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TITOLO: Maria Grazia Cutuli, quell’ultima telefonata dall’Afghanistan: «Fammi un regalo, voglio restare»
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OCCHIELLO: Era il suo compleanno e chiese più tempo per fare un servizio su un deposito di gas nervino in una base di Osama Bin Laden. Il pezzo uscì nel giorno in cui fu uccisa sulla strada per Kabul
TESTO: È passato così tanto tempo, Maria Grazia, ma a me continua a sembrare che quella telefonata l’abbiamo fatta oggi. È stata l’ultima volta che ci siamo sentiti, prima che ti sparassero alla schiena ai bordi di una strada che da Jalalabad doveva portarti a Kabul, Afghanistan, prima guerra dopo le Torri Gemelle, prima tua trasferta importante da inviata del Corriere della Sera. Eri appena riuscita a entrare in una madrasa e a raccontare, unica occidentale, il clima acceso che in quei giorni di furore agitava le scuole islamiche. Ti chiamai per complimentarmi ma anche per concordare il tuo ritorno in Italia. Eri lì già da un paio di settimane, un collega era pronto a partire per sostituirti. Lo scontro con i talebani sarebbe andato avanti per mesi e ci eravamo organizzati con un sistema di staffette. Cominciai col chiederti come stavi. «Benissimo. Sto lavorando a una storia forte, un deposito di gas nervino in una base di Osama bin Laden». «E quando l’avresti pronta? ». «Per adesso è solo una traccia, ho ancora bisogno di tempo. Ma ce la faccio, vedrai che ce la faccio». «Stai molto attenta, Maria Grazia, ma tanto. Comunque passa gli appunti a chi ti darà il cambio. Hai il volo lunedì, giusto? ». Ci fu un silenzio lungo, come se fosse caduta la linea. «Maria Grazia, ci sei ancora? Mi senti? »«Sì, ti sento, ma devo chiederti una cosa». «Dimmi pure»«Ho compiuto gli anni, sai. Trentanove». «Allora auguri. Torna che ti concedi una festa come si deve». «È proprio questo il punto. Ecco, mi piacerebbe un regalo, non so come dirtelo diversamente. Sì, un regalo». «E cioè? ». «Lasciatemi qui ancora un po’, cancellate il volo. Non posso venire via proprio adesso. Ti prego, un paio di settimane ancora». «Non se ne parla. Hai fatto la tua parte, ora tocca a un altro. Quando è il momento, ripartirai per Kabul». «Perdonami se insisto ma è importantissimo per me. Dammi fiducia. Il regalo per il mio compleanno. Non me ne importa niente della festa, non farò nessuna festa. Fatemi seguire quella pista. Sento che è giusta, sarà un gran colpo per il giornale. Dai, cazzo, per favore». Conoscevo Maria Grazia Cutuli da quando in Mondadori, prima a Centocose e poi a Epoca, aveva cominciato a mostrare un’insofferenza crescente per tutto ciò che le impediva di dedicarsi alla passione unica che l’accendeva: precipitarsi dove la terra brucia, capire i fuochi, raccontare i tormenti della gente, le ferite, i dolori. Bosnia, Ruanda, Cambogia, Iraq. Se non ce la mandavano, era capace di prendersi le ferie e di andarci a spese proprie. Una specie di febbre priva di vaccino, che lei per prima non si sognava di curare e che anzi coltivava, aumentando le esperienze sul campo e raffinando le conoscenze. Quando nel 1997 arrivò al Corriere, con una serie di contratti a tempo, vita e mestiere già coincidevano fino a sovrapporsi, a confondersi. Che importanza poteva avere un compleanno nella sua Catania, o con gli amici di Milano dove ormai viveva, rispetto ad essere sulla scena madre del mondo, in quel novembre 2001? Esserci non tanto per dire di esserci stata. Esserci per onorare la presenza con un più di giornalismo, e quindi con un più di rischio. Hai ottenuto il regalo, Maria Grazia. L’ultimo articolo che hai scritto è stato proprio quello sul gas nervino. Poi una banda di assassini con lunghe tuniche, barbe e turbanti ti ha catturata in un agguato insieme ad altri tre colleghi, nessuno italiano. Stavi sulla macchina che guidava una colonna di reporter e fotografi. Vi hanno fatti scendere. Pare che tu sia stata la prima ad essere uccisa. A distanza di 19 anni, come se ancora fosse oggi, non mi perdono di averti detto sì l’ultima volta che ci siamo sentiti per telefono.
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TITOLO: Vaccino Covid, Silvestri: «Nessun azzardo, sarà sicuro ed efficace»
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OCCHIELLO: L’immunologo che lavora all’Emory University smonta i pregiudizi sui «candidati» in dirittura d’arrivo: «È stato fatto uno sforzo mai visto nella storia della scienza»
TESTO: Dopo Guido Rasi, ex direttore dell’agenzia dei farmaci Ema, sgombra subito il campo dai dubbi sull’affidabilità dei preparati pronti a essere distribuiti nei primi mesi dell’anno, secondo gli annunci delle aziende Pfizer/Biontec, Moderna e Astrazeneca. (Il Corriere ha una newsletter su coronavirus: è gratis, ci si iscrive qui) Silvestri, proviamo a smontare uno per uno i pregiudizi di chi non si fida e pone l’accento sulla velocità con cui sono stati sviluppati i candidati prossimi al traguardo. «Non è molto sensato avanzare questo dubbio (qui le polemiche degli ultimi giorni). In passato, per virus come quelli di polio, morbillo e varicella, ci sono voluti molti anni prima di trovare il vaccino. Oggi le tecnologie sono migliorate in modo straordinario. Ripeto: non ha senso fare paragoni». La velocità dei tempi di approvazione non è sospetta? «No. Come dissi quando ancora le ricerche erano agli inizi, abbiamo scatenato contro il virus Sars-CoV-2 l’inferno della scienza contemporanea, perché la pandemia ha conquistato tutto il mondo, i contagi sono milioni, bisogna fermarla. Adesso raccogliamo il frutto di uno sforzo collettivo da parte della comunità scientifica senza precedenti nella storia umana». I tempi della sperimentazione sono stati tagliati per interessi commerciali, a scapito della sicurezza? «Per favore, non diciamo sciocchezze. Chi parte da questo presupposto regala un assist clamoroso al popolo dei no vax. Siamo andati più veloci possibile ma non più veloci di quanto fosse lecito andare. I trial clinici hanno rispettato i tempi giusti e le agenzie dei farmaci, come l’americana Fda e l’europea Ema, stanno facendo le loro valutazioni, secondo le regole » (Qui, il focus sui vaccini in Cina che però non segue le regole di Europa e Usa).Che avversario è il Sars-CoV-2?«È un virus relativamente semplice rispetto ad altri patogeni e la sua struttura a Rna lo rende teoricamente molto adatto per un vaccino basato sull’Rna. Altri virus, come l’Hiv, responsabile dell’Aids, sono per svariati motivi molto più difficili da neutralizzare. Chi aveva pronosticato che la preparazione di un vaccino anti Covid-19 avrebbe richiesto molti anni ha clamorosamente toppato». Le tecnologie utilizzate sono altrettanto sicure? «Certamente. La rapidità nell’identificare il virus, decifrarne la struttura molecolare e identificare la proteina da neutralizzare, la famosa Spike, ha permesso di spingere sull’acceleratore. Poi le moderne tecnologie hanno permesso di sviluppare a tempi di record questi Rna simil virali che, incapsulati in nanoparticelle di lipidi, insegnano al nostro sistema immunitario a produrre anticorpi che poi disarmano il virus vero e proprio». Queste tecnologie erano già state utilizzate? «I vaccini a Rna sono stati concepiti negli anni ‘90 da Katalin Kariko, biologa ungherese, e dal mio vecchio amico Drew Weissmann, all’università della Pennsylvania. In questi anni sono stati studiati per varie applicazioni cliniche, ma i due vaccini a Rna contro Covid-19, prodotti da Pfizer/Biontech e Moderna, saranno i primi di questo tipo a entrare nell’uso clinico». Però finora niente prove scritte, solo annunci sull’efficacia e sicurezza di questi vaccini. E se fosse solo un’operazione commerciale? «Sicuramente i risultati verranno pubblicati per esteso nelle prossime settimane. Sull’accuratezza dei dati non ci sono dubbi anche perché sono stati visionati e certificati, per così dire, da un Data Safety Monitoring Board, un ente esterno indipendente dalle industrie produttrici, composto da esperti virologi e vaccinologi». Immagini di dover convincere un amico diffidente a fare l’anti Covid. Cosa gli direbbe? «I vaccini hanno superato le tre fasi canoniche dello sviluppo clinico, i dati sono stati valutati da esperti indipendenti, gli effetti collaterali sono veramente modesti».
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