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LE NOTIZIE DAL GIORNO Tuesday 14 May 2019 AL GIORNO Tuesday 21 May 2019 SU: politica




TITOLO: Europee, Gozi: "Un fronte anti-sovranista? Sì, se il Ppe risolve le sue contraddizioni"
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OCCHIELLO: Il democratico che si è candidato con En Marche in Francia è ottimista: "Credo ci siano tutte le condizioni nel nuovo parlamento europeo per costruire una nuova alleanza progressista"
TESTO: E con Il Ppe come vi comporterete? "Dipende dal Ppe che deve superare le sue contraddizioni. A oggi nei Popolari europei ci sono due linee confliggenti: i democristiani stile Juncker e la linea di Viktor Orbàn. C'è chi come Tajani e Forza Italia spingono per una alleanza con Salvini e Le Pen e l'estrema destra europea: questa è una contraddizione forte che va risolta. A partire dall'ambiguità di Manfred Weber, il loro candidato alla presidenza Ue". Come mai lei ha scelto di candidarsi in Francia? "Perché mi sono sempre battuto per costruire movimenti che superino le frontiere nazionali. Sono convinto che non avremo mai una vera democrazia europea senza veri movimenti e partiti politici transnazionali europei. Una battaglia già fatta nel 2016 e la scelta di Macron e di En Marche è stata di aprire in lista a europei di nazionalità diversa da quella francese. Ho accettato. E nel nuovo Parlamento continueremo a batterci per dare la possibilità al più presto agli europei di votare direttamente movimenti e partiti transnazionali". La convince l'appello di Zingaretti "da Tsipras a Macron"? "La divisione tra nazionalisti da una parte e i progressisti europeisti dall'altra è nei fatti. E' la nuova linea di divisione, è la profezia di Altiero Spinelli che si avvera. Credo che sia assolutamente necessario questo fronte ampio. I progressisti hanno due avversari". Quali? "Il primo è la paura che i nazionalisti sfruttano e che è provocata dall'incapacità della politica nazionale a dare ai cittadini risposte, speranze e rassicurazioni rispetto a problemi che hanno superato le frontiere: dall'immigrazione, alla lotta al cambiamento climatico al governo della finanza e del digitale, al terrorismo per ritrovare la capacità di controllo di questi fenomeni dobbiamo costruire una Europa sovrana democratica". L'altro avversario? "Lo status quo. Quello che hanno voluto i conservatori, il Ppe con Angela Merkel in testa. I cittadini non trovano le risposte che si aspettano nell'Europa così com'è. E' l'Europa che non dice mai nulla". L'inchiesta sulla consulenza fantasma che l'ha coinvolta, l'ha messa in difficoltà rispetto alla candidatura? "No, assolutamente no". Qualche mese fa lei è andato con Matteo Renzi da Macron, come mai? "Perché siamo convinti che sia l'unico leader politico veramente impegnato a rifondare l'Europa e l'unico ad avere il peso politico necessario a realizzare questo progetto. Chi in Italia perde tempo ad attaccare Macron anziché lavorare con lui, ha totalmente sbagliato strada".
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TITOLO: Sicilia, i ballottaggi premiano i 5 Stelle. Sconfitti i candidati di Salvini
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OCCHIELLO: Vittoria dei rappresentanti di M5S a Caltanissetta e Castelvetrano. A Gela l'asse Pd-Fi si impone sulla Lega, che perde anche a Mazara
TESTO: Doppio colpo dei 5 Stelle nei ballottaggi siciliani, mentre La Lega frena e viene sconfitta in entrambi i Comuni in cui era in corsa con un proprio rappresentante. A Caltanissetta, la città dell'ex candidato governatore Giancarlo Cancelleri dove Luigi Di Maio si è fatto vedere due volte in campagna elettorale, il candidato di M5S Roberto Gambino prevale sull'avversario di centrodestra Michele Giarratana. Su Gambino, anche se non ufficialmente, erano confluiti i voti della Lega. "Da qui crescerà ancora di più un'onda che porterà il movimento a meravigliare anche in occasione delle Europee" ha detto il leader del M5s, Luigi Di Maio, in serata. A Castelvetrano, il paese del boss Matteo Messina Denaro che aveva visto due anni fa il commissariamento del Comune per infiltrazioni mafiose, l'esponente di 5 Stelle Enzo Alfano si impone largamente sul civico Calogero Martire. I riflettori erano puntati su Gela, dove ha retto l'asse fra Pd e una parte di Forza Italia a sostegno di Lucio Greco, che la spunta dopo un testa a testa con il leghista Francesco Spata. "Ci avviamo verso un successo straordinario di una coalizione antipopulista contro le forze di governo - dice Calogero Speziale, ex vicepresidente dell'Ars e dirigente del Pd - Non è un mistero che su Spata, al ballottaggio, erano confluiti pure i voti di M5S". E non riesce l'approdo del Carroccio alla città degli immigrati, Mazara del Vallo. Il candidato della Lega, Giorgio Randazzo, viene sconfitto da Salvatore Quinci, rappresentante di una coalizione di centrosinistra. "Sono soddisfatto per un duplice motivo - dice Quinci - Per avere lanciato il riscatto amministrativo di questa città e per avere evitato che qualcuno dal Nord venisse a mettere una bandierina a Mazara, dando a un eventuale successo un valore simbolico del tutto sbagliato". A Monreale la partita era fra due candidati civici: centra la vittoria Alberto Arcidiacono, che sconfigge il sindaco uscente Piero Capizzi. Arcidiacono è vicino al presidente della Regione Nello Musumeci L'affluenza media nei cinque Comuni chiamati al voto è stata del 43,60 per cento: calato nettamente il numero dei votanti rispetto al primo turno (58,98 per cento).
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TITOLO: Governo, scontro Di Maio a Lega: "Basta estremismi". Camera: maggioranza ko su libertà sindacale Forze Armate
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OCCHIELLO: Il vicepremier grillino: "Alla Sapienza oggi sono tornate le camionette delle Forze dell'ordine come non accadeva da tempo". I leghisti ribattono attaccando il ministro grillino: "I reati calano, i morti sul lavoro aumentano". E sul patto Pd-Fi in Sicilia, attacca: "Coerenza ha...
TESTO: Il fuoco alle polveri l'ha dato su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio intervenendo sulle camionette alla Sapienza. "In questo momento - ha poi aggiunto - più che mai c'è bisogno di equilibrio e dialogo, per un bene collettivo, un bene superiore che si chiama Italia. Questo è un appello che lancio a tutte le forze politiche e anche all'interno del governo. La politica deve occuparsi dei problemi degli italiani, deve dare risposte, non deve inseguire ogni polemica, non deve rincorrere media o tv. La politica deve fare le cose. Siamo stati eletti per questo". "Noi le stiamo facendo e domani parleremo di sanità, dicendo una cosa chiara: le nomine nella sanità devono basarsi sul merito e su nient'altro. Per troppo tempo sono state decise da politici che a tutto pensavano, tranne alla nostra salute. E annunceremo una cosa importante; il 15 maggio ci sarà il primo tavolo per stanziare un miliardo in favore delle famiglie italiane". "C'è il salario minimo pronto, che fissa a 9 euro lordi la paga minima oraria per ogni lavoratore (dai camerieri ai magazzinieri). Aspettiamo una risposta su tutto questo da parte della Lega. Basta slogan, basta polemiche, noi vogliamo lavorare", conclude Di Maio.
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TITOLO: Rai, stop a Fazio. Zingaretti: "Censura contro la libertà di espressione". Salvini: "Non decido io i palinsesti"
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OCCHIELLO: Il segretario dem su Facebook interviene a difesa del conduttore dopo la scelta di viale Mazzini di cancellare le ultime tre puntate del programma del lunedì. Il leader leghista: "Più mi attacca con il rolex al polso e più gli italiani votano Lega". Gasparri: "Basta con la...
TESTO: Ma oggi è il segretario dem che prende posizione in prima persona: "Su Fazio chiamatela come volete. Io la chiamo censura contro la libertà di espressione", scrive Nicola Zingaretti su Facebook. Matteo Salvini, oggi in tour elettorale in Lombardia e Veneto, prima sembra prendere le distanze dalla vicenda: "È una scelta dell'azienda, non entro nel merito. Non decido io i palinsesti televisivi". Poi attacca: "Io Fazio lo vorrei in onda anche a Natale e Capodanno. Più fa campagna elettorale per la sinistra e più gli italiani aprono occhi e votano Lega". E aggiunge: "Più mi attacca Fazio con rolex al polso, più gli italiani capiscono". Per il vicepremier, comunque può andare in onda quando vuole: "Non mi toglie il sonno". Poi in un'intervista a Radio24 rilancia un argomento più volte citato: "Mi dà fastidio che ci sia qualcuno pagato dagli italiani, tra i 3 e i 4 milioni di euro, che faccia una trasmissione politica. Adoro il confronto e la critica, figurarsi se chiedo a tizio di togliere un programma piuttosto che un altro. Mi dà fastidio che una televisione pubblica pagata dagli italiani paghi stipendi da milioni di euro".
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TITOLO: Rai, cancellate tre puntate di Fazio. Ma a viale Mazzini si apre lo scontro
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OCCHIELLO: L'amministratore delegato Salini non condivide la scelta di chiudere con tre settimane di anticipo il programma del lunedì in seconda serata "Che fuori tempo che fa" e convoca la direttrice della rete
TESTO: Si parla della trasmissione di seconda serata Che fuori tempo che fa, con la guest star Maurizio Crozza e il tavolo degli ospiti. Fazio spiega: "Ci è stato comunicato che per motivi di palinsesto non andremo in onda dalla prossima settimana. Ringrazio gli spettatori. Siete stati oltre 1 milione e mezzo di media, con più del 13 per cento di share". Poche battute ma al veleno. Si sottolinea l'ottima riuscita del programma, prima di tutto, e si marca la differenza col passato. Bruno Vespa, nella stessa fascia oraria, non raggiungeva l'11 per cento. Proprio Vespa è la leva con cui vengono cancellate due delle tre puntate. Il 20 maggio andrà in onda uno speciale di Porta a porta che serve a recuperare eventuali mancanze rispetto al regolamento della par condicio. Il 27 maggio invece ci sarà uno speciale elettorale in collaborazione con il Tg1 (a condurlo dovrebbe essere Vespa ma non è deciso). Il 3 giugno è stato previsto un film. Senza altre spiegazioni Punture a parte, ben assestate, Fazio ha evitato polemiche in pubblico. Ma da mesi il conduttore è nel mirino della componente sovranista dell'azienda e più direttamente di Matteo Salvini che lo nomina in ogni comizio come fosse l'uomo nero. Ripetendo allo sfinimento la sua critica al contratto del conduttore. "Guadagna in un mese quello che io guadagno in un anno", è la sintesi del pensiero salviniano. Il leader leghista perciò si è sempre rifiutato di andare ospite di Che tempo che fa "almeno fino a quando Fazio non si taglierà lo stipendio". Il compenso però è sempre apparso una scusa. Il punto è la linea editoriale della trasmissione, le sue campagne per l'accoglienza e contro la discriminazione. Poi, sì, viene il contratto che nell'arco di quattro anni (dal 2017) prevede la cifra di 73 milioni di euro per la messa in onda, compresi i costi di produzione. Due milioni e 200 mila annui vanno a Fazio. Su questo contratto nulla può De Santis, direttrice di Rai1. È talmente complesso che solo l'ad Fabrizio Salini ha i poteri per discuterlo. Ma Fazio lamenta un trattamento poco "affettuoso" ricordando gli stacchi pubblicitari tassativi senza flessibilità, gli spot del programma cancellati durante Sanremo e la polemica fatta da alcuni membri del Cda per i biglietti aerei in occasione dell'intervista a Macron (che Fazio pagò di tasca sua). Come se il messaggio di Salvini fosse arrivato a destinazione (la De Santis è stata indicata dal Carroccio). Salini, al Festival della tv di Dogliani, ha difeso Fazio: "È un talento". Ma il presidente della Rai Foa lo ha attaccato: "Il suo stipendio è elevato". Da questi segnali, nonostante la copertura dell'ad, Fazio ha tratto il senso di un accerchiamento. Conclusosi per ora con la comunicazione dei tre lunedì cancellati. Al conduttore la solidarietà del Pd: "Complimenti alla Rai per l'autolesionismo".
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TITOLO: Dl Brexit, ok della Camera all'unanimità con 419 sì
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OCCHIELLO: Nessun contrario e 12 astenuti
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TITOLO: Il tempo del coraggio
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OCCHIELLO: Informazione, non propaganda. Questa stagione politica impone un cambio di passo non un cambio di natura
TESTO: Un giornale è un essere vivente, come le persone, le piante, i fiori. Cresce, cambia, si adatta all’ambiente. E se l’ambiente diventa ostile, se il clima si fa tossico, se saltano le soglie del minimo comune denominatore di convivenza civile, allora deve inventarsi delle contromisure per reagire. La nuova Repubblica che avete in mano oggi, o che sfoglierete nella versione digitale, non è tanto un’alchimia editoriale, un cambio di grafica, uno spostamento di pagine o inserti. È la risposta a un vento forte che si è alzato, non solo in Italia, in direzione ostinata e contraria ai principi fondanti e condivisi della nostra comunità. E per rispondere a questo vento, per farci sentire nel frastuono che sta stordendo il nostro presente, abbiamo pensato di alzare la voce, come il fondatore Eugenio Scalfari ci ha insegnato a fare 43 anni fa. Una lezione raccolta per tutta la grande stagione di Ezio Mauro e, nel penultimo tratto, da quella di Mario Calabresi. Alzare la voce non significa rinunciare a un grammo dell’autorevolezza e del rigore che hanno caratterizzato la nostra storia. Vuol dire però coniugare l’imparzialità nel raccontare con il coraggio di denunciare quello che ci sembra intollerabile. Vuol dire parlare chiaro e dichiarare apertamente, ogni volta, qual è il nostro pensiero, renderci tracciabili nella mappa intricata dell’informazione di oggi, essere il più possibile trasparenti. Criticabili, contestabili fin che si vuole, ma trasparenti. Repubblica è per tradizione il quotidiano della democrazia, che offre ai cittadini chiavi di lettura sulla convenienza di questo sistema. La stagione che stiamo vivendo ci impone non un cambio di natura ma un cambio di passo, tenuto conto che è l’idea stessa di democrazia a venire messa in discussione da forze politiche e gruppi ai confini della legalità, e spesso oltre quei confini, che basano il loro crescente consenso, in Europa ma non solo, su slogan e pratiche che di democratico hanno assai poco. Rivelarne il disegno, denunciarlo, ostacolarlo è un compito che riguarda anche il giornalismo. Di fronte al riemergere, forse imprevisto ma di certo non marginale, di pulsioni che partono dal populismo per arrivare a forme variabili di autoritarismo, davanti a cortei più o meno autorizzati che sventolano bandiere nere e simboli propri di fascismo e nazismo, di fronte a minacce sempre più concrete e spudorate a persone che intralciano il nuovo-vecchio corso, per chiunque trovi tutto questo un pericolo che sarebbe un errore sottovalutare, è il tempo di uscire dall’astensione, dal prendere cautamente le distanze, dalla litania dei distinguo. Questo è il tempo del coraggio. C’è la propaganda. E poi c’è l’informazione, che è cosa seria e diversa. La propaganda racconta un Paese che ha finalmente riscoperto antichi valori, come il grembiule a scuola, la difesa del cortile di casa dagli estranei, specie se neri o marroni o diversamente bianchi, l’orgoglio di farsi rispettare da quelli che vorrebbero imporci il rispetto di regole inventate a nostro sfavore, l’insofferenza verso la storia, non a caso espulsa dalle materie della maturità per poterla più agevolmente cancellare o riscrivere a piacimento. Uno degli effetti più insidiosi della propaganda è il mutamento della percezione delle cose. La magia è quella di sostituire i bisogni reali (più lavoro, meno povertà) con allarmi sociali (immigrazione impetuosa, città minacciose) che si trasformano rapidamente in fobie collettive, che a loro volta scatenano, per reazione, ondate d’odio, di violenza verbale e anche fisica, proprio contro quei fantasmi che la propaganda ha creato ad arte e contro i quali combattiamo come tanti donchisciotte atterriti dalle pale di un mulino, scambiato per mortal nemico. Il risultato di questa semina, cominciata sottotraccia un paio d’anni fa ed esplosa con i risultati angoscianti che segnano ormai puntuali il calendario delle nostre giornate, è un Paese dai tratti irriconoscibili, ammalato di rancore. Un Paese spaccato in due, come il governo in fase terminale che lo guida, dove va in scena ininterrottamente un crescendo di episodi inimmaginabili fino all’altro ieri. Lo striscione contro Papa Bergoglio, esibito dai neofascisti dichiarati di Forza Nuova nel centro di Roma, è una prima volta che lascia sgomenti. E così un’infinità di storie, solo in apparenza minori, che si fatica parecchio a inserire nella nostra di Storia, quella di un Paese rinato sulle fondamenta di una Costituzione basata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri, e sul più universale dei principi: l’umanità. Greta Nnachi, ragazzina di 14 anni nata a Torino da genitori nigeriani, vola a 3 metri e 70 nel salto con l’asta, record italiano di cui però non potrà fregiarsi perché non ha ancora la cittadinanza. Come non l’hanno avuta, nonostante le vaghe promesse, Ramy (origine egiziana) e Adam (origine marocchina), i piccoli eroi che hanno salvato i compagni nell’autobus in fiamme a San Donato, né l’avranno un milione di bambini, figli di stranieri ma partoriti e cresciuti a casa nostra. La propaganda sta vincendo, forse ha già vinto. I migranti irregolari sono meno di 400mila, ma vengono ormai vissuti come la foresta del Macbeth, che avanza fosca e inarrestabile a oscurarci il cuore e la ragione. Avanza a portarci via quel che è nostro, come del resto promette di fare l’arrogante Europa, che un vasto esercito di ultradestra si prepara a combattere alle elezioni ormai imminenti. Andranno a Bruxelles e l’apriranno, promessa già sentita, come una scatoletta di tonno. Perché è colpa di un complotto internazionale se oscilliamo tra recessione e stagnazione, e anche se tra tutti i Paesi dell’Unione siamo gli ultimi come stima di crescita (0,1 per cento, contro il 5,5 di Malta e l’1,2 di media dell’area euro) e con un debito schizzato al 133 per cento del Pil. Per tacere dei poveri: 5 milioni a zero introiti, più altri 9 in condizione di precarietà estrema, con entrambi gli indici in salita a divorarsi pezzo a pezzo quella che una volta era la classe media. L’«anno bellissimo», incautamente promesso dal premier Giuseppe Conte, si sta rivelando, se appena cala la maschera della propaganda, una Caporetto economica e pure morale. C’è la propaganda, e poi c’è l’informazione, il campo dove gioca e giocherà Repubblica. Un anno fa, in piazza San Pietro, Papa Francesco si è rivolto ai giovani con queste parole: «Sta a voi non restare zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: voi griderete? Per favore, per favore, decidetevi prima che gridino le pietre». In questo giornale, abbiamo già deciso: alzeremo la voce. E, se del caso, grideremo. Ps. Stanotte, chiudendo questa edizione, ci è mancato più del solito il vicedirettore Angelo Aquaro, che prima di arrendersi al male aveva messo i suoi mattoni alla costruzione della nuova Repubblica. Ma è come se fosse qui a sfogliarla in redazione e con voi lettori.
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TITOLO: Governo, Di Maio: "Salvini non vuole un vertice. Dopo Siri l'ha presa sul personale". Salvini: "Troppa sintonia tra Pd e M5S"
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OCCHIELLO: Dall'autonomia alla corruzione. Il vicepremier 5S: "Non è vero che lo chiamo e non risponde: ma non vuole più fare incontri"
TESTO: ROMA - Ancora liti a distanza nella maggioranza gialloverde. Il clima di alta tensione traspare dalle parole sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti. "Se il livello di litigiosità resta questo dopo il 26 maggio è evidente che non si potrebbe andare avanti", ha dichiarato a Porta a Porta, in onda stasera, spiegando che questo "è il clima della campagna elettorale". L'ultimo scontro si aggiunge alla lite sullo spread che aveva contrapposto nel pomeriggio di due alleati di governo. Giorgetti conferma quanto siano tesi i rapporti tra i due leader politici, il grillino e il leghista. "Non si parlano - dice - si mandano i tweet e le raccomandate, ma si dovranno vedere lunedì in cdm. Sul tavolo ci saranno le nomine che sono in scadenza, poi il dl Sicurezza, che verrà discusso domani". Le liti continue sfiniscono. "È davvero complicato - confida Giorgetti - alla fine uno è esausto e si lascia andare a questi stati d'animo", alla stanchezza. Stanchezza, sfinimento, liti continue: si prospetta l'ipotesi di ricorrere alle urne. "Elezioni anticipate a settembre? Non ho mai paura del popolo che si esprime" sottolinea Giorgetti. Se il Pd prende il 45% il 26 maggio, e se la Lega prende il 35%? "In quel caso sono contento", taglia corto.
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TITOLO: Fabio Fazio, è lite tra l'amministratore delegato e la direttrice di Rai1 su "Che fuori tempo che fa"
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OCCHIELLO: Salini convoca De Santis e la striglia anche sui palinsesti estivi. Zingaretti: "Cancellare le tre serate è censura". La protesta dell'UsigRai
TESTO: E ora Teresa De Santis rischia grosso. La decisione di chiudere in anticipo il talk di Fabio Fazio in onda il lunedì sera, presa senza avvisare i vertici Rai, ha fatto andare su tutte le furie l'ad Fabrizio Salini. Il quale prima ha atteso la "relazione urgente" chiesta di buon mattino alla direttrice di Rai1 e al responsabile dei palinsesti Marcello Ciannamea, promossi entrambi in quota sovranista. Quindi, indispettito dal prolungato silenzio, a metà pomeriggio li ha convocati nel suo ufficio al settimo piano di Viale Mazzini. Contestando in particolare alla numero uno della rete ammiraglia di non averlo avvertito della cancellazione delle ultime tre puntate di Fuori che tempo che fa, giudicata inopportuna anche alla luce degli attacchi pressoché quotidiani del leader della Lega contro Fazio e il suo "stipendio milionario", segno di una politica che continua a dettare legge nella tv pubblica. Ma pure i programmi e i conduttori scelti per l'estate di Rai1 sono finiti nel mirino: ritenuti non in linea con i criteri di innovazione e sperimentazione indicati da Salini. E a poco sono servite le proteste di De Santis, che si è trincerata dietro la campagna elettorale e la necessità di garantire la par condicio. L'ad ha tenuto il punto: l'unica puntata del talk che gli risultava dovesse saltare era quella del 20 maggio, per consentire a Vespa di riequilibrare la presenza dei politici a Porta Porta. Il 27 maggio lo speciale elezioni sarebbe andato subito dopo il Tg1, dunque la seconda serata di Fazio si poteva confermare. E lo stesso dicasi per il 3 giugno, quando invece è stato programmato un film. In più aver appreso dello stop in diretta tv, anziché dalla direttrice di rete, per Salini rappresenta una compromissione del rapporto fiduciario. Anche per questo le nomine dei vicedirettori a lei graditi potrebbero slittare: probabilmente oggi verranno designati solo i vertici della Corporate. L'immagine che se ne ricava è quella di un'azienda nel caos. Che oltretutto mette in pericolo gli spot. "Far saltare dalla sera alla mattina una trasmissione solida per ascolti, format e conduzione un po' ci spiazza", commenta infatti Vicky Gitto, presidente dell'Adci, la principale associazione che raccoglie i professionisti nel settore della pubblicità e della comunicazione. "Il concetto che gira tra i nostri corridoi è: se si cancella Fazio e con lui gli spot già pianificati, cosa potrebbe accadere domani con format meno solidi o sperimentali? ". E mentre la politica si azzuffa - "Non mi occupo di palinsesti", taglia corto Salvini, "per me Fazio può andare in onda 365 giorni l'anno, più fa propaganda alla sinistra più ci porta voti"; con Zingaretti che parla di "censura" e Di Maio che se ne lava le mani - è l'Usigrai a denunciare il tentativo di imbavagliare le voci scomode, chiedendo un chiarimento in cda e in Vigilanza. "Chi ha eseguito l'ordine di Salvini e Foa di far fuori Fazio? Se è vero che l'ad non sapeva nulla è evidente che ci sono ormai due aziende: una che risponde agli organigrammi ufficiali e un'altra parallela che agisce in base a ordini arrivati dall'esterno". Una "scelta isolata della direttrice di Rai1 che si presta a strumentalizzazioni e trasforma Fazio in un martire" stigmatizza l'errore il consigliere di FdI Giampaolo Rossi. Con il presidente della Vigilanza Barachini che infine avverte: "Il palinsesto non diventi terreno di scontro per fini politici".
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TITOLO: Europee, Roberto Speranza: "Zingaretti guardi a Corbin e Sanchez, non a Macron"
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OCCHIELLO: Il segretario di Articolo 1: "In Europa ci vuole più sinistra"
TESTO: NON si prosciuga il bacino della destra sovranista inseguendo il centro moderato di Macron". Roberto Speranza si prepara all'incontro con Frans Timmermans, il candidato socialista alla presidenza Ue, e con Nicola Zingaretti. E' il primo appuntamento pubblico che vede insieme il segretario del Pd, Zingaretti e il segretario di Articolo 1, il partito degli ex dem. Speranza, è vero che Timmermans l'aveva invitata a chiudere l'alleanza con Zingaretti per le europee nei mesi scorsi? E stasera prima uscita a tre. "La famiglia socialista è la mia famiglia. Noi ci siamo sempre sentiti parte del Pse, che è la famiglia di Jeremy Corbyn, di Pedro Sanchez, di Antonio Costa. E Timmermans ha auspicato l'unità delle forze socialiste dentro la stessa lista per provare a fermare le destre. Abbiamo detto sì a quella proposta". Quindi c'è una ritrovata sintonia con il Pd di Zingaretti? "Noi restiamo un partito autonomo, siamo gelosi delle nostre scelte e non torniamo indietro. E' chiaro che con la leadership di Zingaretti le distanze si sono accorciate, ma non si sono annullate". Quale è il punto di maggiore distanza e cosa la preoccupa delle scelte dem? "Certamente tutti noi siamo spaventati dalla nuova destra che avanza. E' la destra pericolosa di Salvini, della Le Pen, di Orban. Ma per batterla non basta dire "aiuto, c'è la destra nera che avanza". Né basta dire Siamo Europei o +Europa: c'è bisogno di una svolta netta sulle politiche economiche e sociali che ci riconnetta con un popolo che ci ha voltato le spalle". Insomma, no alla strada indicata da Carlo Calenda e Emma Bonino, ma più sinistra? "Io penso che sia così forte questa destra neo nazionalista, perché la sinistra non ha fatto il proprio mestiere negli ultimi anni: Non è solo una questione di leadership, e neppure solo dell'ultimo leader Matteo Renzi. Il problema è che negli ultimi 20 anni, la sinistra in giro per l'Europa e anche in Italia è stata subalterna al pensiero neo liberista, ha inseguito la destra e perso la sua gente. Abbiamo sbagliato ignorando la domanda di protezione che arrivava dai ceti medi e da quelli più deboli. Ci siamo fatti sfilare la questione sociale, siamo stati incapaci di rappresentare chi sta male". Ma a Zingaretti che punta a un'alleanza da Macron a Tsipras, cosa risponde? "La mia posizione è quella di Sanchez e Corbyn e chiedo a Nicola di guardare a loro invece che a Macron. Non basta appunto dire "siamo europei", ma piuttosto ribadiamo che questa Europa non va bene. Ci sono tre posizioni che si fronteggiano in queste europee: la prima è di chi vuole abbattere l'Europa come Salvini, l'altra, che giudico altrettanto sbagliata, è di chi ritiene che questa Europa va bene così come è ed è quella della Merkel. La nostra posizione è quella di chi dice che questa Europa così non va e se non si cambia radicalmente sarà impossibile rilanciarla lasciando una autostrada ai nazionalisti". Cosa significa cambiare l'Europa? Due cose fondamentali indicate anche dal manifesto di Piketty. La prima: più democrazia e partecipazione. Le persone chiedono più sovranità nel senso di decidere e contare. E poi, un nuovo Piano Marshall europeo, che chiuda definitivamente la stagione del rigore e rilanci la centralità del lavoro. Basta politiche di austerità". Ma un coordinamento con i liberaldemocratici, Macron, i Verdi e il Pse come lo vede? "Bisogna parlare con tutti per battere le destre, ma i miei modelli sono Corbyn, Sanchez, Costa, non Macron, per una svolta su lavoro, ambiente, sanità, scuola pubblica".
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TITOLO: Pubblica amministrazione, la ministra Bongiorno: "Fermiamo le migrazioni dei dipendenti"
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OCCHIELLO: In un'intervista a Messaggero e Mattino, la leghista parla del modello già in sperimentazione nella regione Campania
TESTO: Un modello di concorso territoriale. Già in sperimentazione con la Regione Campania. L'obiettivo è fermare "il fenomeno della migrazione dei dipendenti pubblici". Così la ministra della Funzione pubblica Giulia Bongiorno, in un'intervista su Messaggero e Mattino in cui ha spiegato che i nuovi concorsi potrebbero essere banditi solo per i posti disponibinili in determinati territori regionali. Chi vince sa già che starà in una regione specifica e non potrà chiedere di essere trasferito. Nell'intervista la ministra Bongiorno parla anche dello sblocco del turn over: "Le assunzioni previste a decorrere da novembre riguardano solo poco più di 20 mila persone delle amministrazioni centrali. Le altre amministrazioni hanno già la possibilità di assumere (130 mila persone) in ragione dei restanti cessati nel 2018, cioè di quanti hanno lasciato il lavoro lo scorso anno e che possono essere sostituiti". A lasciare con Quota 100 nel 2019 saranno 100mila dipendenti pubblici, prosegue, "ai quali vanno aggiunti i 150 mila che anche nel 2019 usciranno con la Fornero. Se li sommiamo, siamo a 250 mila. Molti potranno essere sostituiti già nel 2019, ma solo quelli delle amministrazioni centrali potranno essere assunti nel 2020".
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TITOLO: Il tempo del coraggio
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OCCHIELLO: Informazione, non propaganda. Questa stagione politica impone un cambio di passo non un cambio di natura
TESTO: Un giornale è un essere vivente, come le persone, le piante, i fiori. Cresce, cambia, si adatta all’ambiente. E se l’ambiente diventa ostile, se il clima si fa tossico, se saltano le soglie del minimo comune denominatore di convivenza civile, allora deve inventarsi delle contromisure per reagire. La nuova Repubblica che avete in mano oggi, o che sfoglierete nella versione digitale, non è tanto un’alchimia editoriale, un cambio di grafica, uno spostamento di pagine o inserti. È la risposta a un vento forte che si è alzato, non solo in Italia, in direzione ostinata e contraria ai principi fondanti e condivisi della nostra comunità. E per rispondere a questo vento, per farci sentire nel frastuono che sta stordendo il nostro presente, abbiamo pensato di alzare la voce, come il fondatore Eugenio Scalfari ci ha insegnato a fare 43 anni fa. Una lezione raccolta per tutta la grande stagione di Ezio Mauro e, nel penultimo tratto, da quella di Mario Calabresi. Alzare la voce non significa rinunciare a un grammo dell’autorevolezza e del rigore che hanno caratterizzato la nostra storia. Vuol dire però coniugare l’imparzialità nel raccontare con il coraggio di denunciare quello che ci sembra intollerabile. Vuol dire parlare chiaro e dichiarare apertamente, ogni volta, qual è il nostro pensiero, renderci tracciabili nella mappa intricata dell’informazione di oggi, essere il più possibile trasparenti. Criticabili, contestabili fin che si vuole, ma trasparenti. Repubblica è per tradizione il quotidiano della democrazia, che offre ai cittadini chiavi di lettura sulla convenienza di questo sistema. La stagione che stiamo vivendo ci impone non un cambio di natura ma un cambio di passo, tenuto conto che è l’idea stessa di democrazia a venire messa in discussione da forze politiche e gruppi ai confini della legalità, e spesso oltre quei confini, che basano il loro crescente consenso, in Europa ma non solo, su slogan e pratiche che di democratico hanno assai poco. Rivelarne il disegno, denunciarlo, ostacolarlo è un compito che riguarda anche il giornalismo. Di fronte al riemergere, forse imprevisto ma di certo non marginale, di pulsioni che partono dal populismo per arrivare a forme variabili di autoritarismo, davanti a cortei più o meno autorizzati che sventolano bandiere nere e simboli propri di fascismo e nazismo, di fronte a minacce sempre più concrete e spudorate a persone che intralciano il nuovo-vecchio corso, per chiunque trovi tutto questo un pericolo che sarebbe un errore sottovalutare, è il tempo di uscire dall’astensione, dal prendere cautamente le distanze, dalla litania dei distinguo. Questo è il tempo del coraggio. ABBONATI A REPUBBLICA SU IPAD E TABLET C’è la propaganda. E poi c’è l’informazione, che è cosa seria e diversa. La propaganda racconta un Paese che ha finalmente riscoperto antichi valori, come il grembiule a scuola, la difesa del cortile di casa dagli estranei, specie se neri o marroni o diversamente bianchi, l’orgoglio di farsi rispettare da quelli che vorrebbero imporci il rispetto di regole inventate a nostro sfavore, l’insofferenza verso la storia, non a caso espulsa dalle materie della maturità per poterla più agevolmente cancellare o riscrivere a piacimento. Uno degli effetti più insidiosi della propaganda è il mutamento della percezione delle cose. La magia è quella di sostituire i bisogni reali (più lavoro, meno povertà) con allarmi sociali (immigrazione impetuosa, città minacciose) che si trasformano rapidamente in fobie collettive, che a loro volta scatenano, per reazione, ondate d’odio, di violenza verbale e anche fisica, proprio contro quei fantasmi che la propaganda ha creato ad arte e contro i quali combattiamo come tanti donchisciotte atterriti dalle pale di un mulino, scambiato per mortal nemico. Il risultato di questa semina, cominciata sottotraccia un paio d’anni fa ed esplosa con i risultati angoscianti che segnano ormai puntuali il calendario delle nostre giornate, è un Paese dai tratti irriconoscibili, ammalato di rancore. Un Paese spaccato in due, come il governo in fase terminale che lo guida, dove va in scena ininterrottamente un crescendo di episodi inimmaginabili fino all’altro ieri. Lo striscione contro Papa Bergoglio, esibito dai neofascisti dichiarati di Forza Nuova nel centro di Roma, è una prima volta che lascia sgomenti. E così un’infinità di storie, solo in apparenza minori, che si fatica parecchio a inserire nella nostra di Storia, quella di un Paese rinato sulle fondamenta di una Costituzione basata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri, e sul più universale dei principi: l’umanità. Greta Nnachi, ragazzina di 14 anni nata a Torino da genitori nigeriani, vola a 3 metri e 70 nel salto con l’asta, record italiano di cui però non potrà fregiarsi perché non ha ancora la cittadinanza. Come non l’hanno avuta, nonostante le vaghe promesse, Ramy (origine egiziana) e Adam (origine marocchina), i piccoli eroi che hanno salvato i compagni nell’autobus in fiamme a San Donato, né l’avranno un milione di bambini, figli di stranieri ma partoriti e cresciuti a casa nostra. La propaganda sta vincendo, forse ha già vinto. I migranti irregolari sono meno di 400mila, ma vengono ormai vissuti come la foresta del Macbeth, che avanza fosca e inarrestabile a oscurarci il cuore e la ragione. Avanza a portarci via quel che è nostro, come del resto promette di fare l’arrogante Europa, che un vasto esercito di ultradestra si prepara a combattere alle elezioni ormai imminenti. Andranno a Bruxelles e l’apriranno, promessa già sentita, come una scatoletta di tonno. Perché è colpa di un complotto internazionale se oscilliamo tra recessione e stagnazione, e anche se tra tutti i Paesi dell’Unione siamo gli ultimi come stima di crescita (0,1 per cento, contro il 5,5 di Malta e l’1,2 di media dell’area euro) e con un debito schizzato al 133 per cento del Pil. Per tacere dei poveri: 5 milioni a zero introiti, più altri 9 in condizione di precarietà estrema, con entrambi gli indici in salita a divorarsi pezzo a pezzo quella che una volta era la classe media. L’«anno bellissimo», incautamente promesso dal premier Giuseppe Conte, si sta rivelando, se appena cala la maschera della propaganda, una Caporetto economica e pure morale. C’è la propaganda, e poi c’è l’informazione, il campo dove gioca e giocherà Repubblica. Un anno fa, in piazza San Pietro, Papa Francesco si è rivolto ai giovani con queste parole: «Sta a voi non restare zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: voi griderete? Per favore, per favore, decidetevi prima che gridino le pietre». In questo giornale, abbiamo già deciso: alzeremo la voce. E, se del caso, grideremo. Ps. Stanotte, chiudendo questa edizione, ci è mancato più del solito il vicedirettore Angelo Aquaro, che prima di arrendersi al male aveva messo i suoi mattoni alla costruzione della nuova Repubblica. Ma è come se fosse qui a sfogliarla in redazione e con voi lettori.
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TITOLO: E il porno selfie di Giarrusso finisce in rete
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OCCHIELLO: Ma l'ex Iena cade dalle nuvole: "Non ne so nulla, presenterò denuncia alla Polizia postale"
TESTO: Una foto osé del candidato, un selfie che è rimasto su Facebook per un'oretta, postato evidentemente da qualcuno che non nutre sentimenti di affetto per l'interessato. Un possibile nuovo caso di revenge porn, dopo le polemiche sui filmini che vedono protagonista la deputata Giulia Sarti. In questo caso, suo malgrado, al centro della scena c'è Dino Giarrusso, ex giornalista delle Iene e ora in corsa nelle liste di M5S per un seggio all'europarlamento. In un profilo del social network più popolare, ieri, è comparsa l'immagine di Giarrusso che si immortala mentre è in piedi in bagno, con la camicia alzata ben sopra la cintola. La foto pubblicata è tagliata e non si vedono le parti intime, ma il commento di chi ha pubblicato il post rimosso è esplicito e fa riferimento al fatto, evidentemente soltanto presunto, che il candidato dei 5 Stelle sia solito mandare foto di questo genere "alle sue amiche". "Ce l'avete tutti questa figurina, sì? ", chiede l'autore del post.
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TITOLO: Daniele Luttazzi chiede 100 mila euro a puntata. E il ritorno in Rai si allontana
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OCCHIELLO: Il comico che nel 2002 fu vittima dell'editto bulgaro di Berlusconi pretende anche 45 mila euro a replica. Il direttore di Raidue Freccero in difficoltà: richieste troppo alte
TESTO: Il rientro doveva essere il fiore all’occhiello della nuova gestione. In effetti i colloqui erano ben avviati. Il programma di satira aveva già una sua struttura: otto puntate di 50 minuti l’una. "Sul modello di Satyricon. Ci saranno una ventina di rubriche", aveva annunciato Freccero. I due si erano incontrati il 1 aprile a Viale Mazzini (Luttazzi oggi vive a Valencia), colloquio durato un’ora e venti minuti secondo il racconto delle agenzie di stampa. Sembrava il suggello a una lunga storia, la fine di un diktat profondamente ingiusto. Ma adesso l’affare si complica ed è sempre questione di soldi. Sui mega stipendi del resto a Viale Mazzini si gioca da mesi una battaglia feroce. Quello di Fabio Fazio è nel mirino di Matteo Salvini. Quelli di Claudio Baglioni e dei conduttori del festival di Sanremo sono stati passati al setaccio. C’è il sempre il nodo di quanto si può spendere con i soldi del canone versato dagli italiani. Poi, naturalmente, si immischia la politica. Ora tocca a Luttazzi, come se il suo nome non portasse con sé già altri problemi.
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TITOLO: Marine Le Pen: «Salvini può mettere fine alla morsa di Ppe e Pse. Orban venga con noi»
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OCCHIELLO: La leader della destra francese di Rassemblement National e la strategia dopo le Europee: «L’immigrazione deve essere bandita»
TESTO: «Esiste una vera alternativa a cui stiamo lavorando con Matteo Salvini. Colui che può mettere fine alla morsa di Ppe e Pse che ha portato l’Europa a essere perdente e screditata». Marine Le Pen, la creatrice del Rassemblement National, sabato sarà sul palco della manifestazione organizzata dalla Lega a Milano insieme con i leader di altri dieci partiti euroscettici. Su quali argomenti la sintonia con Salvini è più forte? «Condividiamo con lui la stessa visione di Europa fondata sulla sovranità, sul diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla cooperazione volontaria. E crediamo che l’Europa si possa costruire senza la coercizione, il ricatto e la minaccia permanente». Se RN e Lega avessero responsabilità concrete dopo le Europee, la Francia sarebbe disponibile ad accettare quote ulteriori di ripartizione degli immigrati come chiede Salvini? «Salvini chiede che l’Ue guardi in faccia i fallimenti della sua politica migratoria e ne tragga le conseguenze. Non è sufficiente insultare i governi come ha fatto Macron per nascondere il fiasco di una politica migratoria». E dunque? «Dunque il Rassemblement National e la Lega condividono le stesse considerazioni: l’Ue è un acceleratore tossico di immigrazione massiva e Frontex è l’agenzia di accoglienza, accompagnamento e distribuzione. Quanto alla Commissione, non vuole fermare né regolare l’immigrazione: vuole intensificarla, come peraltro affermano i commissari europei. Noi abbiamo, con Salvini, la stessa volontà di porre fine alla libera circolazione dei migranti». Se lei arrivasse al governo della Francia, esigerebbe il ritorno degli immigrati «secondari», quelli entrati nell’Ue dall’Italia? «La domanda è: perché far portare ai Paesi europei la responsabilità del fiasco della politica migratoria decisa e imposta dall’Ue? La nostra posizione è chiara: l’immigrazione deve essere bandita. I migranti che non hanno ottenuto il diritto di stare nel nostro paese devono essere ricondotti in quello di origine». Sarebbe disponibile a entrare in un gruppo europeo con il partito Fidesz di Orban e con i tedeschi dell’Afd? «L’unione fa la forza e il vento della storia soffia nelle vele dei difensori delle nazioni. Il nostro obiettivo è quello di creare un super gruppo il più forte possibile. Chi condivide questa visione comune è il benvenuto. I tedeschi dell’Afd, gli ungheresi, ma anche i nostri amici danesi e finlandesi. Questa è la vera alternativa a cui stiamo lavorando con Matteo Salvini». Orban lascerà il Ppe? «Fidesz è sospeso dal Ppe, ha un piede fuori: molti partiti di quel gruppo, inclusi i tedeschi che lo guidano, esigono la sua esclusione. Non spetta a me dire all’onorevole Orban cosa fare, ma a giudicare dalle posizioni del governo ungherese, mi pare ovvio che sia totalmente incompatibile con i principi difesi dal Ppe basati sull’accelerazione del federalismo attraverso trasferimenti di sovranità e governo comune». Ritiene che ci sia un ritorno dell’antisemitismo in Francia e nell’Ue? «Vi è innegabilmente un’ascesa di atti antisemiti nel nostro paese il cui principale vettore è l’ideologia islamista che prospera con l’appoggio di formazioni politiche di sinistra e di estrema sinistra. È sradicando il fondamentalismo islamista che si combatterà in maniera efficace l’antisemitismo». Ha torto chi in Italia accusa la Lega di essere ambigua sul suo rapporto con forze neofasciste? «Conosco personalmente Matteo Salvini e considero questi attacchi particolarmente infamanti. Rivelatori dei metodi di intimidazione usati da coloro che si sentono sfuggire di mano il potere e che sono pronti a tutto a tutto pur di mantenerlo». Lei avrebbe firmato l’accordo Belt and Road (Via della seta) con la Cina? «L’accordo è l’esempio perfetto dell’impotenza dell’Ue a dare impulso a grandi progetti. Oggi i paesi europei si rivolgono alla Cina per finanziare le proprie infrastrutture a causa del fatto che l’Ue non lo fa o impone condizioni di finanziamento inaccettabili».
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