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LE NOTIZIE DAL GIORNO Friday 30 April 2021 AL GIORNO Friday 07 May 2021 SU: esteri




TITOLO: L’irritazione del Vaticano, i timori di Pechino: un duello sull’accordo | La newsletter
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OCCHIELLO: La newsletter AmericaCina è uno dei tre appuntamenti quotidiani de «Il Punto» del Corriere della SeraLa newsletter AmericaCina è uno dei tre appuntamenti quotidiani de «Il Punto» del Corriere della Sera
TESTO: Joe Biden rivendica i risultati raggiunti dal suo governo: gli oltre 200 milioni di americani già vaccinati; il sostegno a famiglie e imprese del suo primo pacchetto di interventi da 1.900 miliardi di dollari. Il presidente americano insistite molto sul piano per le infrastrutture (2.200 miliardi) e annuncia un altro provvedimento da 1.800 miliardi con investimenti per la scuola, la famiglia, i bambini. Tutto all’interno di una cornice politica, di un messaggio indirizzato ai deputati e senatori che ieri sera, mercoledì 28 aprile, hanno ascoltato il suo primo discorso al Congresso. Alle sue spalle, per la prima volta nella storia, c’erano due donne a rappresentare la leadership di entrambi i rami del Parlamento: Kamala Harris (presidente del Senato in quanto numero due del Governo) e Nancy Pelosi (Camera). «I veri avversari dell’America — ha detto Biden — sono gli autocrati, la Cina, la Russia e altri. Stanno scommettendo contro di noi. Dopo aver visto l’assalto a Capitol Hill, pensano che la nostra democrazia non sarà in grado di competere con loro, di funzionare. Questa è la competizione centrale del XXI secolo. Dobbiamo dimostrare che si sbagliano. Possiamo e dobbiamo farlo insieme». E qui Biden si è concesso l’unica citazione in uno speech di 28 pagine, durato un’ora e 11 minuti, chiamando in causa la sua fonte di ispirazione, Franklin Delano Roosevelt, il presidente che portò il Paese fuori dalla «Grande crisi» e dalla Seconda Guerra mondiale: «Roosevelt diceva: in America ciascuno fa la sua parte. Questo vi chiedo di fare». Appello rivolto ai repubblicani naturalmente, che, però, hanno applaudito solo raramente le parole di Biden. Il leader degli Stati Uniti, quindi, apre all’opposizione, ma avverte: «Possiamo discutere, sono pronto ad ascoltare le vostre idee, ma sia chiaro: per me non fare niente non è un’opzione». Ecco, allora, gli 8 punti principali del discorso, presentati per importanza e non «in ordine di apparizione»: - La politica economica. Biden propone l’intervento pubblico più massiccio dal dopoguerra a oggi. In totale sono 6.000 miliardi tra spesa pubblica e agevolazioni fiscali. Le manovre coprono, di fatto, tutti gli aspetti della vita economica e sociale. Dalle infrastrutture tradizionali — strade, ponti, eccetera — alla riconversione energetica. Ma l’aspetto più originale è la massa di denaro pubblico per rilanciare l’istruzione pubblica e gratuita per tutti. Nell’American Families Plan, presentato proprio ieri, sono previsti 200 miliardi di dollari per mandare all’asilo tutti i bambini americani dai 3 ai 4 anni. Altri 190 miliardi serviranno per offrire due anni di università gratis nei corsi dei cosidetti community college, istituti che possono abilitare a una specializzazione, perfezionabile, poi, con altri due anni negli altri atenei. ; - Il Welfare all’europea. Il presidente sta costruendo pezzo per pezzo una struttura di protezione simile a quella dei Paesi europei. Era l’idea di fondo dei candidati più radicali, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Biden l’ha recepita in pieno: congedi di maternità retribuiti; confermati il credito di imposta per le famiglie con figli a carico; contributi per le cura dei bambini e molto altro ancora. ; - La riforma fiscale. Come saranno finanziate tutte queste spese? Biden sta assemblando una riforma fiscale tutta concentrata «sull’1% più ricco della popolazione e sulle grandi corporation». Già previsto l’aumento dell’aliquota sugli utili delle imprese, dal 21 al 28%. Il leader americano dice di «non voler punire nessuno», ma annuncia un contrasto durissimo contro i «paradisi fiscali» in cui inserisce anche «la Svizzera» insieme con «Bermuda e le Isole Cayman». Ora è il momento delle persone fisiche: tornerà al 39,6% l’aliquota che Donald Trump aveva ridotto al 37% sullo scaglione di reddito annuo oltre i 400 mila dollari all’anno. La manovra nasce dalla convinzione che «il trickle down non funziona». Il riferimento è all’idea cardine dei liberisti e dei repubblicani: si tagliano le imposte ai produttori e a chi ha maggiori redditi; i benefici, poi, goccioleranno (trickle down) anche sulla base della piramide. Biden oppone un altro modello: «La crescita dal basso e dalla fascia media». ; - Laburismo. In effetti la bussola economica di Biden è orientata verso il ceto medio. Ma in questa categoria, il presidente comprende anche i «blue collar», i lavoratori meno qualificati. Così ha sottolineato come il 90% dei posti che nasceranno con il piano sulle infrastrutture «non richiedano una laurea» e il 75% «non necessiti un diploma professionale post scuole superiori». È, dunque, «un piano modellato per i blue collar». Ancora: «Non ho niente contro Wall Street, ma questo Paese è stato costruito dal ceto medio. E i sindacati hanno costruito la classe media». Lo schema ha una sua coerenza: valorizzazione del ceto medio operaio e dei sindacati con accenti da laburismo britannico degli Anni Settanta, cui si aggiunge, un tocco di protezionismo alla Trump: «Mio padre mi ripeteva sempre: “Buy America”». Biden rilancia anche la proposta di portare a 15 dollari il salario minimo a livello federale. Operazione finora bloccata dall’ala moderata dei democratici. ; - La sfida tecnologica. Nel mix del presidente, il ceto medio-operaio convive con la centralità della scienza e della ricerca tecnologica. Biden chiede al Paese di unirsi per battere la concorrenza della Cina. I settori strategici sono le batterie per l’auto elettrica, le biotecnologie, i chips dei computer, l’energia rinnovabile. «Siamo indietro, il governo federale spende solo l’1% del pil per la ricerca, ora raddoppieremo la cifra». ; - La crisi «razziale» e le armi. Biden definisce, senza termini, «terroristi» i suprematisti bianchi. È molto attento, però, a non appiattire il giudizio sulla polizia: «La maggioranza degli uomini e delle donne in uniforme serve con onore la comunità». È uno dei pochissimi passaggi in cui ha raccolto anche l’applauso dei repubblicani. Tuttavia è necessaria una riforma per evitare abusi di potere e migliorare l’addestramento. La «legge George Floyd» è già stata approvata dalla Camera. «La vari anche il Senato, magari il mese prossimo, quando cadrà il primo anniversario dell’uccisione di George Floyd (25 maggio, ndr) ». Appello simile per le norme sul controllo delle armi. I senatori repubblicani fanno muro. ; - Immigrazione. È il capitolo in cui l’amministrazione è più in difficoltà. Si coglie anche nelle parole di Biden che sostanzialmente si limita a chiedere al Congresso di passare le leggi per regolarizzare i migranti da lungo tempo residenti negli Stati Uniti. A cominciare dai «Dreamers», i minorenni arrivati negli anni al seguito delle famiglie. ; - La politica estera. È stato il capitolo più snello e senza novità sostanziali (qui il nostro speciale sul mondo di Biden), al netto della «sfida» con la Cina per la leadership mondiale in questo secolo. Biden è pronto a collaborare con Pechino dove si può, per esempio sul «climate change», ma niente più amnesie sui diritti umani. Inoltre il governo «manterrà una forte presenza militare nell’area indo-cinese. Non per causare un conflitto, ma per evitarlo». Rapidi cenni anche a Putin: «Accordi se sono nel nostro interesse; risposte decise e proporzionate agli attacchi cibernetici». Confermato il ritiro dall’Afghanistan, con una notazione: «Il terrorismo è evoluto. Oggi al Qaeda e Isis sono in Yemen, Siria, Somalia e in altri luoghi in Africa e nel Medio Oriente. E noi sorveglieremo i terroristi con i nostri servizi di intelligence». ;
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TITOLO: Armi e vaccini riaprono le rotte dalla Russia a Sharm el SheikhSu Mondo Capovolto
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OCCHIELLO: A quasi sei anni dall’esplosione del volo Metrojet con 224 persone a bordo, i turisti riscoprono la località dell’Egitto. Che torna a far affari con PutinA quasi sei anni dall’esplosione del volo Metrojet con 224 persone a bordo, i turisti riscoprono la località dell’Egitto. Che torna a far affari con Putin
TESTO: (Sara Gandolfi) Da più di un anno il presidente di Haiti, Jovenel Moïse, governa il Paese a colpi di decreti, in assenza di un Parlamento: le elezioni previste per il 2018 sono state rinviate sine die, Moise sostiene che il suo mandato non scadrà prima del febbraio 2022 mentre gli oppositori sostengono che a norma di Costituzione avrebbe dovuto lasciare l’incarico quest’anno. La società civile chiede da tempo alla comunità internazionale di sospendere il suo sostegno al presidente, in particolare agli Stati Uniti. Il Paese vive una situazione di grave crisi socio-economica e politica, la violenza è ormai endemica. L’11 aprile scorso, ha colpito anche sette religiosi e tre laici, fra cui due cittadini francesi, rapiti nella città di Croix-des-Bouquets. Tre di loro, haitiani, sono stati poi rilasciati. L’arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Max Leroy Mésidor, ha denunciato: «Da tempo assistiamo ad una discesa agli Inferi della società haitiana». Abbiamo parlato di questa crisi dimenticata con Fiammetta Cappellini, che da 15 anni vive nel Paese dove coordina i progetti di aiuto umanitario di Avsi. Cosa sta succedendo ad Haiti? «Haiti è un Paese particolarmente povero, con i peggiori indicatori di sviluppo di tutto il continente americano. Dal luglio 2018 vive un periodo di gravissima crisi dovuta dapprima alle manifestazioni di protesta contro la corruzione su cui si è poi inserita la crisi politica e ora la pandemia da Covid-19 che, pur non avendo colpito in modo grave Haiti, l’ha ulteriormente isolata sulla scena internazionale. L’impatto economico è importante, specialmente sulle fasce della popolazione più povere e vulnerabili. Haiti è oggi sul baratro di una crisi economica senza precedenti, con tassi elevatissimi di malnutrizione nei bambini, e nel pieno di una crisi socio-politica che genera episodi di violenza molto gravi». Il fenomeno delle bande armate di cui parla l’arcivescovo? «È un retaggio delle dittature dei Duvalier, periodicamente riprendono forza. In questo momento di vuoto di potere è diventato un fenomeno veramente molto molto grave. In particolare nelle grande bidonville di Port-au-Prince, che sono ormai terra di nessuno, dove queste bande armate dominano e la polizia non riesce nemmeno più ad entrare. È qui che presumibilmente vengono tenute le vittime dei rapimenti, sempre più frequenti. Le violenze di cui gli operatori di Avsi sono direttamente testimoni sono gravissime e a volte anche gratuite. Un mese e mezzo fa, la polizia nazionale ha fatto un’incursione in una di queste bidonville e non meno di cinque agenti sono stati brutalmente uccisi, i loro cadaveri sono stati smembrati sulla piazza pubblica». Avsi riesce a operare in questo scenario? «Da più di quindici anni siamo presenti in queste bidonville, che lentamente avevano migliorato diversi indicatori sociali, anche di legalità. Ora stiamo però osservando un drammatico peggioramento. Gli operatori di Avsi hanno un legame stretto con queste comunità, ci conoscono e ci rispettano. Finora non abbiamo interrotto le nostre attività nonostante l’alto rischio, ma nessuno è immune da questa violenza». Hai paura? «Sì, noi tutti abbiamo paura. Siamo molto preoccupati perché non ci sono più regole, neppure quelle non scritte di convivenza. Ho soprattutto paura per il nostro staff nazionale, per i nostri colleghi haitiani che portano avanti le attività in prima linea e sono quindi i più vulnerabili». Quali sono i progetti attivi di Avsi ad Haiti? «Abbiamo oltre cinque basi che coprono i diversi dipartimenti anche periferici del Paese. Nelle zone rurali sono soprattutto interventi di sicurezza alimentare e nutrizionale. Nella capitale abbiamo anche interventi sociali di protezione dell’infanzia e delle donne, tematiche di genere, educazione. Soprattutto in questi quartieri vulnerabili. In questo momento, però, oltre la metà dei nostri interventi oggi sono di urgenza, protezione umanitaria e sicurezza alimentare. Tra cui un importante programma sostenuto da ECHO, l’agenzia per gli aiuti umanitari dell’Unione europea». Cosa succede alla frontiera con la Repubblica dominicana? «La frontiera è aperta a singhiozzo. Il grande mercato commerciale che si teneva tradizionalmente al confine non esiste più. Gli scambi sono praticamente azzerati. La Repubblica domenicana sta valutando addirittura di costruire un muro lungo la frontiera per proteggersi dalla grave pressione migratoria irregolare degli haitiani che abbandonano in massa il Paese». Soluzioni? «La crisi è endogena e la soluzione non può che venire dagli haitiani, ma servono aiuti umanitari su larga scala, subito, affinché questa crisi non si trasformi in un’ecatombe. E ci sarebbe bisogno di un forte e coraggioso intervento sulla sicurezza, per garantire l’accesso alle bidonville e bloccare il traffico di armi, ce n’è una quantità inimmaginabile in tutta Haiti». Nel Paese è attiva da anni una missione delle Nazioni Unite che nel tempo è stata ridotta, anche a causa di gravi scandali. Sarebbe forse tempo di tornare ad affidarle un mandato più ampio per tentare di portare almeno la pace ad Haiti.
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TITOLO: Pablo Iglesias sconfitto a Madrid: l’addio alla politica dell’uomo che non ha fatto la rivoluzione
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OCCHIELLO: Nato rivoluzionario, morto socialdemocratico; ha coltivato il mito di se stesso, tra citazioni (il Trono di Spade, Gramsci, Kant), e toni messianici. Gran seduttore, con una enorme percezione di sé, era adorato ed è diventato il più detestato dei politici spagnoli: dopo la batosta a Madrid è stato costretto a lasciare la politica
TESTO: Ha una percezione esagerata di se stesso. Discetta di strategia, evoca Machiavelli e Sun Tsu. È amico di Luca Casarini. Cita Toni Negri e Mario Tronti: «Ribellarsi è giusto; ma bisogna farlo bene, saperlo fare bene, imparare a saperlo fare bene, e questo è il compito di una vita». Lo accusavano di aver fondato, più che un partito, una setta, dedita al culto di una personalità: la sua. Non Podemos; Pablemos. Alle Europee il simbolo del partito era la sua foto. Nato nel 1978 a Vallecas, periferia ribelle di Madrid, è figlio unico di un professore di storia e di un’avvocata del sindacato che l’hanno chiamato come Pablo Iglesias, il fondatore del partito socialista operaio spagnolo. Cresce nel mito del nonno paterno, Manuel Iglesias Ramirez, condannato a morte da Franco e graziato in tempo. Rivendica di aver letto Verne e Salgari, come le generazioni precedenti. A 14 anni è già nei giovani comunisti. Frequenta l’università Complutense, la stessa di re Juan Carlos, ma la sua vera scuola è il movimento no global. Alla prima lezione da professore fa alzare gli studenti in piedi sui banchi, come nell’Attimo fuggente. Dopo La Tuerka conduce un altro talk, pagato dalla tv iraniana: all’inizio c’è lui che sale su una Harley-Davidson e parte rombando con casco e arco indiano a tracolla, al grido di «Attento alla testa, uomo bianco, siamo a Fort Apache! ». Se lo contendono altre trasmissioni dai titoli immaginifici: El Gato al agua, El Hormiguero, El Cascabel, La sexta columna, La sexta noche, La noche en 24 horas, Te vas a enterar. Spesso canta, talora bene. Ha detto frasi tipo «sarò il primo leader spagnolo che parla inglese», «sono Davide contro Golia», «se avessimo fatto un altro dibattito avrei preso la maggioranza assoluta». I suoi lo adoravano. Le ragazze impazzivano. I suoi comizi avevano una forte carica romantica, quasi religiosa, come ha notato John Carlin sul Pais: «La figura di Iglesias coincide con quella di Gesù Cristo». Non a caso lui parlava di «poveri in spirito», «sale della terra» e «potenti da confondere». Orecchino, decine di braccialetti, barbetta incolta. Molto simpatico. L’ha aiutato Ada Colau, sindaco di Barcellona, e lui ha promesso ai catalani un referendum per l’indipendenza che ovviamente non si farà mai. A lungo padrone dei social media, su cui i fan caricano tuttora video di Iglesias che combatte il male con la spada laser di Star Wars, Iglesias che si allena con la tuta di Rocky, Iglesias guerriero medievale che fa strage di nemici. Nel frattempo si è comprato una villa con piscina. Il vecchio Lula l’ha incoronato: «In Pablo rivedo qualcosa di me stesso da giovane». La sua ossessione è il linguaggio. Parafrasa Marx – «il cielo non si prende per consenso, si prende per assalto» – e l’allenatore dell’Atletico Madrid, El Cholo Simeone: «Vinceremo il campionato partita dopo partita». Coltiva un lessico fiorito – «l’arma più potente del futuro è la poesia» -, metafore di sua invenzione – «l’era della caverna mediatica» per indicare la comunicazione prima della sua venuta -, citazioni colte e talora sbagliate: «Come scrive Kant nell’Etica della ragion pura…». «Critica della ragion pura» l’ha corretto un rivale, anche lui decaduto, Albert Rivera. Iglesias è stato prontissimo: «Tu l’hai letto? No? Male! ». Ora si è dimesso da vicepresidente del governo per candidarsi a Madrid: 7 per cento e ritiro dalla politica. Forse la chiave di tutto l’ha trovata Javier Cercas, lo scrittore, quando ha detto: «Pablo Iglesias è in effetti una persona molto intelligente. Ha un solo problema: non è intelligente come crede di essere».
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