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LE NOTIZIE DAL GIORNO Wednesday 25 March 2020 AL GIORNO Wednesday 01 April 2020 SU: politica




TITOLO: Il golpe dei tipi da trincea
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OCCHIELLO: L’Italia in questi giorni si sente malata di protagonismo e ansia di dire
TESTO: Proprio nei giorni in cui cominciano a calare i contagi, l’Italia si scopre più malata che mai. Ma non di Covid-19. Di protagonismo. Di narcisismo. Di insopprimibile ansia di dire «io farei meglio». Della smania di stare sempre al centro e mai di lato: «È così egocentrico - scriveva Leo Longanesi - che se va a un matrimonio vorrebbe essere la sposa; a un funerale il morto». Non c’è pandemia che tenga. Anche di fronte alla crisi peggiore dal dopoguerra, non si concede a chi deve prendere le decisioni il conforto di una qualsiasi solidarietà, di un qualsiasi rispetto. La politica e le formazioni sociali dovrebbero farlo nel nome dell’antico motto «giusto o sbagliato, è il mio Paese», ricordando magari che persino Winston Churchill non vinse la guerra il primo giorno. Invece fioccano contro il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, attacchi e minacce, con toni che vanno dall’indignato all’intimidatorio. Opposizioni politiche, Confindustria e associazioni di categoria, sindacati, ognuno in questi momenti ha la sua bandiera da sventolare. Come se il destino non ci accomunasse, come se il punto di caduta di ogni scelta non potesse che essere una mediazione fra esigenze opposte: un Paese che deve salvarsi, ma per salvarsi deve adottare misure veloci e pesantemente restrittive, dove si producono solo i beni essenziali per superare il momento più acuto della crisi. Bisogna decidere, e presto. Ma da più parti si trova il tempo di elevare acuti strilli sul fatto che Conte abbia annunciato l’ultima stretta in diretta Facebook, come se contemporaneamente non fosse andato nei tg a reti unificate. E poi che l’ha fatto troppo presto, senza il decreto in mano, mentre se l’avesse fatto dopo averne trattato i dettagli sarebbe stato certamente accusato di averlo fatto troppo tardi. Ma su tutti, spicca l’allarme per la «democrazia in pericolo». Ai tempi felici eravamo tutti allenatori della nazionale. E ci stava: alla peggio, si rischiava un mondiale. Ma da quando siamo diventati sismologi, esperti di spread e oggi addirittura epidemiologi, riemerge la mitica «deriva autoritaria» in arrivo. Così, mentre una parte degli intellettuali militanti accusa il governo di aver minimizzato troppo a lungo, con tanto di improperi contro Zingaretti che brinda a Milano, un’altra lo accusa di fare tutto troppo in fretta, senza consultare il Parlamento e senza averne i poteri, perché le libertà fondamentali e bla bla bla. A nessuno che passi per la mente che la democrazia rischia se non sa proteggere la popolazione: se per questo fine usa misure eccezionali e delimitate nel tempo, si rafforza. Come sempre quando impera la demagogia, il mondo reale va da tutt’altra parte. Non solo chi sta in trincea, i giustamente celebrati infermieri e medici, farmacisti, commessi e trasportatori. Ma anche, fra i politici, i governatori regionali. Da Fontana e Zaia, scendendo lo Stivale arriviamo a De Luca, Santelli, Musumeci, Emiliano, Bardi. La prima linea delle istituzioni, non per caso, reclama e adotta misure drastiche, al limite dei suoi poteri. Chiusure di uffici, quarantene forzate, blocchi dei confini regionali. Tutti golpisti, evidentemente. Così come il professor Pierluigi Lopalco, epidemiologo di fama mondiale chiamato da Emiliano a guidare la task force pugliese contro il coronavirus: «Le misure restrittive dureranno almeno fino all’estate. Parliamoci chiaro, questa è la Spagnola del 2020, l’influenza che tra il 1918 e il 1920 fece 500 milioni di ammalati e 50-100 milioni di morti. Andrebbe così anche oggi se non avessimo le terapie intensive e se non avessimo preso misure drastiche per limitare il contagio». Ma che ne sa lui di quali rischi corriamo con la diretta Facebook?
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TITOLO: Renzi: «Commissario per il post virus? Sì, ma solo per le grandi opere»
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OCCHIELLO: «Nuove infrastrutture, riforma del credito e sviluppo digitale sono le strade per uscire da una crisi che cambierà il profilo della Toscana»
TESTO: «Quello che ci aspetta nel breve periodo è purtroppo un vero e proprio disastro economico. Ma oltre questa crisi gravissima c’è una gigantesca opportunità per i toscani e per la Toscana. Ma per coglierla dobbiamo iniziare a pensare il futuro post-coronavirus ora, non tra un anno. Faccio qualche esempio concreto. Io mi immagino che FidiToscana possa essere trasformata in uno strumento più proattivo, con poteri di intervento più diretti, per sostenere i settori dell’economia che saranno più colpiti dal blocco causato dal virus. E il sistema bancario toscano, i cui principali player sono Intesa San Paolo e Mps, dovranno fare un grande lavoro sul fronte dell’accesso al credito. Ancora: finita la tempesta, finite le limitazioni alla mobilità delle persone, sarà ancora più urgente sbloccare le opere pubbliche. ..».
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TITOLO: Paola dagli studi alla prima linea«Al lavoro anche 14 ore al giorno»
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OCCHIELLO: Policlinico di Bari, parla una delle dottoresse neo assunte. All’ultimo anno della scuola di specializzazione, è stata reclutata per l’emergenza. «Un’ulcera sul naso per l’uso della maschera. Il mio primario mi dice: è un segno che ti rimarrà soprattutto nel cuore»
TESTO: Paola De Luca, palermitana, 32 anni, iscritta all’ultimo anno della Scuola di specializzazione in medicina d’urgenza dell’Università di Bari, ha risposto all’appello che il Policlinico di Bari ha lanciato nei giorni scorsi per arruolare medici e infermieri e far fronte all’emergenza sanitaria. Lavora al pronto soccorso. Una corsa contro il tempo per non darla vinta al Covid-19 e affrontare il contagio con maggiori forze in campo. Paola, ha già firmato il contratto? «Sì, da qualche giorno, sono stata assunta a tempo determinato. Da quando è cominciata questa emergenza, ci stiamo dedicando al lavoro anima e corpo. Noi specializzandi, in realtà, soprattutto al pronto soccorso, siamo parte molto attiva. Certo, con questo incarico il mio ruolo è ancora più definito e posso dare una mano maggiore». Che turni fa? «I ritmi sono molto incalzanti. Il turno dovrebbe essere di 6 ore e venti, ma questo non succede mai. Non si fanno mai meno di 9 ore che, con il turno di notte, diventano praticamente 14, tra lavoro vero e proprio, e tempi di consegne e di vestizione». Vestizione è un termine che colpisce molto. Ha una certa sacralità. «In verità lo è. Perché è sacra la vita che dobbiamo difendere, quella di chi ha bisogno delle nostre cure e anche la nostra. Ogni giorno ci infiliamo tuta, mascherina, guanti, calzari che ormai abbiamo imparato a indossare come una seconda pelle. Io adesso impiego circa sei minuti a vestirmi. E una volta indossati i dispositivi, non li possiamo togliere sino alla fine del turno. Questo significa che non possiamo più mangiare, né bere, neanche andare in bagno per diverse ore». Abbiamo visto tutti, nelle foto, i segni sui volti di medici e operatori. Come resiste per ore? «Anch’io ho un’ulcera sanguinante sul naso che penso non si rimarginerà mai più. Come resisto? Penso alle parole del mio primario, che ripete: questi sono segni che poi ti porti nel fisico, ma soprattutto nel cuore. Stare a contatto con questi pazienti, alcuni dei quali con gravi insufficienze respiratorie, bisognosi di tutto, impauriti e costretti alla lontananza dai propri cari, mi fa resistere. Quando torno a casa, mi porto tutto con me. Ho scelto di fare il medico e di occuparmi di interventi di urgenza, che ovviamente ti mettono di fronte a situazioni imprevedibili. Ma mai avrei creduto, tra l’altro anche all’inizio del mio percorso professionale, di vivere una esperienza così forte e addirittura una pandemia». Che tipo di percorso fanno i pazienti che arrivano in pronto soccorso con sospetto Covid-19?«Oltre al kit degli esami del sangue e al tampone, facciamo una ecografia polmonare che ci fa capire con molto anticipo rispetto ai tempi piuttosto lunghi dell’esito del test, se il quadro clinico è quello di un caso positivo. Per aiutare il paziente a respirare utilizziamo la ventilazione assistita, trattenendolo nell’area riservata del pronto soccorso. Poi, può capitare, come è successo ieri ad un uomo di 60 anni, che la situazione peggiori e allora il paziente viene trasferito in Rianimazione per essere intubato». Cosa le chiede subito una persona positiva al test? «Negli occhi del primo paziente a cui ho riferito la positività al test ho letto proprio terrore. Noi cerchiamo di tranquillizzarli, di stabilire un contatto umano. La prima cosa che ci chiedono è se abbiamo avvisato i familiari e se questi possono venire a trovarli. Durante il turno, chiamiamo più volte i familiari al telefono, anche loro spesso in preda al panico. Mi è capitato anche di fare dei video. Proviamo a confortare come possiamo. Dal punto di vista clinico, la richiesta frequente è quella di bere, perché con la ventilazione cresce il bisogno di essere idratati». Il Covid-19 colpisce a tutte le età? «Decisamente sì». Di cosa avete bisogno in questo momento? «Se avessimo abbastanza dispositivi di protezione individuale, magari due a testa, potremmo cambiarli e per dire, riuscire a togliere la maschera per prendere un po’ d’aria o ad andare in bagno dopo 10 ore di fila. E magari potremmo anche bere prima di iniziare il turno. Io non lo faccio mai perché altrimenti poi non so se riuscirei a resistere per tanto tempo. Non solo. Sarebbe utile che i dispositivi fossero disponibili per tutto il pronto soccorso». Cosa vuol dire alla gente in questo momento? «Di restare a casa. Molti non hanno ancora compreso la gravità della situazione».
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TITOLO: «Decaro teatrale ma è stato efficaceEmiliano? Finora inconcludente»
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OCCHIELLO: Marcello Veneziani, intellettuale e scrittore pugliese: «Il Sud al collasso, non può fronteggiare l’emergenza. I ritardi della sanità pure per lo spreco dei fondi Ue»
TESTO: BARI Marcello Veneziani, pugliese, giornalista e scrittore (il suo ultimo libro, «Dispera bene - Manuale di consolazione e resistenza al declino», Marsilio): come sta reagendo il sistema-Italia all’emergenza virus? «Se dobbiamo fare riferimento ai nostri precedenti, diciamo che in condizioni di emergenza si vede il carattere degli italiani. Il problema è che abbiamo perduto quella tempra, e la disperata vitalità che caratterizzava il nostro Dopoguerra. E abbiamo anche perso i conforti religiosi, perché in passato la fede era un rifugio. Ora l’impressione è che siamo in balia di noi stessi». La sanità delle Regioni del Nord, considerata, quasi per definizione, all’avanguardia, è nell’occhio del ciclone. Sorpreso? «C’è stato un effetto impensabile, massiccio, e questo si aggiunge alla destrutturazione della sanità che c’è stata negli ultimi decenni. La tenuta più sorprendente al Nord è dei medici e degli infermieri, non delle strutture. Poi, si vedono le immagini della Spagna, di Madrid, non della periferia, e emerge l’impressione che sia tutto il mondo ad essere stato sorpreso». Questa emergenza può tagliare le ali ai fautori dell’Autonomia e rilanciare il ruolo dello Stato? «Questa crisi sta radicalizzando le due opinioni. Però sento i lombardi che dicono: siamo stati lasciati soli, e ora vogliamo restare soli. Entrambe le posizioni sono ragionevoli, ma occorrerebbe uno Stato centrale autorevole, che garantisca i servizi essenziali». Il Sud si sta salvando, almeno finora. Emergono posizioni diverse tra De Luca, che minaccia il lanciafiamme, Emiliano che si sente abbandonato, il sindaco di Bari, Decaro che caccia la gente dalla strada e la presidente della Regione Calabria che riconosce il fallimento della sanità della sua regione. Siamo messi così male? «De Luca e Decaro non mi sono dispiaciuti. Sono efficaci sebbene un pò teatrali. Per Emiliano il discorso è più complesso, riguarda i suoi rapporti con il governo. Avrebbe dovuto fare di più oltre all’invettiva contro i giovani meridionali che tornavano per infettare i loro familiari. Che il Sud fosse all’anno zero, lo sapevamo persino prima dell’emergenza. Comunque questo test ha dimostrato l’impossibilità del Sud a fronteggiare la situazione. Il Sud è veramente in uno stato di collasso, se ci fosse uno Stato centrale autorevole, ci sarebbe da auspicare un ritorno alle competenze statali. Solo che bisognerebbe inventarsi un governo dei migliori in questo momento». I ritardi della sanità meridionale sono dovuti a minori fondi ottenuti, come dicono i meridionalisti vecchi e nuovi, rispetto al nord o all’uso un pò «allegro»? «È difficile dire, occorrerebbe valutare caso per caso. C’è pure una terza ipotesi, e cioè, che le risorse potenzialmente disponibili, penso ai fondi europei, non sono stati utilizzati al Sud. Ci sono state diverse varianti, ma i risultati sono stati fallimentari. Il Sud non è riuscito governarsi da solo, quindi si dovrebbe pensare che l’ipotesi possa essere quella di un governo nazionale serio». Come giudica il comportamento del governo? «Per carità di patria ho sospeso il giudizio. Per questa ragione mi trattengo da dire quello che penso. Ho una sensazione di fortissimo disagio anche per l’utilizzazione cinica della comunicazione pubblica, a fronte di niente. Nemmeno per i tamponi e le mascherine. Abbiamo avuto solo divieti e decreti. Sospendo il giudizio, ma sono profondamente scoraggiato da un governo che si limita a raccontare i numeri». A proposito di divieti. Non pensa che in questa stagione il Paese stia accettando la contrazione, sebbene necessaria, di alcuni diritti fondamentali senza aprire bocca? «Il rischio è reale, non legato a questa situazione ma in prospettiva. Ho scritto recentemente dei rischi di una dittatura sanitaria, anche a livello globale. Si parte da una necessità reale, ma poi ci può essere chi può gestirla e pilotarla. Anche la tracciabilità dei dati, dei telefonini, è pericolosa. Se si fa una prova generale di restrizione della libertà. ..è molto pericoloso». Ritiene che l’emergenza virus possa contribuire a cambiare gli umori politici degli italiani? «Cambia completamento lo scenario. Nei momenti di paura aumenta l’attaccamento al governo. Ma occorre aspettare la fine della partita. Mai come in questo momento avvertiamo il bisogno di avere gente qualificata e autorevole. L’idea della competenza emergerà con forza e questo riguarderà sia la maggioranza che l’opposizione».
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TITOLO: L’unità nazionale soltanto invocata
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TESTO: L’unità nazionale, invocata all’inizio delle restrizioni, quando già il circo di ordinanze s’intravedeva all’orizzonte, non è stata raggiunta. L’ordinamento giuridico italiano in queste settimane non ha trovato omogeneità, spaccandosi in tanti ordinamenti quante sono le regioni e, in qualche caso, addirittura i comuni. Il primo a scommettere sulla frammentazione del quadro è stato De Luca che, fiutando l’incertezza del Governo, ha forzato la mano per primo, adottando atti illegittimi che immaginava, a ragione, che il Governo non avrebbe avuto la forza, o l’intenzione, di revocare. Le ordinanze adottate dalle regioni sono viziate e i provvedimenti contraddittori del Tar Campania (uno favorevole e uno contrario alla legittimità degli atti), anziché semplificare la situazione, hanno contribuito a complicarla.
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TITOLO: Quelli che non possono più neanche «arrangiarsi»
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OCCHIELLO: Interventi immediati a sostegno delle fasce deboli altrimenti al Sud vedremo conflitti, tensioni sociali e tumulti che potrebbero essere cavalcati dalla malavita organizzata
TESTO: Va poi riconosciuto l’impegno dei Sindaci delle Regioni meridionali, che fanno la loro parte senza risparmio, pur nell’oggettiva ristrettezza delle risorse finanziarie. Anche se ieri sera il presidente Conte ha annunciato nuove e importanti misure in favore dei Comuni stessi, che verranno gestite dai Sindaci secondo le varie esigenze. Del resto, già il sindaco de Magistris aveva previsto misure per Napoli — che comunque potrebbero comporteranno una crescita vertiginosa dell’indebitamento: futuro grande problema — e parlato della sua giusta preoccupazione per i poveri e per quanti lavorano in nero, che vivono alla giornata e non beneficiano di ammortizzatori sociali. Una ferita che allarga la piaga sanguinante della disoccupazione endemica. Rischia di compromettere l’ordine pubblico e preoccupa Napoli (e tutto il Sud): vedremo conflitti, tensioni sociali e tumulti, improvvisi spontanei ovvero provocati e cavalcati dalla malavita organizzata.
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TITOLO: I pilastri del futuro? Sanità e democrazia
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OCCHIELLO: Le lettere al Corrmezz, risponde il direttore Enzo d’Errico
TESTO: Caro direttore, sono andati via, senza troppo clamore, due personaggi che ho avuto il privilegio di conoscere bene: Alberto Arbasino e Lucia Bosè, che veniva spesso a Capri invitata graditissima al Canile di Tirelli e Trappetti. L’ultimo ricordo che ho di lei, una sera, di fronte ai Faraglioni: ancora bellissima con il volto prezioso incorniciato da una capigliatura blu, che sembrava un omaggio al mare. Conversammo di angeli e del suo progetto di creare un museo popolato da quelle creature. La sua era la voce di una donna buona, coraggiosa, sbrigativa, che all’occorrenza si rimbocca la maniche. In questo momento inatteso, che non mi pesa ma mi induce a riflettere, il pensiero di avere avuto una vita ricca di incontri mi sostiene e mi fa sperare per il futuro. E a lei chiedo: quali saranno, per questo futuro, le cose importanti? Sergio Cappelli, Napoli
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TITOLO: In balia della crisi di rigetto
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OCCHIELLO: I provvedimenti per il Sud in una terra caratterizzata dalla crescita assente o marginale
TESTO: Che il coronavirus avrebbe accentuato le fragilità del Sud era abbastanza prevedibile. In un Paese che non cresce (per produrre nuovi posti di lavoro il Pil annuo dovrebbe salire tra 1,5%-2%), in una società sempre più «a somma zero» (uno vince, l’altro perde) il governo economico dell’epidemia rappresenta il segno della qualità della gestione pubblica. Dopo tre settimane di esilio forzato, di canti e balli, del «vogliamoci bene», emergono segnali preoccupanti sulla tenuta sociale del Mezzogiorno. Si susseguono episodi che ricordano l’assalto ai forni di manzoniana memoria: a Palermo in un supermercato, qualcuno si è rifiutato di pagare, a Bari, imperversa sul web il filmato di un negoziante che tira calci contro il cancello di una banca, e il sindaco Decaro, nelle sue quotidiane scorribande, è costretto ad alzare la voce in un mercato rionale per chiedere di «rispettare i vigili urbani che fanno il loro lavoro». La Puglia sta reggendo alla sfida? Pareri discordi, al di là dell’impegno quotidiano di Emiliano che si sente abbandonato dallo Stato, le lagnanze del mondo sanitario, la gaffe sul premier inglese Johnson del superesperto Lopalco («la fortuna è cieca ma il virus ci vede benissimo») e la proposta di alcuni consiglieri di stanziare 10 milioni per persone in estrema fragilità e autonomi non coperti dall’intervento statale. Mentre tutto il resto – inevitabilmente - è passato in second’ordine. Ma fino a quando? Il Sud (e anche la Puglia) appare sempre più una «società fredda» (Levi-Strauss) caratterizzata dalla crescita assente o marginale. Con il corollario di tassi di disoccupazione, sommerso, lavoro nero o semi-criminale particolarmente accentuati. È la teoria del sociologo Luca Ricolfi (La società signorile di massa) che ricorda il «doppio legame» che lega produttori e non-produttori. È superfluo indicare l’idioma dei primi e dei secondi. La questione centrale è che nelle fasi di crisi, le divaricazioni si accentuano e vengono al pettine i risultati delle politiche nazionali e regionali. E la strategia del reddito di cittadinanza – che pure è la più organica dal punto di vista assistenziale, ma non per la nascita di nuovi lavori - sta mostrando i suoi limiti.
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