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LE NOTIZIE DAL GIORNO Friday 15 January 2021 AL GIORNO Friday 22 January 2021 SU: esteri




TITOLO: E’ uscita la nuova newsletter gratuita Mondo Capovolto
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OCCHIELLO:
TESTO: - Argentina. L’accordo commerciale post-Brexit ha escluso i territori britannici d’Oltremare che perderanno ogni trattamento tariffario speciale nei loro commerci con l’Unione europea. Le Isole Falkland, al largo della costa argentina e già teatro di un conflitto fra Gran Bretagna e Argentina negli anni Ottanta, fanno parte di questo gruppo. Soddisfatto il governo di Buenos Aires che aveva chiesto a Bruxelles di considerarle territorio conteso. La popolazione delle Falkland vive in gran parte dei calamari che i pescatori europei - per lo più spagnoli - pescano nelle acque circostanti. Finora, il prodotto è entrato nella Ue proprio attraverso la Spagna senza pagare alcuna tariffa doganale. ; - Ghana. Nana Akufo-Addo ha prestato giuramento per il secondo mandato come presidente del Ghana, in una delle democrazie più stabili dell’Africa. Akufo-Addo affronta ora una doppia sfida: la pandemia di coronavirus (oltre 56.000 casi confermati) e il rilancio dell’economia. ; - Australia. A dicembre non è stata effettuata alcuna spedizione di carbone per la Cina dai due principali porti australiani, poiché continuano le tensioni commerciali tra i due paesi (in un anno, le esportazioni sono crollate dagli oltre $ 823,3 milioni del novembre 2019 a $ 121,7 milioni nel novembre 2020). ; - Kenya. Durissime polemiche sui social per la nomina dell’ex top model Naomi Campbell ad ambasciatrice del turismo nazionale. «Perché non scegliere una keniota, come l’attrice Lupita Nyong’o? », è la frase più ritwittata. ; - Africa orientale. Nuovi sciami di cavallette nell’Etiopia meridionale e nel Kenya settentrionale si stanno diffondendo ulteriormente nella regione dell’Africa orientale, ha avvertito l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). L’invasione sui campi continua. ;
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TITOLO: La svolta di Biden: raffica di decreti in 10 giorni, per ribaltare l’era Trump
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OCCHIELLO: I primi «ordini esecutivi» scatteranno già il giorno dell’insediamento: dall’obbligo della mascherina, al rientro degli Usa nell’Oms e negli accordi di Parigi, ribaltati i provvedimenti più controversi del suo predecessore
TESTO: Nel tentativo di marcare subito una svolta e liberarsi dall’eredità lasciata da Trump, Joe Biden firmerà una raffica di decreti urgenti già nei primi dieci giorni di presidenza. Si tratta di «ordini esecutivi» che, a differenza della manovra anti-covid e anti-recessione da 1.900 miliardi, non richiedono l’approvazione del Congresso. I primi provvedimenti scatteranno immediatamente dopo aver giurato, il 20 gennaio, ha rivelato un documento diffuso da Ron Klain, prossimo capo di gabinetto della Casa Bianca, consultato dal The New York Times. Si tratta di decreti tesi a ribaltare alcuni dei provvedimenti più controversi del suo predecessore: dal divieto di ingresso negli Usa per i cittadini di alcuni Paesi a maggioranza musulmana (il «Muslim ban») alla riunificazione delle famiglie di immigrati separate al confine col Messico. Biden renderà subito obbligatoria la mascherina in tutti gli edifici pubblici federali e nei mezzi di trasporto - aerei, bus e treni — che collegano i 50 Stati Usa. Sul piano internazionale, fin dal primo giorno del suo insediamento, Biden firmerà il rientro degli Stati Uniti negli accordi di Parigi per la lotta al cambiamento climatico e nell’Organizzazione mondiale della sanità. Sarà dunque un Inauguration Day senza precedenti nella storia americana, con la cerimonia e il tradizionale programma di eventi stravolti dai rischi per la sicurezza. Da una parte la pandemia fuori controllo, dall’altra il pericolo di proteste armate da parte di sostenitori pro-Trump e di gruppi dell’estrema destra. Un allarme quest’ultimo accresciuto dall’arresto di un uomo armato e con credenziali di accesso alla cerimonia false, un episodio su cui ora indaga l’Fbi. La chiamano «Zero Fail Mission», missione che non può fallire. Washington in queste ore è una città blindata, fortificata, militarizzata. Una cosa mai vista. Fino a 25 mila i soldati della Guardia Nazionale dispiegati nella capitale federale a sostegno delle forze di polizia, degli uomini del Secret Service e degli agenti dell’Fbi. Tutte le strade attorno al cosiddetto Federal Triangle sono chiuse, decine i checkpoint e i blocchi. L’area di Capitol Hill e quella della Casa Bianca sono protette da una barriera quasi invalicabile alta oltre due metri. Il National Mall, il grande viale monumentale al centro di Washington, è chiuso. Alberghi e Airbnb hanno cancellato tutte le prenotazioni per evitare l’afflusso di persone e le compagnie aeree hanno rafforzato i controlli su tutti i voli per Washington. Ma l’allarme è nel Paese intero, col timore di disordini davanti alle sedi istituzionali di molti Stati Usa. In questo clima Biden, che a 78 anni sarà il presidente più anziano della storia Usa, ha dovuto rinunciare a raggiungere Washington in treno dalla sua Wilmington, per rievocare i suoi 36 anni vissuti da senatore-pendolare. Dopo il giuramento si recherà nello storico cimitero di Arlington per deporre una corona di fiori sulla tomba del milite ignoto, affiancato dalla prima vicepresidente della storia Usa, Kamala Harris, e da tre ex presidenti e tre ex first lady: Bill e Hillary Clinton, George e Barbara Bush, Barack e Michelle Obama. In formato virtuale l’iconica parata lungo Pennsylvania Avenue e il suggestivo Inauguration Ball alla Casa Bianca. Intanto il presidente eletto passa il weekend preparando l’atteso discorso di insediamento che pronuncerà dopo aver giurato sulla Bibbia con la tradizionale formula di 35 parole, esattamente a mezzogiorno. Il suo discorso sarà guidato dal concetto di «America United», con cui cercherà più che mai di toccare le corde di un Paese diviso e ferito, lanciando un forte appello alla riconciliazione ed enfatizzando la necessità di ripristinare la fiducia reciproca e nelle istituzioni. Ben diverso l’ultimo fine settimana da presidente di Donald Trump, il primo presidente in 150 anni a non partecipare all’Inauguration Day. Ci sarà invece il vicepresidente uscente Mike Pence. Isolato, rancoroso, The Donald resta ancora rinchiuso in quella Casa Bianca che, come estremo dispetto, lascerà solamente la mattina del 20 gennaio. Ore prima del giuramento di Biden l’elicottero presidenziale lo condurrà alla base di Andrews per l’ultimo volo sull’Air Force One, quello che lo porterà nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, dove si trasferirà con la moglie Melania dopo aver ripudiato per motivi fiscali la sua New York. A salutarlo alla base di Andrews dovrebbero esserci solamente una banda militare e 21 salve di cannone. Un’uscita di scena non teatrale, dunque, salvo sorprese dell’ultim’ora. Sulla scrivania dello Studio Ovale in queste ore l’elenco dei possibili provvedimenti di grazia che Trump potrebbe firmare negli ultimi giorni. Tra le sue mani anche la lista dei «traditori», quelli che non lo hanno più seguito nel suo folle intento di ribaltare l’esito delle elezioni. Medita vendetta The Donald, mentre nelle prossime settimane tra i repubblicani si aprirà la definitiva resa dei conti tra chi ancora vorrebbe seguirlo e chi invece guarda all’impeachment e pensa sia l’ora di riappropriarsi del partito dopo quattro anni di eccessi.
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TITOLO: I nove giuramenti che hanno cambiato l’America |Speciale
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OCCHIELLO: Le «partenze» che hanno fatto la storia: frasi, personaggi, folla, promesse (e un’incredibile irruzione), da Washington a TrumpLe «partenze» che hanno fatto la storia degli Stati Uniti: frasi, personaggi, folla, promesse (e un’incredibile irruzione), da Washington, fino a Trump
TESTO: Quello di Lyndon B. Johnson fu il primo e probabilmente resterà l’unico giuramento prestato in un aereo. Avvenne poche ore dopo l’assassinio di John F. Kennedy, sulla pista dell’aeroporto di Dallas, a bordo dell’Air Force One che aveva già iniziato a rollare i motori per decollare alla volta di Washington. Era stato Robert Kennedy, Attorney General e fratello di John, a convocare la cerimonia appena i medici ne avevano constatato il decesso. La storica foto immortala alla destra di Johnson Lady Bird, sua moglie, e a sinistra Jacqueline Kennedy, la vedova del presidente ucciso con ancora indosso il tailleur di Chanel rosa imbrattato del sangue del maritofoto Cover
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TITOLO: Le confessioni postume del killer: il libro che divide la Gran Bretagna
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OCCHIELLO: Dennis Nilsen uccise 12 ragazzi tra il ’78 e l’83. La rabbia dei familiari delle vittime
TESTO: LONDRA — Che diritto ha un serial killer di raccontare la propria storia? È la domanda che si pongono i parenti e gli amici delle vittime di un noto assassino britannico alla vigilia della pubblicazione della sua autobiografia. Il mostro in questione è Dennis Nilsen, il cosiddetto assassino di Muswell Hill, dal nome del tranquillo quartiere residenziale londinese dove tra il 1978 e il 1983 abitò e freddò almeno 12 giovani uomini, tra cui un ragazzo di 14 anni. Morto nel 2018, Nilsen ha lasciato 6.000 pagine scritte a macchina a Mark Austin, un grafico di 54 anni, padre di due figli, che lo aveva conosciuto attraverso un scambio epistolare cominciato «per curiosità» e che era andato a trovarlo in carcere una settantina di volte. Austin ha trovato un editore e il libro, intitolato History of a Drowning Boy, Storia di un ragazzo annegato, esce questa settimana. Non si tratta di un volume di facile lettura. «Se lo avessi conosciuto bene, probabilmente non gli avrei fatto un graffio», scrive Nilsen della sua prima e giovanissima vittima. «Ma era l’interazione con un corpo maschile passivo che desideravo sino ad arrivare a oltrepassare il confine della logica e della moralità». Dal carcere Nilsen aveva a lungo cercato di far pubblicare l’autobiografia ma era stato bloccato negli anni 90 dal ministero degli Interni grazie alla legge che impedisce ai detenuti di trarre profitto dai propri crimini. Non si era arreso e aveva continuato a combattere per vie legali arrivando anche alla Corte europea per i diritti dell’uomo, senza successo. Con la sua morte l’ostacolo ha cessato di esistere. Austin ha assicurato che i proventi per rispetto verranno donati in beneficienza. Al Sunday Times, diversi parenti delle vittime hanno espresso costernazione. «È come se continuasse a beffarsi di noi dall’oltretomba», ha detto in forma anonima uno di loro. «È uno schiaffo in faccia. Il libro avrebbe dovuto morire con lui». Nilsen sceglieva le sue vittime al pub, le attirava a casa sua, le ammazzava strangolandole e annegandole nella vasca da bagno, spesso seviziandole sessualmente. Seguiva dopo un perverso rituale durante il quale le lavava e rivestiva. Si disfaceva dei cadaveri facendoli a pezzi, bollendoli sui fornelli, bruciando i resti nel giardino di casa o gettandoli nel gabinetto. È per via degli intasamenti alle tubature — denunciati da lui stesso così come da altri inquilini del palazzo — che venne scoperto il suo truce operato, raccontato tra l’altro di recente anche da una fiction televisiva. Nel libro Nilsen ricorda di essere stato molestato da piccolo dal nonno, una violenza che lo portò a desiderare la morte. Ripercorre gli omicidi senza risparmiare particolari, con logica fredda e coerente. Non nasconde di aver notato la somiglianza tra la carne umana e animale e di aver meditato di darla in pasto al suo cane. L’autobiografia svela inoltre reati che non erano noti ai tempi del processo nonché abusi sessuali nei confronti di un subordinato nel periodo in cui si trovava con l’esercito negli Emirati Arabi Uniti. Qual è, allora, l’utilità della pubblicazione? Secondo Mark Pettigrew, criminologo che ha scritto l’introduzione del libro e che nell’arco degli anni ha intervistato Nilsen diverse volte, la possibilità di studiare la mente di un serial killer, «di arrivare al perché delle sue azioni», rende l’autobiografia un documento importante. «La realtà — precisa — è che i serial killer sono all’apparenza persone normali». Nilsen, ad esempio, provava grande affetto per gli animali, in cella ascoltava la radio della Bbc e la domenica leggeva l’Observer. «Riescono a navigare la vita di tutti i giorni senza destare sospetti»
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TITOLO: Sul cattolico Biden si spacca la Chiesa Usa. La conferenza dei vescovi: «Favorirà il male». Ma altri cardinali: «Frasi sconsiderate»
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OCCHIELLO: La conferenza episcopale statunitense, guidata da un vescovo ultraconservatore, attacca il presidente: «L’ingiustizia dell’aborto rimane la priorità preminente». Ma tra i vescovi si apre lo scontro. E una parte della Chiesa ha «coperto» l’assalto al Congresso
TESTO: CITTÀ DEL VATICANO — La spaccatura nella Chiesa negli Usa, esasperata dagli anni della presidenza Trump, si mostra da tempo e riflette quella generale della società americana. Però non è mai stata così evidente, a cominciare dalle gerarchie. Il cardinale di Chicago Blaise Cupich, vicino a Papa Francesco, ha diffuso una nota per denunciare la «dichiarazione sconsiderata della conferenza episcopale degli Stati Uniti», critica verso Biden, nel giorno del giuramento del nuovo presidente. La conferenza dei vescovi è guidata da José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles, che già si era distinto con una nota che deplorava l’assalto al Campidoglio senza mai fare il nome di Trump e tantomeno accennare alle sue responsabilità. Non è stato il solo: all’indomani dell’invasione del Congresso, si era notato anche il silenzio del cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, che in agosto guidò la preghiera di apertura della convention repubblicana. E ora, nel giorno del debutto di Biden, Gómez ha scritto un comunicato nel quale, accanto ad auguri formali e affermazioni di neutralità politica, diceva che «la continua ingiustizia dell’aborto rimane la priorità preminente» per i vescovi, pur precisando che «“preminente” non significa “sola”». E soprattutto che le politiche nelle quali si è «compromesso» il nuovo presidente «promuoveranno il male morale e minacceranno la vita e la dignità umana, in maniera più grave in materia di aborto, contraccezione, matrimonio e genere». Biden, che nel suo studio ha messo una foto di Papa Francesco ed è il secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy, viene guardato con ostilità dalla parte più «pro life» (e trumpiana) della Chiesa americana, quella per la quale la «difesa della vita» riguarda essenzialmente l’inizio e la fine, aborto ed eutanasia, più che poveri o migranti. La nota ha creato grave imbarazzo, anche in Vaticano. Correvano voci che la Segreteria di Stato avesse cercato di «silenziarla» per evitare spaccature. Le parole dell’arcivescovo Gómez, eletto presidente alla fine del 2019, aprono comunque il sito della Conferenza episcopale. E qui sta il problema, ha replicato il cardinale Cupich: «La dichiarazione è stata elaborata senza il coinvolgimento del Comitato amministrativo, una consultazione collegiale che è normale per le dichiarazioni che rappresentano e godono del ponderato appoggio dei vescovi americani». I vescovi l’hanno ricevuta poco prima che fosse diffusa. Di qui la conclusione lapidaria dell’arcivescovo di Chicago, cui il Papa (a differenza di quello di Los Angeles) ha dato la porpora: «Gli errori istituzionali interni devono essere affrontati e non vedo l’ora di contribuire a tutti gli sforzi in tal senso, in modo che, ispirati dal Vangelo, possiamo costruire l’unità della Chiesa e intraprendere insieme l’opera di guarigione della nostra nazione in questo momento di crisi». Tensioni latenti che sono esplose nel crepuscolo della presidenza Trump. Il cardinale ultraconservatore Raymond Burke, che già nel 2008 aveva sobriamente definito i democratici «il partito della morte», ha detto in autunno che Biden è coinvolto in «un male grave e immorale che è fonte di scandalo». Dopo le violenze dei MAGA al Congresso, la rivista dei gesuiti «America Magazine» ha pubblicato un articolo di padre James Martin, scrittore molto noto e consultore della Segreteria delle comunicazione vaticana, dal titolo netto: «In che modo i leader cattolici hanno contribuito a provocare la violenza al Campidoglio». Padre Martin individuava un «modello» comunicativo diffuso: «vescovi e sacerdoti che esprimevano l’elezione non solo in termini di puro bene contro puro male, ma in un linguaggio apocalittico». La luce contro le tenebre, Dio e Satana. Cattivi maestri in tonaca: «Un numero allarmante di ecclesiastici cattolici ha contribuito a creare un ambiente che ha portato alle rivolte fatali al Campidoglio degli Stati Uniti. Ironia della sorte, preti e vescovi che si considerano a favore della vita hanno contribuito a generare un ambiente pieno di odio che ha portato al caos, alla violenza e, in ultima analisi, alla morte», ha scritto padre Martin. Il caso più radicale è quello dell’ex nunzio a Washington, l’arcivescovo in odore di scisma Carlo Maria Viganò, che già nel 2018 chiese le dimissioni del Papa e ha accusato Francesco, tra le altre cose, di essere «dalla parte del Nemico», cioè Satana, e guidare con un «falso magistero» una Chiesa che vuole essere «braccio spirituale del Nuovo Ordine Mondiale e fautrice della Religione Universale» per rendere concreto «il piano della Massoneria e la preparazione dell’avvento dell’Anticristo». Tre giorni prima dell’assalto al Congresso, Viganò si era fatto intervistare da Steve Bannon e aveva incitato i «figli della luce» ad agire «adesso»: «Se gli Stati Uniti perdono questa occasione, adesso, verranno cancellati dalla Storia. Se consentiranno che si insinui nelle masse l’idea che il verdetto elettorale dei cittadini, prima espressione della democrazia, possa esser manipolato e vanificato, essi saranno complici della frode e meriteranno l’esecrazione del mondo intero, che all’America guarda come ad una nazione che ha conquistato e difeso la propria libertà».
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TITOLO: Cerchio magico e minoranze: i 25 uomini e donne del governo Biden
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OCCHIELLO: Il nuovo presidente aveva promesso un «governo che somigli all’America» nella sua diversità di genere e multietnica. Metà dei membri sono persone di colore. Tutte le nomine, tranne quella della vice e del capo dello Staff, devono essere confermate dal Senato: sono iniziate le audizioni. Il nuovo presidente aveva promesso un «governo che somi
TESTO: - segretario alla Salute; di Massimo Gaggi Appena scelto da Joe Biden come ministro della Sanit? , Xavier Becerra? subito finito nel mirino dei repubblicani: attaccato per la sua mancanza di esperienza specifica in campo medico. Sorpresi anche alcuni democratici che avrebbero visto pi? volentieri Becerra alla Giustizia. Tre anni fa, infatti, questo 62enne figlio di immigrati messicani? diventato Attorney General della California al posto di Kamala Harris, eletta senatore nel 2017. In realt? Becerra, pur non essendo un medico, di sanit? si? occupato, eccome: deputato per 24 anni al Congresso di Washington in rappresentanza della contea di Los Angeles, nel 2010 ? stato uno dei parlamentari democratici che hanno condotto con maggiore tenacia la battaglia per far passare Obamacare, la riforma sanitaria di Barack Obama. I repubblicani se ne ricordano bene ed? per questo che non vorrebbero trovarsi davanti Becerra. Che, oltre a battersi per l’approvazione della legge, da ministro della Giustizia della California ha poi combattuto i tentativi di Trump di smantellare la riforma, organizzando la resistenza di 20 Stati. Ed? , per questo, ovviamente, che Biden — deciso a ripristinare e ampliare Obamacare — punta su di lui.
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