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LE NOTIZIE DAL GIORNO Friday 08 January 2021 AL GIORNO Friday 15 January 2021 SU: esteri




TITOLO: Assalto al Congresso Usa, il ruolo dei social network e la reazione di Facebook e Twitter: Trump «congelato»
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OCCHIELLO: L’invasione del Campidoglio era stata citata e pianificata online, ieri il culmine con la decisione dei due social network
TESTO: Si sta chiudendo un cerchio. Commentando l’assalto dei sostenitori del presidente uscente Donald Trump al Congresso Usa di mercoledì 6 gennaio, la ricercatrice dello Stanford Internet Observatory Renee DiResta ha detto al New York Times che abbiamo avuto la dimostrazione «dell’impatto delle echo chamber nel mondo reale». La cercavamo e tentavamo di soppesarla dal 2016, quando Trump è stato eletto alla presidenza degli Stati Uniti dopo una massiccia campagna di disinformazione in Rete, sostenuta anche dalla Russia. Adesso, ha scritto nella notte italiana il giornalista Casey Newton su The Verge, «è arrivato il momento di eliminare Trump dalle piattaforme online. Per anni mi sono opposto, [.. .] quando è troppo è troppo». È successo? Non ancora, ma sono state fatte mosse inedite, sui quali effetti concreti bisognerà ragionare. Perché adesso? Per due motivi. Prima di tutto perché è finita, e a decretarlo più che l’interventismo delle piattaforme sono state le urne lo scorso 3 novembre (e giorni seguenti): tra poco più di dieci giorni Trump lascerà la Casa Bianca e non andrà più trattato come un leader mondiale che non può essere escluso dal dibattito pubblico (Twitter ha già confermato che agirà così). Poi, perché quanto accaduto ieri era già stato messo in conto e valica il confine fra i disordini online e gli effetti offline di quanto scritto, discusso e pianificato in Rete. Lo aveva annunciato il vice presidente degli affari globali e della comunicazione di Menlo Park, Nick Clegg, al Financial Times in settembre: se le elezioni presidenziali di novembre dovessero precipitare nel caos o si dovessero verificare violenti disordini civili, Facebook adotterà misure eccezionali per «limitare la circolazione dei contenuti». Ieri è andata proprio così: l’invasione del Campidoglio è stata aizzata da Trump durante il comizio all’Ellipse (trasmesso in diretta tv), il parco a sud della Casa Bianca, a circa mezzora a piedi dalla sede di Camera e Senato, ma era stata citata e pianificata da giorni sul social di destra Parler, su TikTok e su Twitter, dove da inizio gennaio sono stati 1.480 i post di sostenitori delle teorie complottiste QAnon sul discorso di Trump con riferimenti al ricorso alla violenza, come riporta Reuters. Il Nyt cita anche Gab, altro social di estrema destra usato dai sostenitori del presidente uscente per documentare l’ingresso negli uffici dei membri del Congresso. E sfruttato per ovviare alle limitazioni a gruppi e pagine estremiste su Facebook e Twitter, intensificatesi negli ultimi mesi. Nelle drammatiche ore di ieri, l’azione dei due social più noti è culminata nel congelamento del profilo personale del presidente uscente, su Twitter per 12 ore e su Facebook e Instagram almeno fino alla fine del mandato di Trump (come ha annunciato il 7 gennaio il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg) per «violazioni» delle loro regole (Twitter: interferenze nel processo elettorale. Facebook e Instagram: incitamento alla violenza). Questo vuol dire che Trump non potrà pubblicare alcun post: non era mai accaduto prima (e infatti la resa al passaggio di testimone del 20 gennaio è arrivata dal profilo del capo dei social Dan Scavino). «Gli eventi delle ultime 24 ore dimostrano chiaramente che Trump intende usare le sue ultime settimane al potere per ostacolare la transizione pacifica di poteri al suo successore, Joe Biden. Il contesto, rispetto al passato, è mutato: viene utilizzata la nostra piattaforma per incitare all’insurrezione violenta contro un governo democraticamente eletto». I colossi di Jack Dorsey e Mark Zuckerberg e Youtube sono intervenuti in modo inedito anche sul video con cui Trump invitava i suoi sostenitori a tornare a casa ma continuava a definire fraudolenti i risultati del voto e lo ha reso inaccessibile o rimosso. Nei mesi scorsi i primi due si erano limitati a etichettare, bloccare le condivisioni o limitare la diffusione dei post controversi di Trump. A Bloomberg, Twitter ha detto che ieri il presidente uscente ha accettato di cancellare il video e ha dunque scongiurato la cancellazione dell’account dopo le 12 ore. Ieri cancellazioni e congelamento sono stati risolutivi? Dati alla mano, come fa notare il giornalista di Politico Mark Scott, no: nelle ultime 24 ore i post di Trump e degli altri influencer di destra hanno rappresentato la metà dei 30 più gettonati su Facebook (in base alle interazioni calcolate dal programma Crowdtangle). La strada per individuare equilibri accettabili e auspicabili è ancora lunga, di certo c’è solo che dal 20 gennaio Trump non sarà più un problema in quanto presidente degli Stati Uniti (cerchio chiuso).
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TITOLO: Non solo QAnon: alle radici del delirio complottista dietro l’assalto a Washington
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OCCHIELLO: Quanto avvenuto il 6 gennaio al Congresso non è che l’ultima tappa di un cammino iniziato molto tempo fa. E che, dall’eclissi della rappresentanza, porta fino al più vasto movimento complottista globale, passando attraverso il nuovo Ku Klux Klan, alt-right, figure come Steve Bannon e i Proud Boys
TESTO: A pochi mesi dalla sua occupazione della Rete, QAnon comincia a trasferirsi nella dimensione offline: alcuni suoi affiliati a far coincidere il proprio avatar col proprio corpo, punteggiando con la loro presenza, qua e là, «la società americana». Più o meno dal giugno 2018 (e per tutto il 2019), si susseguono episodi a macchia. A veri o sedicenti aderenti a QAnon vengono ricondotti nell’ordine: l’incidente della diga di Hoover, Nevada, con un certo Phillips che la blocca per un’ora con un blindato perché incaricato da QAnon «di costringere il Dipartimento di Giustizia a pubblicare il rapporto dell’FBI sulle mail di Hillary Clinton quand’era segretaria di Stato»; le minacce al legale Michael Avenatti, difensore dell’attrice Stormy Daniels in una causa contro Trump; le minacce alla cronista CNN Jim Acosta, circondata da un gruppo di QAnonisti a Tampa, Florida. E altri dello stesso tenore si registrano nel 2020, fino a poco prima del confronto elettorale. Tra i tanti: la bandiera col simbolo di QAnon impiantata da John Mappin (affiliato anche all’associazione filo-trumpiana Turning Point) fuori dall’Hotel Camelot Castle vicino al castello di Tintagel in Inghilterra; l’arresto di Jessica Prim, armata fino ai denti e intenzionata «a eliminare Joe Biden»; quello di Cecelia Celeste Fulbright a Waco, Texas (luogo evocativo: lì nell’aprile ’93 c’è il massacro della setta dei davidiani da parte dell’FBI), colta in stato di ebbrezza dopo aver speronato un’auto il cui autista era a suo dire «un pedofilo che aveva rapito una ragazza per traffico di esseri umani». Nel mezzo (marzo 2019), l’episodio più eccentrico: l’omicidio di Frank Cali, legato alla famiglia criminale Gambino da parte di Anthony Comelio (Staten Island), fanatico di QAnon convinto di agire guidato e protetto da Trump e che Cali fosse membro del «Deep State». Intanto, il movimento inizia una simultanea penetrazione nelle istituzioni: diversi candidati repubblicani al Congresso esprimono «interesse» e «simpatia» per QAnon (sono almeno 15 all’agosto 2020); in quello stesso mese, il Partito Repubblicano del Texas sceglie un nuovo slogan QAnonista («We are the storm»), cercando poi di venderlo puerilmente per citazione biblica; e nel settembre successivo il democratico Tom Malinowski riceve da QAnon minacce di morte per aver presentato al Congresso una risoluzione bipartisan (col repubblicano Denver Riggleman) di condanna del movimento. Il resto è cronaca di questi mesi e giorni, tesa a fissarsi subito in Storia. In un primo momento, l’appoggio incondizionato di QAnon ai lamenti trumpiani sul carattere «fraudolento» del voto (con decine di teorie deliranti, come quella sulle macchine della Dominion Voting Systems alterate ad arte per sottrarre milioni di voti al Messia); poi, l’epifania di Capitol Hill, dove — va da sé — QAnon è solo la venatura principale di un «Dark Carnival» che viene da lontano, lungo tutto il percorso che abbiamo seguito. Quella folla chiazzata di bandiere sudiste e effigi di Batman, suprematisti bianchi anziani e adolescenti (come quelli delle milizie dei Boogaloo e dei Proud Boys) è la convergenza spaziotemporale di tutte le folle di «esclusi» e «complottisti» di questi decenni: e non sembra un caso che Trump definisca gli stessi Proud Boys «Patriots», proprio come il vasto movimento cristiano-evangelico delle «campagne rabbiose» degli anni ’90. È una convergenza che invita a un paio di considerazioni urgenti, quasi brutali. La prima è sulle ragioni e sui limiti dell’«America profonda». È vero, quell’America continua a restare poco ascoltata nelle sue richieste economiche e sociali. A leggere, per esempio, la potente narrativa di Chris Offutt (su un Kentucky che nell’ultimo trentennio sembra congelato nel suo mix di «alcol e fucili, rabbia e rassegnazione») è impossibile non sintonizzarsi con quell’umanità disperata e abbandonata, e si potrebbe essere tentati di giustificarne il ricorso a Trump — in senso fideistico o pragmatico — come all’unico salvagente nella tempesta. Ma è solo il primo strato di una valutazione «realistica». Intanto, Trump stesso ha mantenuto solo in parte le sue promesse massimaliste: se da un lato ha elargito all’agroalimentare 25 miliardi di sussidi (più 3 per acquistare le merci invendute causa COVID-19) tutto questo non ha minimamente compensato — come hanno denunciato tanti agricoltori — il crollo dei prezzi dovuto alle contro-sanzioni nella «guerra dei dazi» con la Cina. E poi lo sguardo va allargato, collocando la crisi dell’America rurale nel contesto della transizione economico-produttiva generale. Non c’è dubbio — lo denunciava già Dyer 20 anni fa, come s’è visto— che la politica avrebbe dovuto e dovrebbe intervenire in modo più incisivo (vedi un antitrust effettivo), ma molto del crash occupazionale dipende all’introduzione di un bio-tech (ogm in testa) che ha determinato drastici miglioramenti nella produttività e nella tutela ambientale. La seconda considerazione è ancora più pressante, e anche in questo caso viene in aiuto uno scritto di Hofstadter, il già citato Anti-Intellectualism in American Life. La spaccatura — più sfumata, ma ancora marcata — tra «America profonda» e establishment — in estrema sintesi: il sud e il Midwest rurale e gli operai senza rappresentanza contro la borghesia urbana e i college delle coste — somiglia, più che a una guerra «tra» culture (lo stesso QAnon, nonostante i suoi pochi riferimenti letterari o pop, è un monumento all’antiintellettualismo) a una guerra «alla» cultura, mossa da una parte del Paese a un’altra. E in quanto tale, riattualizza prepotentemente una domanda posta già da uno dei Padri Fondatori del Paese, Thomas Jefferson, quando si chiedeva — riferendosi alla democrazia — se «il popolo nel nome del quale nasceva quell’esperimento politico» sarebbe stato all’altezza «nel gestirne le conquiste». Lo snodo, come si vede facilmente, non è solo americano, ma globale, se quella spaccatura — quella «guerra alla cultura», spesso combattuta indossando le maschere del nazionalismo-sovranismo — è estesa ormai a molti Paesi. In questo senso, la fine (? ) di Trump non può coincidere con quella del trumpismo, qualunque forma o nome dovesse assumere il mix di interessi e valori cui l’ismo si riferisce; e in questo senso, Capitol Hill non è una foce o un delta, ma solo il segno di un altro tratto, di un’ansa, lungo un fiume destinato a scorrere ancora a lungo. La bibliografiaPer approfondireSull’«America rurale» degli Anni ’90: Joel Dyer, Raccolti di rabbia, Fazi, 2002Sulla destra americana dello stesso periodo: Fabrizio Tonello, Da Saigon a Oklahoma City, Limina, 1996Sulla destra americana di questi anni: David Neiwert, Alt-America, minimum fax, 2019 e Gary Lachman, La stella nera, Tlon, 2019. I romanzi e le raccolte di racconti di Chris Offutt sono tradotti da minimum fax (a partire dal fondamentale Nelle terre di nessuno, 2017).
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TITOLO: E’ uscita la nuova newsletter gratuita Mondo Capovolto
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TESTO: - Argentina. L’accordo commerciale post-Brexit ha escluso i territori britannici d’Oltremare che perderanno ogni trattamento tariffario speciale nei loro commerci con l’Unione europea. Le Isole Falkland, al largo della costa argentina e già teatro di un conflitto fra Gran Bretagna e Argentina negli anni Ottanta, fanno parte di questo gruppo. Soddisfatto il governo di Buenos Aires che aveva chiesto a Bruxelles di considerarle territorio conteso. La popolazione delle Falkland vive in gran parte dei calamari che i pescatori europei - per lo più spagnoli - pescano nelle acque circostanti. Finora, il prodotto è entrato nella Ue proprio attraverso la Spagna senza pagare alcuna tariffa doganale. ; - Ghana. Nana Akufo-Addo ha prestato giuramento per il secondo mandato come presidente del Ghana, in una delle democrazie più stabili dell’Africa. Akufo-Addo affronta ora una doppia sfida: la pandemia di coronavirus (oltre 56.000 casi confermati) e il rilancio dell’economia. ; - Australia. A dicembre non è stata effettuata alcuna spedizione di carbone per la Cina dai due principali porti australiani, poiché continuano le tensioni commerciali tra i due paesi (in un anno, le esportazioni sono crollate dagli oltre $ 823,3 milioni del novembre 2019 a $ 121,7 milioni nel novembre 2020). ; - Kenya. Durissime polemiche sui social per la nomina dell’ex top model Naomi Campbell ad ambasciatrice del turismo nazionale. «Perché non scegliere una keniota, come l’attrice Lupita Nyong’o? », è la frase più ritwittata. ; - Africa orientale. Nuovi sciami di cavallette nell’Etiopia meridionale e nel Kenya settentrionale si stanno diffondendo ulteriormente nella regione dell’Africa orientale, ha avvertito l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). L’invasione sui campi continua. ;
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