evidentemente senza avere a loro volta idea di che cosa potesse essere successo, i tre dipendenti dell’albergo che avevano assistito all’intera operazione hanno infine compiuto lo stesso errore scendendo contemporaneamente nella fossa. Altri testimoni presenti interrogati successivamente hanno detto di aver capito che potevano essere tutti morti avvelenati dai gas e hanno avvisato i pompieri che con le maschere sono riusciti a riportare fuori i cadaveri. Il proprietario è stato per ora solo accusato di omicidio colposo a piede libero. Tragedie del genere non sono infrequenti e lo scorso anno 5 “scavenger” sono morti allo stesso modo ripulendo una fogna cittadina. Ma gli incidenti sono all’ordine del giorno in un paese che – secondo la Corte Suprema - ha 9 milioni di latrine pulite manualmente da un esercito di oltre 700mila fuoricasta e perfino membri poverissimi dei ceti più alti. Nonostante una severa legge del 2013 che definisce questo tipo di lavoro de-umanizzante, la pratica è così diffusa che perfino le Ferrovie dello Stato impiegano personale privo di attrezzature professionali per ripulire gli scarichi dei bagni lungo il percorso delle rotaie. Nella capitale New Delhi appena lo scorso anno 5 persone sono morte insieme al centro della città dopo essere scese nelle fogne intasate. Anche se non ci sono dati ufficiali, secondo alcune ricerche circa 1.370 persone perdono la vita ogni anno durante questo genere di lavoro. Secondo le organizzazioni umanitarie che si battono contro una pratica ancora diffusa da nord a sud, né la povertà né la mancanza di altri impieghi giustificano lo sfruttamento dei lavoratori per paghe misere senza offrire alcuna protezione. A monte – dicono – mancano leggi efficaci che impongano parametri igienici per ogni costruzione – dicono – e autorità che le facciano rispettare. Finché ci sarà un vuoto, nessun divieto formale fermerà questa piaga sociale.
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TITOLO: Barcellona, Colau riconfermata sindaca
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OCCHIELLO: Fondamentali per la riconferma l'appoggio del Partito socialista della Catalogna e di Manuel Valls, l'ex primo ministro francese. Protestano gli indipendentisti.
TESTO: Madrid nel frattempo vira a destra. Il nuovo sindaco della capitale spagnola è Jose Luis Martinez-Almeida, del partito Popolare, grazie ai voti dei liberali di Ciudadanos e dell'estrema destra di Vox. La candidata di Ciudadanos Begona Villacis è stata eletta vice sindaco. Dopo quattro anni di governo di Manuela Carmena, esponente di un movimento civico legato alla sinistra radicale di Podemos, si tratta di un netto cambio di direzione che segue le volontà popolari espresse dal voto del 26 maggio. I 15 consiglieri conquistati al voto dal Partito popolare, si sommano così agli 11 di Ciudadanos e ai 4 di Vox. La lista Mas Madrid della Carmena aveva ottenuto 19 consiglieri ma non aveva possibilità di creare alleanze di sinistra. A penalizzarla era stata probabilmente la vicinanza con Iñigo Errejón, l'ex braccio destro di Pablo Iglesias, in rotta con Podemos.
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TITOLO: Nuova Zelanda, terremoto magnitudo 7.4 nel Pacifico. Colpite isole Kermadec
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OCCHIELLO: Prima scossa 6.1 a Tonga. La protezione civile neozelandese ha escluso un allarme tsunami
TESTO: Un terremoto di magnitudo 7.2 ha colpito alle 0.54 ora italiana le isole Kermadec, arcipelago che fa capo alla Nuova Zelanda situato tra l'Isola del Nord - la settentrionale delle due isole "maggiori" neozelandesi e l'arcipelago di Tonga. Poco prima, alle 23.56, un terremoto di magnitudo 6.1 aveva colpito l'isola di Tonga, a 97 chilometri a nordest di Ohonua. L'epicentro a 10 chilometri di profondità. Non ci sono notizie di vittime o danni. Non c'è pericolo di tsunami dopo il sisma che ha colpito le isole Kermadec, un arcipelago a circa 872 chilometri dalla città neozelandese di Ngurunguru, con 1.400 abitanti. Lo ha precisato il ministero della Protezione civile neozelandese che inizialmente non aveva escluso la possibilità di un innalzamento, seppure contenuto, delle onde sulla costa. Le Kermadec sono disabitate, eccezion fatta per alcuni addetti alla conservazione del patrimonio naturale neozelandesi, che si trovano a Raoul Island, la più grande dell'arcipelago. Parte del cosiddetto anello di fuoco del Pacifico, le isole sono di fatto l'estremità di una serie di vulcani, alcuni dei quali attivi, e spesso colpiti da terremoti che superano magnitudo 7. Nel secolo in corso gli episodi più violenti si sono registrati nel 2006, 2007 e 2011.. .
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TITOLO: Hong Kong, in due milioni in piazza nonostante il ritiro della legge sull'estradizione
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OCCHIELLO: Chiedono le dimissioni della premier Carrie Lam: la norma è ancora lì, nessuno è sicuro che il governo non la ritiri fuori a sorpresa. A fine giornata le scuse della governatrice in una nota. "Domani la scarcerazione di Joshua Wong"
TESTO: HONG KONG - Visto da uno dei cavalcavia su Hennessy Road è un fiume nero senza fine. A destra, a sinistra, nelle vie laterali, dalle stazioni della metro. Soprattuto giovani, ma anche anziani e famiglie con i passeggini, sfidando un caldo umido che non fa prigionieri: domenica pomeriggio i cittadini di Hong Kong - due milioni secondo gli organizzatori - sono scesi in strada per protestare. Di nuovo, nonostante ieri la Chief executive Carrie Lam abbia “sospeso” la legge sull’estradizione verso la Cina. “Ritirare la legge”, e ora anche “Carrie Lam dimettiti” e “Non sparate agli studenti”. Sui cartelli le foto sono quelle degli scontri di mercoledì: la polizia che spruzza lo spray urticante contro i manifestanti mascherati, un ragazzo a terra colpito e insanguinato. “Devono prendersi la responsabilità per quello che è successo”, dice una ragazzina. Intanto, secondo quanto apprende la France Press, domani verrà scarcerato Joshua Wong, il leader del movimento degli ombrelli del 2014. Se sospendere la legge era un tentativo di tranquillizzare gli animi, non sembra insomma riuscito. “Hai sentito ieri Carrie Lam? Lei è quella dalla parte della ragione e noi del torto”, dice una signora mentre afferra un bicchiere di acqua ghiacciata offerta da un bar. “Deve almeno chiedere scusa”. Ma la netta impressione è che a tanti qui neppure le scuse bastino più. Le persone provano a rinfrescarsi in tutti i modi possibili, con ventagli, ventilatori, cerotti ghiacciati, versandosi l’acqua sulla testa. Per lunghi momenti, nelle strade più strette, non si avanza per nulla. Da Victoria Park il corteo procede lento verso Admiralty, il quartiere del governo e del consiglio legislativo che gli studenti avevano circondato, prima di essere sgomberati dalla polizia. Sulla strada c’è il centro commerciale di lusso di Pacific Place, dove ieri pomeriggio un uomo si è buttato giù per protesta, togliendosi la vita. Oggi molti portano dei fiori bianchi, e passando li lasciano lì davanti sul marciapiede. È diventato un campo a primavera. È come se Hong Kong si fosse di colpo risvegliata, dopo anni di apatia. La sospensione della legge poteva essere vista come una vittoria, convincere tanti a restare casa. E invece i motivi per essere qui, ad ascoltare tanti che sette giorni fa neppure c’erano, si sono moltiplicati: la norma è ancora lì, nessuno è sicuro che Lam non la ritiri fuori a sorpresa; gli studenti sono ancora ufficialmente dei “rivoltosi” che rischiano il carcere; nessuno si è preso la responsabilità per le violenze. “È come se lei sentisse che c’è del rumore ma non capisse cosa diciamo”, dice una ragazza di 20 anni che studia da infermiera. Ma stasera sarà difficile far finta di non aver sentito. Dopo tanta manifestazione di piazza, arrivano le scuse di Carrie Lam. La governatrice di Hong Kong ha infatti espresso le sue scuse ai manifestanti - e in generale a tutti i residenti dell'ex colonia britannica, per aver causato dispute e contrasti nella società, causando tristezza e disappunto. Lo si legge in un comunicato diffuso dal governo.
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TITOLO: Germania, arrestato un 45enne dell'ultradestra per l'omicidio di Walter Luebcke, il politico pro-migranti
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OCCHIELLO: L'esponente della Cdu dell'Assia era stato vittima di insulti anche dopo la sua morte. Il presunto killer è stato incastrato con la prova del Dna
TESTO: BERLINO - A due settimane dall'omicidio dell'esponente della Cdu dell'Assia, Walter Luebcke, la polizia ha arrestato a Kassel un uomo di 45 anni. Lo riferisce il Tegesspiegel citando fonti giudiziarie e di polizia, le quali hanno spiegato che l'uomo è stato incastrato con la prova del Dna. Gli inquirenti non hanno ancora diffuso informazioni riguardo al movente dell'omicidio. Stando a quanto riportato dalla Bild e dal Frankfurter Allgemeine, il 45enne sarebbe legato agli ambienti dell'ultradestra locale e avrebbe già commesso un crimine rilevante. L'indiscrezione legata al precedente grave reato non è stata però confermata dagli inquirenti. Il politico, che ricopriva il ruolo di presidente del distretto di Kassel, in passato era stato insultato e minacciato di morte da ambienti di estrema destra dopo alcune sue prese di posizione a favore di migranti e profughi. Anche dopo la sua morte Luebcke è stato oggetto di un'ondata di insulti in rete, il che ha provocato una vasta ondata di indignazione in Germania. Giovedì 13 giugno si erano celebrati i suoi funerali.
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TITOLO: Lo stop alle crociere Usa affossa l'economia di Cuba: bar e caffetterie dimezzano gli incassi
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OCCHIELLO: Il divieto di approdo a tutte le navi da crociera con turisti americani non ha colpito il regime ma 300 mila piccoli artigiani
TESTO: La colpa è del "rubio malo", come a L'Avana Vecchia chiamano Donald Trump. Il "biondo cattivo" e il suo decreto che dal 5 giugno sta strozzando la piccola e media economia di Cuba. Perché in realtà ordinare il divieto di approdo a tutte le navi da crociera con turisti americani non si è rivelato un colpo al regime ma a quei 300 mila piccoli artigiani che con i gringos e i loro dollari riuscivano finalmente a campare in modo decente. Dal giorno dell'entrata in vigore del provvedimento, le 100 " paladares" (bar e ristoranti privati) e le oltre 300 caffetterie gestite in proprio hanno dimezzato gli incassi. I croceristi sbarcavano al molo San Francisco, davanti alla piazza del Commercio, visitavano gli antichi depositi dello zucchero e da lì salivano verso calle Obispo fino alla tappa obbligata alla Floridita, vero termometro del turismo nella capitale cubana. Non bersi un daiquiri nel famoso bar di Hemingway significava non essere stati a L'Avana. Adesso tutto questo percorso, punteggiato da negozietti, bar, locali, trattorie con la musica che fa da sfondo, è un desolato deserto. "In dieci giorni", dice Luis Manuel Pérez al Pais, "abbiamo perduto oltre l'80 per cento degli affari". Come lui, gli altri 400 comproprietari delle auto d'epoca che girano per l'Avana, fanno fatica a contendersi i pochi turisti americani che hanno deciso di venire a Cuba via aereo. Il decreto Trump ha chiuso il programma "People to people", quello creato da Barack Obama quando inaugurò l'inizio del disgelo. Per la fragile economia cubana, le 17 compagnie di navigazione da crociera significavano l'arrivo della metà dei turisti che hanno visitato l'isola nel 2018 via mare. Le cancellazioni, confermano gli stessi armatori, americani e canadesi, riguardano 800 mila solo quest'anno. Sfuma così l'obiettivo di riuscire ad ospitare, per quest'anno, cinque milioni di arrivi. "Non è vero che il divieto colpisce il regime", osserva ancora Luis, "danneggia noi piccoli commercianti e imprenditori. Perfino i vetturini che facevano fare il giro della parte vecchia de l'Avana a bordo delle carrozzelle trainate dai cavalli sono a secco. Tutti ci dobbiamo inventare altro. Come sempre". L'anno scorso sono arrivati a Cuba 4,7 milioni di turisti, dei quali 800 mila a bordo delle crociere. Le navi lasciavano al governo 30 milioni di euro tra tasse portuali, diritti di attracco e percentuali alle agenzie statali. "Ma se si tiene conto che questa ondata ha portato all'economia diffusa 3 miliardi di dollari", ragiona Juan Tirana, ricercatore del Centro di Studi di Economia de l'Avana, "la cifra incassata dal regime è niente". Il crocerista, si sa, è un pessimo turista. Dorme a bordo e consuma poco. Ma i 100 dollari che spende mediamente ogni giorno finiscono ai piccoli commercianti e agli imprenditori privati di bar e ristoranti. Le conseguenze si fanno sentire proprio su questa fetta di popolazione che fa le acrobazie per svoltare il lunario: oggi può contare solo su 20 dollari.
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TITOLO: Primarie Tories: al dibattito televisivo tra i candidati del dopo May è assente Boris Johnson
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OCCHIELLO: In una partita che sembra già vinta dall'ex sindaco di Londra, si distingue l’outsider Rory Stewart, ministro dello Sviluppo Internazionale. I commenti della stampa inglese
TESTO: Domani, 18 giugno, seconda votazione: serviranno almeno 32 voti per non essere eliminati. Gli elettori continuano a essere i 313 deputati conservatori, che ridurranno ulteriormente il numero dei candidati sino a farne rimanere soltanto due. Il duello fra i due finalisti sarà invece deciso dai 160 mila membri del partito, che voteranno per posta, con il risultato annunciato soltanto dopo il 22 luglio. Sempre domani, altro dibattito tivù, stavolta sulla Bbc e con Boris Johnson partecipante. Se BoJo farà una figura peggiore della sua sedia vuota nel primo dibattito, l’equilibrio della competizione per diventare primo ministro potrebbe cambiare. Altrimenti, poiché non votano il pubblico in sala e neppure i telespettatori ma soltanto i militanti con tessera dei Tories, il biondo Bojo, reso più magro (di 5 chili) e con i capelli più corti dalla fidanzata, sembra predestinato a entrare a Downing Street, anche se nessuno sa cosa intenda davvero fare per mantenere la promessa di portare il Regno Unito fuori dalla Ue “Entro il 31 ottobre”. La sua forza, a detta di tutti, è che i 160 mila attivisti conservatori lo giudicano l’unico in grado di battere Nigel Farage e Jeremy Corbyn alle prossime elezioni, appuntamento che potrebbe essere molto vicino. Soltanto quando la Gran Bretagna andrà alle urne sapremo se gli altri 65 milioni di cittadini britannici la pensano allo stesso modo.
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TITOLO: La sfida dell'Iran: "Tra 10 giorni superiamo limiti di riserve uranio consentiti"
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OCCHIELLO: Teheran chiama in causa i Paesi europei, accusati di non aver salvaguardato l'accordo sul nucleare del 2015 dopo il ritiro unilaterale degli Usa un anno fa. "Se si muovono c'è ancora tempo"
TESTO: Teheran aveva già annunciato l'intenzione di non considerare più validi alcuni punti del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), il cosiddetto accordo sul nucleare, l'8 maggio scorso, un anno dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dall'intesa. Il presidente iraniano Hassan Rohani aveva dato ai Paesi firmatari (Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia) 60 giorni per attuare le loro promesse di proteggere il settore petrolifero e bancario dell'Iran dalle sanzioni statunitensi, ma finora gli sforzi dell'Europa non sono stati giudicati sufficienti da Teheran. Da qui l'escalation di tensione culminata nell'annuncio odierno. Nei giorni scorsi l'Agenzia internazionale per l'energia atomica aveva già confermato l'aumento della produzione di uranio arricchito da parte dell'Iran. A inizio maggio la Repubblica Islamica ha annunciato la decisione di sospendere la cessione all'estero dell'eccedenza di 300 chilogrammi di uranio arricchito al 3,67% e di 130 tonnellate di acqua pesante. La scelta dell'Iran arriva a pochi giorni dalla tensione nel golfo dell'Oman, con gli Stati Uniti che considerano Teheran responsabile degli attacchi avvenuti a due petroliere nella zona. Immediata la replica della Russia che tramite il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha spiegato che non c'è nulla di cui preoccuparsi, poichè l'Iran è uno dei Paesi più controllati dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea). Il Paese starebbe inoltre pienamente "rispettando gli impegni", presi nel quadro dell'accordo sul nucleare: "Una recente ispezione dell'Aiea e il relativo rapporto hanno constato che l'Iran sta assolvendo appieno i suoi obblighi e noi ci basiamo su questo". Nel frattempo la Gran Bretagna, tramite un portavoce della premier uscente Theresa May, si è dichiarata "pronta a tutte le opzioni necessarie" nel caso l'Iran non rispetti gli impegni presi in materia nucleare. Si è aggiunto al coro anche il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, minacciando nuove sanzioni nel caso di rottura dell'accordo. Più cauto il nuovo ambasciatore francese a Teheran, Philippe Thiébaud che, in un colloquio il 17 giugno con il presidente iraniano Hassan Rohani, ha riconosciuto che finora "L'Iran ha adempiuto a tutti i suoi obblighi nell'ambito dell'accordo". Inoltre ha assicurato che "La Francia non risparmia alcuno sforzo per proteggere l'intesa, che è sostenuta dalla comunità internazionale". In risposta Rohani ha avvertito che non rimane molto tempo all'Unione Europea per salvare l'accordo: "L'Ue ha un tempo limitato per adempiere ai suoi obblighi nel quadro dell'accordo sul nucleare, ed è meglio che si assuma le sue responsabilità nel poco tempo rimanente, altrimenti l'intesa crollerà".
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TITOLO: Valanga travolge quattro italiani in Pakistan: ferito il capo spedizione
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OCCHIELLO: Tarcisio Bellò, che viaggiava insieme con Luca Morellato, David Bergamin e Tino Toldo, avrebbe riportato delle lesioni. Un morto tra i tre pachistani che facevano parte della missione
TESTO: Una valanga ha travolto sette alpinisti - quattro italiani e tre pachistani - impegnati in una spedizione in Pakistan: un alpinista pachistano è morto, non ci sono vittime tra gli italiani ha confermato l'ambasciata italiana in Pakistan. Nell'incidente sarebbe rimasto ferito il capo spedizione, Tarcisio Bellò che è in vetta con Luca Morellato, David Bergamin e Tino Toldo. L'incidente è avvenuto nelle prime ore del mattino, a quota 5.300 metri nella valle di Ishkoman, nel distretto di Ghizer. L'esercito pachistano sta organizzando una missione di soccorso che però non partirà prima di domani a causa delle condizioni meteo e della lontananza della base dal luogo dell'incidente. I membri pachistani sono Nadeem, Shakeel e Imtiaz. L'incidente è avvenuto in una zona remota e le comunicazioni sono difficili. L'obiettivo della spedizione è una cima inviolata di circa 5.800 metri nell'area dell'Hindu Kush, individuata nel 2017 dall'alpinista Franz Rota Nodari, scomparso nel marzo del 2018 sul Concarena. A lui, oltre che a Daniele Nardi e Tom Ballard - morti nel febbraio scorso sul Nanga Parbat - è dedicata la spedizione guidata da Bellò.
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TITOLO: Le nuvole di Marte nascono dal 'fumo' delle meteore
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OCCHIELLO: Il meccanismo simulato al computer può svelare il clima del passato 
TESTO: 'FUMO' di meteore: ecco l'ingrediente segreto che potrebbe celarsi dietro la formazione delle nuvole simili a zucchero filato che aleggiano su Marte a 30 chilometri dal suolo. Sottili e difficili da vedere, sono comunque in grado di influenzare la temperatura e il clima: per questo potrebbero essere la chiave per ricostruire il passato del Pianeta Rosso e le condizioni che avrebbero permesso la presenza di acqua liquida in superficie. A indicarlo è lo studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience dai ricercatori dell'Università del Colorado a Boulder. Secondo le loro stime, su Marte impatterebbero ogni giorno dalle due alle tre tonnellate di materiale meteorico, che inietterebbero un enorme volume di polvere ghiacciata in atmosfera, una sorta di 'fumo meteorico' le cui particelle ghiacciate fungerebbero proprio da nucleo di condensazione per la formazione delle nubi, secondo quanto emerge da diverse simulazioni al computer. I risultati suggeriscono che queste nuvole, simili a zucchero filato, potrebbero avere un importante impatto sul clima del pianeta: ad altitudini elevate, per esempio, potrebbero far alzare o abbassare la temperatura anche di 10 gradi. "Eravamo soliti pensare alla Terra, a Marte e agli altri corpi come a pianeti autonomi nel determinare il loro stesso clima - commenta la prima autrice dello studio, Victoria Hartwick - ma il clima non è indipendente da quello che accade nel Sistema solare circostante".
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